Polistrumentista del Sud Pontino, Kormorano debutta con “Nove e 15”, un disco che nasce dal silenzio di Ventotene e prende voce tra denuncia sociale, introspezione e radici.
Dopo anni dietro la batteria con i Mellow Mood e collaborazioni con Paolo Baldini, Giancane e molti altri, l’artista sceglie di raccontarsi in prima persona con dieci tracce che mescolano reggae, cantautorato ed elettronica, senza dimenticare la lingua madre: il terracinese. Un viaggio musicale e umano che parte dal mare per arrivare dritto al cuore, con l’urgenza di far pensare, ballare e — soprattutto — sentire.
Partiamo dall’inizio: quando è nato in te il desiderio di passare dal “suonare e basta” o accompagnare altri progetti a realizzare un disco tuo?
Riprendo il tuo “suonare e basta” come input… Non ho mai suonato e basta: ho sempre cercato di creare sensazioni, con qualsiasi tipo di strumento che avevo tra le mani. Ho cercato di narrare uno stato emotivo. Se poi vogliamo parlare di quando ho cominciato a scrivere canzoni, ricordo invece il momento esatto… “figa la storia di tuo zio…dovresti scriverci una canzone”: era il 2007 e suonavo la batteria con un gruppo reggae della mia zona. Da allora non mi sono più fermato.
Se dovessi condensare il tuo disco in una frase, senza ricorrere a cliché giornalistici, come lo descriveresti?
Avere il coraggio di lasciare il porto e attraversare il mare in tempesta, per arrivare all’isola felice. È lì, la vedi. Sai che più passa il tempo e meno ne avrai per goderti il progetto che hai in testa. È il primo gesto d’amore puro che ho fatto verso me stesso.
Ogni disco è un viaggio. Da dove parte il tuo?
Parte dalla mia terra, zona di confine, porto di mare, con tutte le influenze che ne hanno fatto la storia.
L’album si nutre della solitudine di un’isola. Un’immagine poetica e potente, di un luogo che alla fine, almeno nell’immaginario, è stato molto più abitato di quanto potessi preventivare. Chi sono i “personaggi” che hai incontrato, protagonisti delle canzoni?
Sono arrivato come un corpo estraneo. L’isola che avevo immaginato era completamente diversa da quella che ho trovato… All’inizio ho destato diffidenza, derisione. Era comunque una comunità di 130 anime che si conoscevano da sempre. Pian piano per la strada ho trovato persone, famiglie intere che mi hanno aperto la porta di casa. Ho conosciuto le loro storie, le loro debolezze, i loro amori. Mi ci sono appoggiato, ho fatto in modo di non essere irruento. La cosa che mi ha fatto più ridere è che un carabiniere ha passato l’inverno a fare domande alle persone per capire cosa stessi facendo lì, perché non credeva che fossi un musicista. I personaggi di questo disco hanno gli occhi e il cuore pieni di acqua di mare, sanno accogliere, sanno capire. Sono la mia famiglia e non vedo l’ora di tornare a trovarli. Potrei nominarli tutti: Giangio, Cecilia, PierFilippo, Giacinto, Enzuccio, Melania, Toni, Antonio, Alessio, Lilia, Francesco, Basilicata, Chiara, Vito, Daniele, Nico, Romoletto, Greta, Valentina, Rossella, Davide, Buttiglione, Ciro, Genny, Valeria, Palla Palla, Gioacchino, Rafele o prufessor’…
I tuoi brani hanno una forza collettiva, invitano a cantare insieme sentimenti intensi come la rabbia: per quello che non siamo riusciti a superare, per quello che abbiamo dovuto subire, per l’amore che non abbiamo potuto ricevere. È un sentimento che ci accomuna tutti. A cosa vorresti “servisse” questo disco?
Bella domanda! Sicuramente è stato per me un passo importantissimo, non ho mai cercato di affrontare il mio problema con la solitudine…ho sempre riempito la mia vita di persone. A volte capita di affiancarti a chi palesemente non ti merita. Ecco, mi sento di dire questa cosa: amate senza paura, ma senza mai dimenticare di amare voi stessi. E soprattutto, affrontate le paure…il coraggio non esiste in natura…esistono le paure vinte.
Le sonorità rispecchiano chiaramente il tuo percorso musicale, le indossi con naturalezza. Qual era l’elemento fondamentale che non poteva mancare in questo tuo primo lavoro da solista?
Eheheheheheh… sicuramente “il levare” suonato da piano e chitarra. È una roba che mi fa volare, che ha cambiato la mia vita drasticamente.
Parliamo di amore: che significato ha per te e come si manifesta nella vita e nella musica?
Wow…il domandone! Sarò sincero…Per qualche tempo ho confuso la dipendenza affettiva con l’amore. Cosa sia per me? Una cosa bellissima ma temporanea…non è mia…è un “tenere”. Favino in un’intervista lo spiega benissimo. “Io tengo a te” e tengo ha moltissimi significati: mantenere, avere a cuore, innalzare…ecc. Ecco l’amore è quando ti elevi, quando vibri a frequenze altissime, quando per un legame le tue azioni vincono la morte.
Ora che ti affacci al percorso da musicista solista, vorrei chiederti: qual è la tua visione della musica? Come la fai e come la abiti?
Questa mi sembra una domanda da riccardone…Che ne so come la abito!?!?! È lei che abita me. Queste robe che suonano mi hanno sempre circondato e hanno riempito la mia casa. Probabilmente è stata un’ossessione, in passato. Un senso di colpa e di rivincita per la mia famiglia (nascendo ho interrotto la carriera concertistica di mia madre). Una sorta di contrappasso. Forse volevo farmi dire bravo… Ho dei periodi di produzione intensa e altri di totale astinenza. Ma questo te lo posso dire: è l’unica roba che mi fa piangere fortissimo.
Grazie.