Iter, l’ultimo concept album di Calgolla, è un viaggio sonoro intenso e stratificato all’interno delle contraddizioni della condizione umana contemporanea. Con un linguaggio musicale che combina alt rock, post-rock, post-punk, spoken word e incursioni nella performance art, la band costruisce un’opera complessa che sfugge a ogni definizione.
Abbiamo incontrato Emanuele Calì, fondatore del progetto, e con lui abbiamo approfondito alcuni temi legati al nuovo lavoro.
Iter è un concept album denso e stratificato. Da dove nasce l’idea di costruire un’opera così ambiziosa ?
Calgolla era in origine il progetto solista/bedroom-producer del cantante e chitarrista Emanuele Calí e piano piano si sta trasformando in una band a tutti gli effetti. Nonostante ciò, sia il primo che il secondo disco nascono da idee spontanee raccolte negli anni. Di tutte queste idee (ce ne saranno un centinaio circa) alcune sono state sviluppate, altre abbandonate. E´ stata poi fatta una selezione, alla quale si é poi lavorato in fase di registrazione e di produzione in maniera da renderli coerenti tra loro, dato che, nascendo spontaneamente, in qualche modo ciascun brano rappresenta un frammento, un´ispirazione diversa. Che sia ambiziosa lo dite voi, per noi é solo frutto di tempo e pazienza…
Cosa rappresenta per voi la parola latina “Iter”?
In italiano è ancora usata come sinonimo di “processo” e questo è probabilmente il significato che rappresenta per noi primariamente. La nostra vita è come un passaggio, un lungo viaggio pieno di trasformazioni interiori, più generalmente. Più specificamente, questo disco contiene molte delle impressioni ricevute negli anni del trasferimento, adattamento, ambientamento all’estero e in particolare alla città di Berlino, dove viviamo attualmente.
Avete mescolato alt-rock, post-rock, spoken word, post-punk e persino performance art. Come avete trovato l’equilibrio tra tutti questi linguaggi?
Abbiamo trovato un equilibrio? Ci piacerebbe…quello che sappiamo é che non volevamo fare il classico disco “di genere” (un disco, per intenderci, in cui una traccia somiglia molto all´altra, in termini di genere musicale soprattutto) e nemmeno un miscuglio incoerente di materiale diverso. Ci interessava raccontare la nostra storia, attraverso le influenze che hanno colorato i progetti musicali precedenti e paralleli. Così come Tuorlo (il primo album) racconta la storia delle influenze di quando suonavo in Italia, questo disco rappresenta un´attualizzazione di queste influenze, fino al momento attuale.
“Pupilla Digitale” è un’invettiva contro il controllo digitale e la spersonalizzazione tecnologica, cosa pensate dell’utilizzo dei social network in ambito musicale?
Come in tanti altri casi, secondo non è di per sè l’utilizzo dei social network il problema, in quanto rappresenta semplicemente uno strumento, che se utilizzato con saggezza ha anche i suoi vantaggi (in questo caso, potenzialmente, ognuno può utilizzarli per promuovere un proprio progetto senza necessariamente passare per altri canali). Nella pratica, però, solo chi raggiunge un certo grado di notorietà (e quindi di likes, o followers) riesce davvero a cavarne qualcosa. E per raggiungere un numero adeguato di followers sono pochi quelli che riescono davvero ad inventarsi qualcosa di originale e grazie al proprio intuito guadagnare apprezzamento. Nella maggior parte dei casi si tratta di adattarsi ai contenuti “trendy” del momento che, ripresentati in tante salse diverse, aiutano ad incrementare il proprio seguito. Senza voler per forza giudicare questi meccanismi, proviamo a rimanere un passo indietro, ad osservarli, e a rimanere ad una certa distanza. A prendere le nostre decisioni in base a ciò che riteniamo interessante o meno, ma proviamo a non lasciarci “risucchiare”, diciamo così…
Ogni brano è cantato in una lingua diversa (inglese, italiano, tedesco, francese, greco antico, siciliano…). Che ruolo gioca il multilinguismo nella vostra narrazione?
Beh, non proprio ogni brano, ma abbiamo fatto un bel potpourri, quello si. Beh, ci sono molti aspetti del perchè di questa scelta. La più diretta è il fatto che vivendo in una metropoli multuculturale come Berlino, parliamo ogni giorno tante lingue diverse (non si parla così tanto tedesco, come si potrebbe pensare, almeno non nel nostro caso) e dato che uno dei temi principali del disco è proprio la migrazione, pensiamo che questa scelta sia nella direzione di abbattere le barriere. Ci piace molto anche l’approccio di musicisti che sono andati in questa direzione (in Italia, ad esempio, Franco Battiato) e in questo modo proviamo solo a rappresentare un po’ la nostra realtà quotidiana, senza pretendere di voler dire chissà che.
Alcuni testi sono poesie recitate o mantra contemporanei. Come lavorate sul rapporto voce-parola-suono?
Bella domanda, grazie, perchè è un tema abbastanza centrale di questo progetto. Quasi tutti i testi di Iter, infatti, sono tratti e adattati da Viaticus, graphic poem scritto da me che sono il cantante insieme all’artista visivo Giacomo Della Maria, riplasmati per aderire a alle musiche. In molti casi si è partito da questi testi (sotto forma di poesia più che prosa), si sono in seguito composte delle bozze, che poi hanno raggiunto la forma definitiva adattando il testo alla musica, e viceversa, come una specie di collage. In altri casi, invece (ad esempio Erdelose Pflanze o Calm Waves), si è partito da delle idee musicali ed è stato scritto un testo ad hoc, in cui il ritmo del testo/poesia segue la ritmica del brano musicale. In ogni caso si è trovata una forma cadenzata “spoken words”, diciamo recitativa, per il cantato, dato che da anni il cantante segue questa linea. Per spezzare con questo cantato/parlato sono state aggiunti alcuni momenti di cantato vero e proprio in cui la voce viene usata come puro strumento armonico, in aggiunta agli altri strumenti.
C’è un brano che più di altri rappresenta l’essenza di questo nuovo lavoro?
No, direi di no. Sono molto lontano dalla mentalità “opportunistica” di scrittura, quindi per noi ogni brano rappresenta un preciso momento e non ci sentiamo di sceglierne uno sopra un altro. La title track, ad esempio, anzichè essere il brano più orecchiabile, è forse quello più astruso, più sperimentale. Ma non per questo l’album ha ricevuto il titolo della title track. E poi preferiamo che ognuno scelga il suo brano, il suo momento, più che suggerire noi quale può essere una nostra eventuale preferenza.