Ci sono dischi che non si limitano a essere ascoltati, ma chiedono di essere abitati. “SEI”, il nuovo album di Alice Caronna uscito il 21 aprile, è esattamente questo: un viaggio intimo e coraggioso tra pop, cantautorato e soul che trasforma una storia personale in una riflessione universale sulla vita. Anticipato da singoli specchiati come Piazza Navona e Merito Tutto, il secondo lavoro sulla lunga distanza della cantautrice romana esplora la cronologia di una relazione per aprirsi a una consapevolezza più grande: quella che la fine non esiste se ciò che termina continua a trasformarsi dentro di noi.
Abbiamo fatto una chiacchierata con lei per entrare nelle pieghe di questo splendido manifesto emotivo.
In “SEI” l’idea di fine viene ribaltata: innanzitutto quando finisce davvero una storia? E in quanti modi si può trasformare, dentro di noi?
Dipende da storia a storia. Nel mio caso specifico, è finita per difficoltà non risolte e cambiamenti non accolti, ma dal momento in cui il ricordo è rimasto al sicuro e non è stato “sporcato” dentro di me, posso dire che è una storia che sento ancora molto viva, anche se continua a trasformarsi.
Hai raccontato l’amore come qualcosa che sopravvive alle persone: questa visione ti ha liberata o, in alcuni momenti, ha reso più difficile lasciare andare?
È proprio perché ho avuto difficoltà a lasciare andare che ho dovuto trovare il modo di accettare questa “fine”. L’ho accettata sentendo che dentro di me non era finita e, anziché reprimere la sensazione di difficoltà, le ho lasciato fare il suo percorso.
Il disco attraversa una relazione ma poi si espande verso qualcosa di più universale: c’è stato un momento preciso in cui hai capito che non stavi più raccontando “una storia”, ma “la vita”?
Il momento in cui l’ho realizzato è stato quando il disco era già finito. Ho guardato le tracce, ho ascoltato le canzoni e ho capito che la storia di cui parlavo mi aveva insegnato una lezione che andava ben oltre la relazione: mi ha insegnato ad accettare le cose che non possiamo controllare.
In un tempo in cui tutto è rapido, anche l’interesse, “SEI” sembra chiedere di sostare nelle emozioni: parlaci del tuo rapporto con l’ascolto profondo?
Senza profondità non c’è verità, non c’è vita. A me le emozioni non spaventano: sono la cosa di cui dovremmo andare più fieri, perché ci ricordano che siamo qui, siamo vivi e grati di poterle provare.
“Ricordati di te” è una delle poche canzoni che dici di aver scritto per te stessa: quanto è difficile, da artista e da persona, non perdersi quando si fa esperienza dell’amore?
Premettendo che perdersi quando ci si innamora è una cosa molto bella perché, allacciandomi alla risposta precedente, ci fa sentire emozionati e quindi vivi, rimanere lucidi e ricordarci che, qualunque cosa accada, ci siamo sempre noi con noi (e non gli altri) è importante e incoraggiante.
La tensione tra controllo e abbandono è sempre costante: scrivere aiuta a capire di più o serve solo per fermare alcune idee e sensazioni?
Scrivere è entrambe le cose. Sicuramente serve per esternare quello che provo e mi aiuta a liberarmene momentaneamente, e quindi a calmarmi o rilassarmi; però spesso, dopo aver scritto una canzone o qualsiasi pensiero, mi rendo conto di cosa avessi dentro solo dopo averlo letto.
Se dovessi descrivere “SEI” non come un album ma come un ambiente, come sarebbe?
La prima immagine che mi è venuta in mente dopo aver letto questa domanda è la pancia di una mamma. Non so per quale motivo, sinceramente, però mi è venuta in mente e quindi lo scrivo senza pensarci troppo.
Alla fine del disco, con “Ancora”, l’amore diventa qualcosa che trascende tutto: è una conquista a cui si arriva o una consapevolezza che si scopre di aver sempre avuto?
“Ancora” è speranza, è malinconia, è tristezza e felicità, è accettazione, consapevolezza, conquista: è tutto quello che c’è stato, c’è e ci sarà.
