I Love in Elevator sono un gruppo veneto attivo dal 2001. Nato come un trio rock al femminile, nella formazione originale, che dura fino al 2006, ci sono Anna Carazzai, Giulia Volpato, Michela Modesto e, successivamente, Tommaso Sogne alla batteria. Nel 2003 la band inizia a muoversi a livello locale e registra il primo demo autoprodotto “Not in my name”. Con il 2004 la band inizia una collaborazione con l’etichetta indipendente di Bergamo “Jestrai Records” che durerà fino al 2008 e con la quale hanno prodotto un ep, Venoma (2004, distibuzione Venus), e due album: Sue Me (2005, distribuzione Venus) e Re Pulsion, che raccoglie numerose collaborazioni tra le quali quella di Francesco Valente (Teatro degli Orrori, One Dimensional Man) alla batteria, Luca Ferrari (Verdena) e Andrea Garbo (Jennifer Gentle) . Da luglio 2008, Christian Biscaro e Roberto Olivotto entrano a far parte del progetto rispettivamente al basso e alla batteria.
I Love in Elevator si inseriscono prepotentemente, fin dall’esordio, nella scena alternativa del rock italiano, partendo da piccoli club underground e bar, fino ad arrivare a palchi di supporto a band quali Verdena, One Dimensional Man, Tre Allegri Ragazzi Morti, Art Brut, Shellac, e partecipando al Rock in Idro del 2005, insieme a grandi artisti internazionali. Nel 2008 riescono ad imporsi anche all’estero, con un mini tour in Francia che li vede sui palchi di Bordeaux, Montpellier, Toulose, Marseille e Nimes. Nel 2009 avviene la consacrazione ufficiale facendo da supporto nel tour italiano alla band capostipite del grunge americano, i Mudhoney.
Christian Biscaro, bassista dal gruppo, ha risposto alle nostre domande…
Love in Elevator
– Da cosa deriva il nome del gruppo?
E’ la fusione tra due gruppi psichedelici degli anni ’60: i Love di Arthur Lee e i 13th Floor Elevators di Roky Erickson.
– Quali sono i gruppi che vi hanno maggiormente influenzati nel vostro progetto musicale?
Contando il fatto che io e Roberto siamo arrivati da un anno e mezzo, le influenze precedenti erano diverse e anche i gusti sono cambiati col tempo. Come formazione siamo stati influenzati sicuramente da gruppi anni ’60-‘70, Beatles, Soft Machine..John Lennon da solista piace parecchio ad Anna..e poi un sacco di grunge, la scena di Seattle dei primi anni’90, per intenderci.
-Avete tagliato i ponti con la Jestrai Records che era la vostra etichetta, volete spiegarci questa scelta?
Eravamo arrivati ad un punto in cui sentivamo l’esigenza di fare cose più dimensionate alle nostre esigenze; un’etichetta, soprattutto se è piccola, non può stare dietro a tutti i suoi gruppi facendo le cose a dimensione per ognuno, quindi ci siamo resi conto che forse era meglio arrangiarci per conto nostro..alla fine avevamo molti contatti e comunque il rapporto non è saltato in maniera negativa, è scaduto il contratto e abbiamo deciso di non rinnovarlo ma siamo rimasti in buoni rapporti, ci hanno aiutato a finire il disco sia a livello economico che di promozione ma abbiamo comunque preferito fare le cose a modo nostro, d’ora in avanti. Ci tengo a precisare che non ci interessa la dimensione mainstream, non è che volessimo andare più all’ingrosso, non abbiamo mai avuto pensieri così pretenziosi, ci interessa però il fatto di poter fare la nostra musica liberamente, gestendo i contatti con i posti in cui suoniamo, con una dimensione quasi “do it yourself”, prendendo il termine con le pinze. E’ una scena che rispettiamo molto, però magari facciamo un genere che non è propriamente adeguato a un certo tipo di dimensione, anche se personalmente non penso ci sia un modo di fare musica per essere “do it yourself “, è semplicemente una questione di scelte e noi abbiamo scelto di non avere intermediari e di arrangiarci per conto nostro, organizzandoci tutto da soli, così come abbiamo fatto nell’ultimo anno e mezzo, tramite contratti che già avevamo, anche grazie alle nostre precedenti esperienze musicali.
Ecco, ci piace l’idea di instaurare un rapporto diretto con chi organizza gli eventi, senza intermediari. Siamo stati anche in Francia in maniera autogestita, con contatti ricavati da gruppi amici che avevano già suonato in quella zona.
– Parlaci del nuovo disco: quali sono i temi principali? Esiste un argomento centrale che fa da filo conduttore per l’intero album?
A livello di temi, abbiamo iniziato a lavorare su dei testi con l’idea di creare un discorso unico all’interno del disco e ci piacerebbe creare qualcosa di frammentario in cui ogni singolo ci metta del suo, come già a livello strumentale sta accadendo, mischiando suoni diversi, che fanno dallo stoner allo sludge che abbiano alla base qualcosa di anni ’60, come sempre. Per ora, comunque, stiamo lavorando soprattutto sulle strutture vocali.
– Quindi come si è evoluta la linea musicale dall’esordio ad adesso?
L’intenzione, l’impostazione e l’influenza sono sempre molto orientate agli anni 90 e così anche il tipo di approccio agli strumenti, che è sicuramente grunge con influenze post punk, un equilibrio tra strutture complesse di suoni pesanti ma melodie molto scarne ed essenziali.
La cosa mi piace perché col vecchio gruppo suonavamo post rock quindi sono sempre stato abituato a suonare la musica in addizione, come somma di cose..
– Avete suonato con gruppi di rilievo della scena nazionale e internazionale. Cosa avete appreso da questa esperienza?
L’umiltà. Ad ottobre abbiamo suonato con i Mudhoney ed è stata una lezione di professionalità e semplicità, loro non sembrano assolutamente quello che sono: persone semplicissime, lì per suonare, che ci hanno messo subito a nostro agio. Alla fine è anche questa l’idea che sta dietro al nostro gruppo: sei un musicista e fallo al meglio che riesci, la musica è al centro di tutto, anche per una questione di rispetto per chi ti segue. Alla fine è una questione di onestà, non abbiamo niente in più rispetto a chi altro si mette a suonare, magari abbiamo la costanza, non abbiamo perso di vista il nostro obiettivo e ci siamo impegnati per raggiungerlo.
– So che hai anche un progetto solista chiamato Boulevard Pasteur. Da cosa deriva questo nome e da dove nasce l’esigenza di lavorare da solo?
Il nome deriva da un viale di Tangeri, in Marocco. Non ha un significato particolare, semplicemente ero in fissa con il Marocco e mi piaceva quel nome.
Il progetto comunque nasce da prima, da quando suonavo ancora nel mio vecchio gruppo, i Malvena. Era un periodo in cui eravamo fermi poiché non avevamo un batterista, io volevo continuare a suonare, così mi sono messo a fare questo progetto a cui non dedico tempo eccessivo, è più uno pseudonimo per fare delle collaborazioni, ho fatto anche un pezzo per un gruppo hip hop, i16 barre. Sto anche lavorando a un Ep per conto mio di elettronica. Non ho mai pensato a una dimensione live della cosa anche perché non mi piace l’idea di fare tutto in digitale e non riesco a trovare qualcuno che suoni live i miei pezzi.
Vuoi dire un’ultima cosa?
Sì, cercate di intercettare alcune delle nostre date che spezzeranno il silenzio del periodo “composizione/registrazione del disco nuovo, e scaricate “re-pulsion” gratuitamente dal nostro myspace!!