Articolo di Alessandro Ubaldi | Foto di Giada Stanziano
Quattro giorni, centinaia di concerti, tra un palco e l’altro, un caldo che a tratti è sembrato fin troppo coerente con il nome del festival e un’energia delle persone che non è mai calata.
L’edizione dell’Hellfest 2026 si chiude lasciando addosso quella sensazione nostalgica di chi torna a casa; gambe a pezzi e testa ancora piena di note e distorsioni.
A Clisson, fin dal mattino del primo giorno, si respira un’aria che difficilmente si trova in altri posti: la cura nei dettagli della tematizzazione, Hellcity che si riempie tra cibo, bevande, shop, firmacopie, giochi ed eventi a non finire.
Si costruisce quella sensazione di comunità unita prima ancora che le band si scatenino sul palco. Clisson è la città perfetta e ha festival che funziona perché crea un senso di famiglia, non solo una line-up.
E che line-up! Quattro giorni che hanno mescolato generazioni e generi diversi: dalla musicale storica dei Deep Purple e Megadeth capaci di incantare allo stesso modo i fan più giovani e quelli che li seguono da decenni, fino all’addio commovente dei Sepultura dopo anni di carriera.
Nel mezzo, momenti che resteranno impressi di questa edizione: Will Ramos che sbuca dalla folla per cantare con i Bring Me The Horizon, il cantante degli House Of Protection che si esibisce a trenta metri d’altezza sul tetto del MainStage 1, il tributo commovente ad Ozzy Osbourne tra fuochi d’artificio e dieci minuti di video accompagnato dal canto del pubblico.
Il caldo, va detto, è stato un protagonista a tutti gli effetti di questa edizione. Le birre fresche, gli idranti dello staff sul pubblico nei momenti più critici, i cantanti che scherzano sul nome del festival diventato improvvisamente troppo letterale e perfino i fuochi d’artificio finali cancellati per le temperature estreme, faranno ricordare il 2026 come l’anno in cui l’Hellfest ha vissuto fino in fondo il proprio nome.
Ma come sempre, è il pubblico, il vero filo conduttore di questi giorni, non solo francese, ma pienamente internazionale.
Un pubblico capace di lanciare ortaggi in aria durante il set delle Die Spitz, di organizzare staffette al centro del pit durante i The Hives, di costruire il circle pit più grande del festival per i Malevolence al loro debutto assoluto sul palco dell’Hellfest.
Un pubblico che si è dimostrato, ancora una volta, l’ingrediente che rende questo festival diverso da qualsiasi altro: sempre parte attiva dello show.
Tutto questo non sarebbe stato possibile senza il magistrale lavoro dello staff che ha permesso al pubblico di scatenarsi in sicurezza. Un grazie speciale va a loro che erano sempre pronti a rinfrescarci o recuperarci durante il crowd surfing.
Tra i momenti che resteranno più a lungo nella memoria collettiva ci sono sicuramente le esibizioni dei Papa Roach, con il figlio del cantante che sale sul palco, quella nota romantica dei Loathe al tramonto, l’epicità dei Sabaton con il loro carro armato e un finale di festival diviso tra The Offspring, Mayhem e Down, capace di mettere d’accordo gusti completamente diversi nello stesso momento.
Proprio sul finale, la notizia che ha lasciato tutti senza parole, più di qualsiasi spettacolo pirotecnico: l’Hellfest 2027 tornerà a Clisson, ma con dieci palchi e oltre trecento band.
Un’espansione che promette di ridefinire ulteriormente gli equilibri di un festival già indimenticabile e che lascia presagire un’edizione capace di superare qualsiasi altro festival mondiale.
Si torna a casa stanchi, scottati, con le orecchie ancora fischianti e la certezza che, per quanto si possa girare per festival in tutta Europa, esiste solo un Hellfest ed è quello di Clisson.
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