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Reportage Live

TROPHY EYES: canzoni tristi travestite da canzoni allegre

Trophy Eyes in concerto allo Slam Dunk Festival 2023 di Bellaria-Igea Marina foto di Andrea Ripamonti

Articolo di Umberto Scaramozzino

Dopo la tappa alla prima – forse ultima? – edizione italiana dello Slam Dunk Festival andata in scena la scorsa estate, gli australiani Trophy Eyes tornano in Italia, questa volta da headliner. Portano la loro esplosiva miscela di melodic hardcore e pop punk in Santeria Toscana 31, a Milano, supportati da Out of Love e Hippie Trim.

L’intera serata è disseminata da variazioni sul tema più identitario tra quelli che compongono l’oscura poetica dei Trophy Eyes: la morte. “Suicide and Sunshine”, quarto album in studio uscito l’anno scorso per Hopeless Records, è in effetti un formidabile bignami sull’arte di scrivere canzoni tristi travestite da canzoni allegre. Merito della penna sensibile di John Floreani, frontman di gran carattere e indubbio carisma che ha così tanti demoni che gli svolazzano intorno da aver deciso di affrontarli a viso aperto, adornato da un sorriso beffardo.

Il buon John, jeans, canotta bianca e berretto, entra con la sua fedelissima birra in mano e chiede alla platea di avvicinarsi il più possibile. Ci vuole compatti sotto palco, sperando di vedere un po’ di crowd surfing che, in effetti, non tarda ad arrivare. A fomentare la massa informe che scuote Santeria ci sono le urla inconfondibili che rendono i Trophy Eyes uno dei nomi più interessanti del panorama punk rock australiano. John è uno di quei fortunati cantanti capaci di urlare, pur mantenendo il proprio timbro riconoscibile. Un po’ come i rappresentanti della nuova ondata Midwest Emo americana, ma senza la componente math rock e con l’aggiunta di qualche venatura pop che, disco dopo disco, diventa sempre più significativa e apprezzabile.

John Floreani, di origini triestine, e Blake Caruso, di origine calabrese, si sentono a casa e scherzano col pubblico come fosse il ritrovo di gruppo in una sagra di paese. In sordina, partecipa anche Jeremy Winchester, bassista ma anche e soprattutto autore dei preziosi backing vocals che rendono la maggior parte delle canzoni dei Trophy Eyes una festa funerea alla quale tutti vogliono essere invitati. Attenzione infine all’innesto di Josh Campiao, ex chitarra solista degli Hellions arrivata a coprire il posto vacante che fu di Andrew Hallett – membro fondatore che ha lasciato i Trophy Eyes a inizio 2023 – che risulta assolutamente vincente. In appena un anno Josh è riuscito a inserirsi benissimo nella formazione di Newcastle, che appare oggi solidissima nonostante i vari cambi di lineup.

Solo un’oretta di show per gli australiani, che dividono la scaletta quasi interamente tra l’ultimo lavoro discografico, accolto magnificamente dal pubblico, e “Chemical Miracle”. Posto che la lunghezza di un concerto non è quasi mai un valore aggiunto, soprattutto in quei casi in cui dovrebbe essere l’intensità a determinare l’efficacia di una prova dal vivo, in questo caso qualche pezzo in più sarebbe servito. La platea saluta i quattro ragazzi di New South Wales, Australia, con l’adrenalina ancora in circolo e con l’evidente voglia di divertirsi ancora un po’.

Sono passati dieci anni dal loro debutto, ma i Trophy Eyes sembrano ancora freschi di lancio. Quattro album dovrebbero essere abbastanza per delineare il presente e anche il futuro di una band, disegnandone quantomeno i contorni, ma il combo australiano riesce in questa impopolare e spaventosa impresa di progredire senza definirsi e di non definirsi senza risultare sconclusionati. Sembrano dirci “fidatevi, da questa parte”, perciò a noi non resta che seguirli, saltando in modo scoordinato sul loro irresistibile melodic hardcore punk.

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