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Reportage Live

TOM ODELL a Milano ci invita a urlare sul dolore, non a soffiarci su

Il cantante britannico approda alla data di Milano, unica in Italia, con il suo nuovo apprezzatissimo Black Friday e ci regala un giovedì di liberazione dallo stigma della vergogna della tristezza, preparando un venerdi di prese di coscienza. Provare per credere.

Articolo di Marzia Picciano | Foto di Federico Buonanno

Mi sono svegliata oggi ed era un Black Friday. Si, esattamente come il singolo lanciato a gennaio da Tom Peter Odell, semplicemente Tom Odell, che ha anticipato l’omonimo disco di quest’anno.

Venerdi “nero” perchè iniziato con la fine (finalmente) di una pesantissima sindrome pre-mestruale, una lama di mal di gola e una perfetta discussione esistenziale di prima mattina con quella che da un po’ è la persona che amo sulle nostre rispettive incapacità di comprenderci, noi stessi e poi tra di noi. Ieri, 4 aprile, ero al concerto sold out di Odell all’Alcatraz.

Cari lettori, cosa ve ne fregherà mai della mia storia, voi siete qui per sapere com’era ieri il concerto di Odell, ma la verità è la seguente: primo, se vi fosse interessato, l’avreste sicuramente visto a spezzoni sui social di chi c’era. Secondo, e non meno rilevante, come fare a vivere pienamente un concerto di Tom Odell se non nell’attanagliante disperazione quotidiana delle nostre vite, relazioni, situazioni, ordini sociali e geopolotici?

Applichiamo il metodo Stanislavskij al contrario, induciamo e non deduciamo sulla Sturm Und Drang che Odell causa in noi. Prima di tutto, non è cosi assurdo pensare a una connessione cosmica tra l’erede del Brit pop più interessante che percepisco oggi (Black Friday è un album non scontato) e il resto del mondo, con tutti i suoi mali. Another Love, l’esordio del 2012 del giovane Tom che metteva in struggenti rime baciate al piano la paralizzante stanchezza di chi vuole amare nuovamente ma è stato stroncato da tutto quello che è venuto prima, e l’ha lasciato vuoto era il ritornello perfetto di una generazione che cercava nuovi modi per identificare l’individualismo imperante delle relazioni (finite) nel nuovo millennio, o meglio, e’ quanto di più onesto si possa dire a qualcuno quando ci sentiamo tabula rasa di emozioni e passiamo le giornate a scrollare l’archivio delle nostre storie su IG per ricordarci che persone interessanti e amabili eravamo prima di esserci persi per qualcun altro.

Nel 2022 la canzone, vittima di quell’amore per il second hand e i corsi e ricorsi storici che solo noi umani, esseri dotati di pensiero e nostalgia, siamo capaci di provare, ha vinto la sfida di Tik Tok diventando l’inno di una nazione in guerra, dei movimenti per le donne in medio oriente, insomma, è diventata un canto di ribellione. Quante interpretazioni ci sono in un pezzo che Odell ha detto essere “a confusing one” e parla della volontà di andare avanti ed essere diverso, quando non ci si riesce?

Mille. Giustificheremo cosi il sold out (presenti tantissimi stranieri). E ieri ero pronta per farmi diversi piantini. Del resto, è uno dei risk-taker della musica, quelli che suonano il piano e cantano. Metti un piano su un palco, ed è chiaro che sei nella sessione intimista del concerto, e tutti sull’attenti a preparare le birre in cui annacquare le lacrime (ma cosa ti aspetti da uno che ha scelto di essere un solista perchè non voleva dover contare su nessuno?). Tieni un pianoforte sul palco per tutto il concerto, stai facendo un atto di forza, ma sicuramente non vuoi causare una crisi esistenziale a una sala gremita di gente. E infatti cosi è stato.

His Band, tra cui figurano gli ormai storici Max Cliverd, Max Goff e Toby Couling, hanno messo su con Odell uno show completo, energico (con tanto di Odell volante sul piano per Flying 🙂), disperato, semplice: una mezzaluna di schermo che ora è tenda ora è una sfumatura, ora è luce e basta, contro cui si stagliano Odell, giacca e camicia scura (bello, da dire eh), un pianoforte a coda, due corde, batteria, tromba, sassofono, violino. E la vitalità di Odell è talmente alle stelle, la voracità della sua voce, pienissima e fortissima, tale che a me sembra ci manchi poco a tirare giù la maschera e lasciarci Paul McCartney sul palco.

Non esagero. Siamo abituati a un Tom Odell sussurrato, doloroso e dolorante, qui abbiamo una versione a pulsione nucleare, basta vedere come arringa il pubblico dal primo pezzo, Loving You Will Be the Death of Me, e su Spinning, entrambe perle del nuovo lavoro. Spinning in realtà è molto piu delicata, ma Odell sul palco benedice le prime file con un immaginaria santiera di tristezza sul “we cant be together and we cant be apart, wère gonna spin round forever, with two broken hearts” con una voce quasi cavernosa, diversa ma bellissima, proponendoci un’altra versione di sè e della sua visione sugli amori impossibili (quella della furia che li contraddistingue, da sempre). Tutto diverso da quando inizi a sentire Black Friday, con Answer Phone, che proietta subito su un mood beatlesiano, e ti fa capire che Tom è cresciuto. E che dire di Parties? Odell la lancia come apertura della seconda metà del concerto con la sua batteria andante che la rende una canzone indie-pop, ed è estremamente dark comparata alle altre dal vivo (come non potrebbe esserlo una canzone che recita Look up at the sky, say something like/”If I died tonight, would you miss me?”) soprattutto nella coda esasperata di you’re the only reason that I came a questo maledetto party.

Potremmo dire lo stesso dei pezzi storici, cantati a memoria da tutti i presenti, parlo di Magnetised, The End, l’intensissima Hold Me e ovviamente Heal. Ma ecco, io ero pronta veramente a piangere, ne avevo bisogno, dove cavolo è la mia catarsi Tom? Che ne hai fatto? Invece ero schiacciata tra fan adoranti. Pensavo di pregustarmi un’oretta e mezzo di tristezza infinita e inconsolabile alienazione dalla razionalità, invece mi è stato proposto di unirmi a un urlo sguaiato che non ero pronta a sfoderare. L’unico momento di intimità, piu’ della sessione a tre (chitarra, violino, voce) che ha visto l’alternarsi di I Know e The End Of The Summer), l’ho avuto con la cover song, che differentemente dalle altre date del tour in cui si sono alternate True Colors di Cindy Lauper e anche una splendida versione a due con Olivia Hardy (Wasia Project, opening act di Odell) della canzone da Oscar What I Was Made For della Eilish, ha visto sul palco Odell intonare un’acustica al piano, dolcissima, di Motion Sickness di Phoebe Bridgers, tra il vuoto assordante dei presenti, che per un buon tre quarti non aveva minimamente idea di chi fosse (sempre un risk-taker, Tom, bravo!).

E qui Tom ci regala una nuova chiave di volta: se sei disperato, puoi anche urlarlo al mondo. Se una lezione dell’universo capitalista che viviamo è la strong recommendation di “mi raccomando, fai vedere sempre di performare, non piangere o meglio non farti vedere piangere, che poi la gente non si fida, non investe su di te, anche perche stare vicino a chi piange è una lagna”, Odell con questo show urlato di dolori sino ad oggi solo soffiati in una tremula sala di registrazione ci dice: al diavolo, urliamolo per bene, questo è il pianto che dovevamo fare di nascosto, ma almeno lo facciamo insieme.

E qui arriviamo a celebrare le nostre sfortune e crepacuori, oltre che il cantore più di successo di tali disgrazie, brillante nella sua mise all-in-black, e rendiamo grazie a chi sembra stare dalla nostra parte quando siamo a pezzi e vorremmo solo trovare un modo intelligente di rispondere a chi ti dice “e dai, cerca di stare su” o di “razionalizzare”.  Per un momento sono autorizzata a essere la peggior versione di me, e va benissimo.

Salvo poi svegliarsi e capire che, alla fine, va benissimo davvero. Sarà per questo che stamattina era un Black Friday, con un debole sole e zero voglia di partire per le infinite possibilità delle prossime scoppiettanti 24 ore. No, non è perchè non ho pianto. È perche speravo di essere distrutta e toccare un fondo, invece me ne sono andata frastornata e inconsciamente rinvigorita, ma appena fuori dall’Alcatraz non l’avevo capito. Ho dovuto forzare una situazione al suo momento di crisi, entrare in macchina, riascoltare Odell, fare tardi a lavoro.

Oggi è il miglior giorno della mia vita, perchè ogni buona crisi non andrebbe mai sprecata. C’è del buono nel dolore, e non andrebbe mai nascosto: è parte di noi, siamo noi e c’è chi come Odell che ha capito che in questa trasparenza c’è la chiave per entrare nelle vite di tanti. E, nella loro brutale debolezza, per accettarle.

Clicca qui per vedere le foto del concerto di TOM ODELL a Milano o sfoglia la gallery qui sotto

Tom Odell

TOM ODELL – La scaletta del concerto di Milano

Loving You Will Be the Death of Me

Can’t Pretend

Magnetised

Spinning

The End

Flying :))

Best Day of My Life

Behind the Rose

Grow Old With Me

Parties

Heal

fighting fire with fire

Black Friday

Getaway

Hold Me

The End of the Summer

Somebody Else

I Know

Motion Sickness (Phoebe Bridgers Cover)

Another Love

Written By

Dall’Adriatico centrale (quello forte e gentile), trapiantata a Milano passando per anni di casa spirituale, a Roma. Di giorno mi occupo di relazioni e istituzioni, la sera dormo poco, nel frattempo ascolto un sacco di musica. Da fan scatenata della trasparenza a tutti i costi, ho accettato da tempo il fatto di essere prolissa, chiacchierona e soprattutto una pessima interprete della sintassi italiana. Se potessi sposerei Bill Murray.

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