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Sotto il cielo di Lagundo: il viaggio interiore di XAVIER RUDD

Sotto un cielo minaccioso che ha poi risparmiato la pioggia, il polistrumentista australiano ha incantato il parco Festplatz di Lagundo con un rito sonoro scalzo, intimo e viscerale tra inni indigeni, groove reggae e pura connessione con la natura.

Foto di Matteo Scalet | Articolo di Costanza Garavelli

Una cornice di lampi e spesse nuvole accoglie la folta colonna di persone radunate davanti all’ingresso del parco Festplaz di Lagundo. Gli sguardi preoccupati verso il cielo non riducono la voglia di prendere posto davanti al palco che si staglia contro il cielo scuro nel centro della piazza. Un solo ospite stasera. Che da solo occupa tutto lo spazio di un palco, di un concerto, dei cuori delle persone. Non servono gruppi di apertura, non è necessario riscaldare l’atmosfera, preparare il pubblico, pensa a tutto lui. 

Stiamo parlando di Xavier Rudd, che necessita ormai di ben poche presentazioni, ma del quale ribadiamo un paio di cosette: parliamo di one-man-band, un polistrumentista con un talento fuori dal comune, in grado di passare senza battere ciglio da una delle proprie chitarre alle pelli, mentre suona due digeridoo. 

Classe 1979, Xavier Rudd nasce e cresce a Torquay, sulla costa meridionale del Victoria, in Australia, dove l’oceano e la natura non sono soltanto uno sfondo, ma un modo di vivere. È un legame che attraversa tutta la sua produzione: nei suoi brani il mare, la terra e il senso di libertà riaffiorano continuamente, trasformandosi in immagini sonore di rara intensità. Fin da bambino musica e onde accompagnano il suo percorso. Poi arrivano gli anni del viaggio, dentro e fuori di sé: zaino in spalla, la strada come casa e le prime esibizioni da busker, senza un progetto preciso se non quello di lasciarsi guidare dall’incontro con il mondo e dalla ricerca della propria voce e della propria identità. Seppure in Australia il successo bussa alla sua porta quasi una decina di anni prima, il successo a livello planetario esplode nel 2012, con l’uscita del celeberrimo brano “Follow the sun”. Il mondo da quel momento in poi non si dimenticherà più di lui. 

15 - Xavier Rudd

Ebbene, stasera lui è qui e nonostante tutto sale sul palco alle ore 21 in punto, senza farsi attendere, senza atteggiamenti da rock star incallita. È scalzo, come sempre, come sempre indossa una salopette, questa volta chiara, con disegni in stile aborigeno. Entra e sorride emozionato, sotto al palco un boato, lui ci guarda con gli occhi lucidi, come fosse una delle sue prime volte on stage. Prende posto in una delle tante postazioni che campeggiano sul palco e imbracciata una delle sue chitarre soffia nel digeridoo di fronte a sé le prime note di “to let” pezzo tratto dall’omonimo album inciso agli albori della sua carriera nel 2002. I primi pezzi sono un viaggio nelle sonorità tribali e ipnotiche dei suoi primi album riflettendo la sua evoluzione artistica e l’impegno sociale che sin dai primissimi anni contraddistingue i suoi testi. Cerca gli sguardi e la complicità del suo pubblico Xavier, mentre racconta il dolore della distruzione delle culture indigene, di una terra ferita e di una società materialista e fredda, alla quale risponde con inni alla libertà e all’importanza di vivere senza conformarsi, ritrovando le proprie radici e una profonda connessione con la natura. La risposta è potente e coinvolta, sotto il palco si sperimenta una forte sensazione di unione nella voglia di cambiare le cose, di non lasciarsi sopraffare dal lato oscuro di questo mondo acciaccato.

Xavier decide che è tempo di portare la conversazione ad un livello più intimo e fragile. Il suono dolce della slide Weissenborn introduce il pubblico in uno dei suoi brani più delicati: “breeze”. È nella sua natura e in quella della sua musica riuscire a muovere tra le corde più profonde e sensibili della gente e in poco tempo sotto al palco non si contano più le persone che in lacrime gli sorridono in ritorno intonando il ritornello del brano con le mani appoggiate al cuore. È un momento di intensità tale da allentare i confini tra gli individui, che trovano complicità e affetto nello sguardo dello sconosciuto accanto. 

Il concerto procede in questo viaggio nella fusione tra suoni tribali e canti aborigeni al groove in levare di un reggae che non permette di stare fermi, passando per note blues e rock. Un viaggio tra gli strumenti più disparati e i racconti più profondi per poi riemergere in un’atmosfera di libertà che sa di oceano, surf e sale tra i capelli. 

Appena terminato Lioness Eye”, brano d’apertura del suo album più celebre, Spirit Bird (2012), Xavier si alza dalle pelli appena percorse dal ritmo incalzante della canzone, impugna la bandiera aborigena australiana e, senza bisogno di molte parole, riafferma con fierezza il profondo legame con le proprie radici e con la cultura dei Popoli Primi australiani. È un gesto semplice, ma carico di significato, che attraversa tutta la sua musica e il suo percorso umano.

Quando arrivano “We Deserve to Dream” e “Follow the Sun”, il parco si trasforma in un unico grande coro. Xavier sorride, si allontana dal microfono e lascia che siano le migliaia di voci davanti a lui a portare avanti le melodie. Per qualche istante il concerto sembra appartenere più al pubblico che all’artista: un momento di rara comunione, in cui musica e persone si fondono in un’unica emozione. Se tutto finisse lì, basterebbe comunque a lasciare il pubblico con l’anima colma di musica, bellezza e gratitudine.

Ma Xavier ha ancora qualcosa da condividere. Torna sul palco per l’encore e ci accompagna negli ultimi due capitoli di questo viaggio. Il primo è “Morning Birds”, pubblicato nel 2025 e scritto durante un tour negli Stati Uniti, quando la distanza dagli affetti più cari aveva reso ancora più evidente il valore della famiglia. È un brano intimo, che riflette con delicatezza sul contrasto tra il rumore incessante del mondo contemporaneo e quella pace silenziosa che nasce dal sentirsi parte di un legame autentico.

Il viaggio si conclude con “Part of Life”, pubblicato nel giugno di quest’anno, una composizione che racchiude perfettamente la visione artistica di Xavier Rudd: ricordarci che l’essere umano non è separato dalla natura, ma ne è parte integrante. A rendere il brano ancora più significativo è la collaborazione con Jane Goodall, la celebre etologa e attivista che ha dedicato la propria vita allo studio degli scimpanzé e alla tutela del pianeta. La sua voce registrata chiude il pezzo con un messaggio di responsabilità e speranza, trasformando la canzone in qualcosa che va oltre la musica: un invito a riscoprire il nostro posto nel mondo, a prenderci cura della Terra e a riconoscere che ogni forma di vita è legata alle altre da un equilibrio tanto fragile quanto prezioso. È il finale perfetto per un concerto che, più che uno spettacolo, si rivela un’esperienza di connessione profonda con la natura, con gli altri e con noi stessi.

E se ve lo state chiedendo…no, nemmeno una goccia di pioggia!

15 - Xavier Rudd

XAVIER RUDD – la scaletta del concerto

  1. TO LET
  2. LET ME BE 
  3. CULTURE BLEEDING 
  4. BREEZE (Xavier Rudd & Izintaba song)
  5. STONEY CREEK 
  6. ENERGY SONG 
  7. MAGIC
  8. LIONESS EYE 
  9. FLAG
  10. WE DESERVE TO DREAM
  11. STORM BOY 
  12. COME LET GO 
  13. MESSAGES
  14. SPIRIT BIRD
  15. THE REASONS WE WERE BLESSED (Xavier Rudd & Izintaba song) 
  16. FOLLOW THE SUN 

ENCORE

  • MORNING BIRDS 
  • PART OF LIFE
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