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Reportage Live

LA RAPPRESENTANTE DI LISTA suona a Milano e la vita è una giostra perfetta (o forse più un film di Ozpetek)

Pensieri e flash sul concerto del duo Lucchesi-Mangiarancina al Fabrique del 21 novembre e per quando la neve finirà. Essere umani è una cosa bellissima, anche se spesso non ce ne vantiamo.

Articolo di Marzia Picciano / Foto di Andrea Ripamonti

Premessa: non cercherò di raccontarvi come è andato il concerto de i La Rappresentante di Lista di ieri 21 novembre al Fabrique di Milano senza far trapelare il mio essere chiaramente una fan del progetto musicale di Veronica Lucchesi e Dario Mangiarancina. C’è da dire che dopo le pluri consacrazioni del festival della canzone italiana i due sono capaci di raccogliere pubblico a frotte anche all’ennesima tappa di una tournee (non ancora finita) che propone My Mamma e ultimi successi, che si tratti di influencer o persone normali esaurite già alle prime 24ore di una settimana che si preannuncia fredda e infinita. Ma questo è anche il merito che bisogna riconoscergli: saper cantare a tutti, comunicando principi di lotta e resistenza con estrema grazia e potenza (e da Go Go Diva in particolare, con una leggerezza che da tempo agognavamo nella produzione musicale nazionale). E soprattutto, poche volte vedi un pubblico che sposa così in pieno la causa del suo biglietto: solo per questo, dieci punti a la LRDR!

Siccome non servono presentazioni, andrò dritta al punto. Il concerto dei La Rappresentante di Lista è stato un lungometraggio molto italiano (ma senza l’accezione stanisiana negativa) per contesto, scene, movimenti e sentimenti. Un festoso dramma casinista, con sprazzi di intimismo. Si è iniziato con un primo piano buio in discoteca, con Dario che si adoperava come virtuoso disc-jocker alla consolle facendo partire una versione claustrofobica da after party di WooW, passando quindi alla taranta lanciata su Sarà, alla versione che Giovanni Lindo Ferretti avrebbe fatto di Resistere, o quella di Bandabardò su Guarda, fino al dj set da festa di Capodanno nel garage dei genitori in cui sono passati in totale nonchalance simil Aventura, Donna Summer e Robin Thicke (che la SIAE e i miei 15 anni li abbiano tutti in gloria). Veronica e Dario condividono insieme ad una squadra ormai affiatata di professionisti un palco che a questo punto del loro tour è un po’, come loro stessi dicono, un tirare le somme, fare una crasi delle puntate precedenti, celebrare quelli che sono stati i punti salienti di una marcia per l’Italia a presentare non un album ma un concetto di fare musica con messaggi e orientamenti estremamente chiari e schietti tanto quanto una dichiarazione di guerra verso tutti quelli che mentono a se stessi sul mondo che li circonda.

Dress code a metà tra scolaretta bagnata da video delle t.A.T.u e tailleur business casual anni ’90 a coprire un body di latex rosso (come se le Pussy Riot mi fossero finite un video di Madonna, Like a Virgin), in ogni caso sempre molto glamour. Se Veronica è disperatamente affascinante ed affabile nell’interpretare ogni singola parola cantata, Dario è l’operatore di accensione e controllo una macchina musicale che va a fare le pulci alle anticamere dei pensieri di ogni presente in sala e può permettersi di volare su Fragile e Cosa Farò eccheggiando i Subsonica e l’analista che ci aspetta per la seduta settimanale.

Impressione: un film di Ozpetek. Quindi, un Decamerone dell’anima umana in preda a introspezioni, spasmi di gioia, estasi o esasperata desolazione, una fastidiosa irrepresensibile tendenza all’eccesso nelle parole come nei silenzi; in breve la commedia dell’assurdo di cosa siamo e come siamo arrivati qui, in questo universo teso tra il mito dell’individualità consumata e patinata, “giostre perfette” e una metodica ricerca del salvifico spirito dei nostri avi.  Veronica e Dario sono benefiche mine vaganti, beniamine di un pubblico che è uno spaccato della giuria demoscopica della nostra società così come la vediamo spuntare, più o meno coraggiosamente, su Twitter&co. Comprende donne, vecchi e bambini e tutti coloro che hanno la capacità, davvero non scontata oggi, di sentire il richiamo di un messaggio universale.

E’ difficile non riuscire a comprendere, con una stretta appena sotto l’addome, “la canzone che fa esplodere i denti” di Questo Corpo (suonata insieme ai primi cinque pezzi in riarrangamenti tali da renderli completamente diversi dalla loro radio edit); anche se appena pigiata sui tasti di una fisarmonica, è difficile non riconoscere quel movimento che si attorciglia nello stomaco sino al punto di inizio di tutte le gioie e i dolori. E’ difficile non farsi prendere dalla festosità ferocemente ironica di Ciao Ciao e Diva, che suonate insieme a Oh Ma Oh Pa hanno riportato un atmosfera da serata dopo un inizio così introspettivo da aver destabilizzato, forse all’inizio un po’, gli intrepidi fan accorsi al Fabrique nonostante fosse un lunedì, il locale scoppiasse di gente e l’umidità fredda e permeante della serata fosse il miglior disincentivo a stamparsi in faccia glitter e brillantini e andare a bearsi della conscia struggente frivolezza de La Rappresentante di Lista. Un po’ come mettersi in viaggio per il primo maggio delle nostre aspirazioni mai realizzate, tutti sgargianti nelle nostre personalità, in mezzo al più scontato degli scioperi dei mezzi e guarda tu, zero parcheggi all’orizzonte.

Ecco, ci piacciono i La Rappresentante Di Lista e forse anche i film di Ozpetek perchè in fin dei conti fanno proprio questo: ci assolvono nel carnevale della nostra esistenza, ci dicono che andiamo bene così come siamo, anzi non dobbiamo mai smettere di ricordarci chi siamo lì in fondo sotto chili di aspettative mai nostre, senza pretese e senza condannare in ogni caso la nostra euripidiana mediocrità. Anzi festeggiamola.

I La Rappresentante Di Lista, da molto prima di Sanremo (e in particolare da quel gioiello difficile da superare di Bu Bu Sad) ci ricordano che siamo dolorosamente umani e reali nelle nostre necessità, fisicità, brutture che non dovremmo fare altro che celebrare come straordinarie opere di resilienza in un mondo fatto di guerre per la sopravvivenza di tanti io e super io tutti lì pronti ad attaccarci, gli stessi che “hanno bisogno di te per far si che la loro vita/valga almeno la rovina della vita di qualcun altro”. A concludere è stata proprio Un’Isola, suonata in mezzo, anzi dentro, al pubblico, fuori dal palco, voce e chitarra illuminati da due raggi alogeni e io, un metro e tanta voglia di crescere di fronte a una leopardiana siepe di gente a nascondermi questa magia, mi sono trovata ad assistere a una struggente aurora boreale, delicata e sacra quanto un presepe tra le mani di un bambino. Se no man is an island, stasera c’era un’isola di uomini e donne a godere di due ore di espiazione e a celebrare il loro essere perfetti così come sono, malgrado tutto.  

Clicca qui per vedere le foto de La Rappresentante Di Lista in concerto al Fabrique di Milano (o sfoglia la gallery qui sotto)

La Rappresentante di Lista

LA RAPPRESENTANTE DI LISTA – La scaletta del concerto di Milano

Woow
Religiosamente
Sarà
Guarda
Questo Corpo
Resistere
Amare
Diva
Oh Ma Oh Pa
Fragile
Cosa Farò
V.G.G.G.
Ciao Ciao

Encore
Alieno
Mai Mamma
(DJ SET)
Un’Isola

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Dall’Adriatico centrale (quello forte e gentile), trapiantata a Milano passando per anni di casa spirituale, a Roma. Di giorno mi occupo di relazioni e istituzioni, la sera dormo poco, nel frattempo ascolto un sacco di musica. Da fan scatenata della trasparenza a tutti i costi, ho accettato da tempo il fatto di essere prolissa, chiacchierona e soprattutto una pessima interprete della sintassi italiana. Se potessi sposerei Bill Murray.

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