MonoNeon | Roma Jazz Festival c/o Monk Club – 05/11/2023
Dopo giornate in cui ha piovuto anche l’anima dei più famosi parenti defunti di Pippo, Roma sembra tornare a respirare.
Tra un concerto di Madame ed uno di Dywane Thomas Jr., in arte MonoNeon, questa temporanea concessione di meteo favorevole mi porta al cospetto di quest’ultimo, tra i nomi di punta del Roma Jazz Festival. Per l’occasione, la rassegna giunta alla sua 47ma edizione, si sposta dall’Auditorium Parco della Musica ad un contesto più giovane e fresco come quello del Monk Club.
Ma chi è MonoNeon? Gli amanti delle quattro corde già sapranno vita, morte e miracoli di questo giovane che viene dal futuro.Per tutti gli altri, è importante una premessa: l’abito non fa il monaco.Ma andiamo con ordine.
Calano le luci in sala e sul palco arrivano i tre membri della live band che accompagna MonoNeon in tour: Xavier Lynn (chitarra), Charlie Brown (tastiere) e Devin Way (batteria).
Dywane, classe 1990, born in Memphis, Tennessee, raggiunge il palco per ultimo e lo fa esattamente come ci si aspetta.Ovvero, come lo si vede nelle fotografie che Google ci restituisce se cerchiamo il suo nome online.Il volto è coperto da una maschera ricamata ad uncinetto e l’abito è un completo patchwork. Nonostante l’ispirazione sia prettamente dadaista (le reference fanno capo principalmente a Marcel Duchamp), l’effetto concreto è quello di un giovane con addosso una vecchia trapunta riadattata a tuta. Sicuramente non passa inosservato: un po’ perché l’outfit è quanto meno sopra le righe, un po’ perché in modo quasi ossessivo compare ovunque la scritta “MonoNeon”.Le dita si posano sul basso, si settano un paio di dettagli, inizia il live.
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Quella di MonoNeon non è musica da ascoltare sdraiati sul divano: dal suo Fender personalizzato («quell’arancione e giallo ad alta visibilità sono i miei colori preferiti») escono sonorità stratosferiche. L’incontro perfetto tra avant-garde, southern soul, jazz e funk: una fusione che in 10 anni di attività lo ha portato alla pubblicazione di ben 25 album. Ultimo bassista assunto da Prince prima della sua prematura morte, MonoNeon cattura perché è in grado di trasportare l’ascoltatore in un’altra dimensione. Non mancano assoli e virtuosismi, il pattern sonoro che avvolge il Monk è caldo e contagioso. D’altro canto, però, lo spettacolo dal vivo lascia un po’ l’amaro in bocca. Le dimensioni del palco non aiutano: non c’è spazio fisico per muoversi e, di conseguenza, ognuno resta fermo nella propria zona di comfort. Ne risentono gli occhi in termini di noia. Occhi che, in ogni caso, faticano a vedere cosa accade sul palco: le luci (quasi assenti) illuminano sporadicamente MonoNeon, lasciando di fatto il pubblico a dover immaginare un contesto.
È forse rilevante ai fini dell’esibizione? Ni. L’opinione personale è che il gusto di un concerto dal vivo si compone di un’esperienza completa. D’altronde, se voglio ascoltare un ottimo disco posso farlo benissimo a casa da sola. La magia di un live sta tutta nelle emozioni che il palco restituisce al pubblico e che vengono veicolate non solo ai timpani.
MonoNeon ha carattere, è un fuoriclasse e sa di avere il futuro in mano: l’evento al Monk è stato un esercizio di stile. Anzi, un ottimo esercizio di stile. È mancato, decisamente, lo scambio reciproco che naturalmente dovrebbe coesistere tra artista e pubblico.
























