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Reportage Live

L’inquieta, ipnotica verità di ONEOHTRIX POINT NEVER a Milano

L’unica data italiana del guru dell’ambient di New York insieme a Freeka Tet, ospitata dall’unico luogo che poteva coglierne l’opportunità “spirituale”, ovvero l’Auditorium di San Fedele di Milano, è stata un viaggio tanto visivo quanto sonoro alla ricerca delle fondamenta, diroccate, che stanno alla base di un mondo in crepa costante.

Foto di Riccardo Trudi Diotallevi per Inner_Spaces

Articolo di Marzia Picciano | Foto di Riccardo Trudi Diotallevi per Inner_Spaces

Se l’esposizione prolungata a luci e suoni intermittenti può determinare un piccolo scompenso nel nostro ciclo cicardiano, allora è chiaro che un concerto di un’ora e qualcosa di Daniel Lopatin, ovvero Oneohtrix Point Never, può tranquillamene fungere da anticamera del glitch rivelatorio della crepa che scorre rapida sotto la base su cui poggiamo. Una seduta di EMDR, ma carica di poetica dell’inquietudine.

No, non è un gioco di metafore dal sapore piuttosto distopico, piuttosto è l’immagine che ho fissa nella mente dopo aver visto per la prima volta Lopatin, e praticamente da neofita (non ci nascondiamo), in combo in questo caso con l’envisage futuristico del franco newyorkese Freeka Tet all’Auditorium San Fedele di Milano. 450 posti sold out da mesi per l’unica data italiana, questo 6 maggio, dell’artista newyorkese che forse più di tutti ha portato il mondo dell’elettronica ambient alla fama pop. Qualche prova? Basti pensare alla presenza in FKA Twigs, il sodalizio con The Weknd, le comparsate con Rosalia e Caroline Polachek e, ovviamente, a quella cinematografica – soprattutto per la fortunata collaborazione con i Safdie, fino alla colonna sonora di Marty Supreme.

Ora naturalmente non è solo qui il valore di Daniel Lopatin, per quanto non è sbagliato dire che c’è tanto di cinema(tografico) nei sintetizzatori anni ottanta e nella ricerca della nostalgia perfetta, come nel concetto che il nostro ha del fare musica: ovvero, un’esperienza di lucida autenticità in un ineluttabile andare avanti, che non avviene mai dentro noi stessi. Una tarlatura solo apparentemente psicotica.

Premessa: qui, nella kermesse Inner_Spaces della Fondazione San Fedele, sotto la guida visionaria – davvero – di Padre Antonio Pileggi, che supportato dalla direzione artistica di Gaetano Scippa (e per l’occasione di questo live, da Kadmonia e Slam Jam) da più di dieci anni porta nella sala acusticamente perfetta dell’Auditorium, unica in Italia dotata infrastrutturalmente di un Acousmonium scavato nei palazzi di San Babila, i nomi internazionali e nazionali più interessanti dell’elettronica e jazz sperimentale celebrando un connubio con Dio dalla semplicità rivoluzionaria, Lopatin doveva venirci già nel 2014. Un incidente quasi improbabile sul treno ne ha rimandato all’arrivo, quindi a maggio 2026, insieme a Freeka Tet, a questo giro suo complemento per la performance audivisiva, perché di questo stiamo parlando, al di là di essere stati a un, per lo meno formalmente, concerto.

Tranquilizer, questo il nome dell’ultimo disco del nostro, è una performance al sapore di VCR e felpe in acetato, in cui i due ieri sera hanno mescolato suono, memoria ed estetica digitale. Ha la stessa potenza visiva degli incubi di Tom Cruise in Vanilla Sky, con la differenza che in questo caso potrebbero essere veri, o straordinariamente verosimili anche per noi che non siamo nella trama di un film.

Serve prima capire la filosofia che sta dietro OPN. Dice il padrone di casa presentando l’artista (momento che adoro, in ogni caso) che Lopatin “non vuole restaurare il passato, ma mettere in corto circuito il passato con il presente” andando a pescare e legare frammenti di quella che è una quotidianità reale, onirica, simbolica, inevitabile tanto quanto la storia che ci ha seguito dal momento in cui siamo venuti al mondo.

Inoltre, sdogano un classico delle frasi fatte da LinkedIn per dire che si, davvero, il digitale è abilitatore del reale, e anche se mi morderei la lingua per aver solo anche pensato tale banalità, è pure vero che raramente ci imbattiamo in trasposizioni così perfette, o meglio in soggetti che prendano veramente in parola l’opportunità. Di usare appunto la tecnologia davvero per fare non tanto arte, ma aprirci un mondo.

Immergersi nell’immaginario sonoro di Lopatin vuol dire penetrare nelle crepe della realtà, e serve sempre una parte visiva. Non a caso i due entrano in scena su un remix di Everybody’s Gotta Learn Sometimes, e no, non è un set di Gondry. Ma ci aspetta qualcosa di simile.

Lopatin e Freeka Tet danno il via alle visioni con l’apocalittica Nil Admirari, scenari combinati a riverberi che sembrano mutuati a Resident Evil: ci si avventura in labirintici laboratori (magari stilizzati come quelli sui loop ossessivi di Rush) o quello che crediamo che di fatto siano. Siamo davanti immagini incerte, che si sciolgono, sfocate tanto quanto i poligoni dei videogiochi dei primi anni duemila – ma il senso è proprio quello: non è tanto l’immagine in sè per sè, ma la forza evocativa che una serie di elementi, insieme, applicano sulle nostre sinapsi nate e cresciute negli anni ‘90. Continuiamo a saper leggere un testo dalle lettere arbitrariamente collocate, perché sappiamo di cosa si tratta.

Un doppio schermo ci rivela la realtà del mondo del Bianconiglio: un rimasuglio di inserti commerciali istantaneamente proiettati su un doppio schermo con la stessa velocità dei camei disturbanti piazzati da un aspirante regista simil-Tyler Durden, cartoni, corridoi disegnati infiniti (dalla grafica di R Plus Seven), porte epiche che si aprono su Termopili color carne, scheletri danzanti con tanto di corone di fiori, carte da parati e pagine di libri di scuola, mondi in cui entriamo da schermi posizionati su moquette allucinate, come se altro non potessimo che vederci attraverso infiniti riflessi e cable tv. Nel frattempo, il tempo accelera, si fa isterico su Rodl Glide, si ipnotizza su Cherry Blue, si mette in pausa e si “rallenta”.

Cos’è reale?

La musica.

A Rolling Stone USA Lopatin ha detto che la sua musica è una specie di cartone animato allucinatorio fatto di suoni. A vederlo, sentirlo, concordo.

Senza di quella, senza musica, perderemmo il filo, perderemmo il senso: ci spiega e normalizza i pensieri intrusivi che ci bloccano come le improbabili immagini che Freeka Tet fa sfilare davanti ai nostri occhi, immersi nei fumogeni che invadono le prime file. Momenti di luminosissimo vuoto sospeso si alternano a hit da trance session oscure, illuminate solo da una poliziesca sonda rossa. Questi sono pezzi sensoriali che come diceva Padre Pileggi “oscillano perennemente tra familiarità e straniamento” grazie al trattamento di sintetizzatori, computer e campionamento, una digitalizzazione dell’esperienza che non è altro che un altro, nuovo, inafferrabile sebbene chiarissimo paesaggio emotivo.

L’organo di Chrome Country, del resto, cos’è, se non la necessaria conclusione di un refrain di piano e voci che è molto più una dimensione interiore che una combinazione sonora? Il faro luce che si muove per tutta la sala, una luminosità tanto intimistica quanto minacciosa, non traduce la richiesta di guida in un momento tanto forte di caos sentimentale?

Eppure non è un lavoro di recupero, quanto di trasformazione. Quest’opera omnia richiede attenzione costante, eppure non è così difficile darla. Siamo naturalmente attratti da uno  show tanto quanto lo siamo dalle nostre perversioni, Lopatin lo sa, ci mostra, sonoramente e visivamente, la nostra torta preferita ad ogni pezzo, solo che noi non ne ricordiamo il nome, se lo sapessimo ah – sapremmo il guaio in cui siamo dentro, colti in fragrante mentre ne godiamo appieno. Eppure, quanto è bello esserci dentro?

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Dall’Adriatico centrale (quello forte e gentile), trapiantata a Milano passando per anni di casa spirituale, a Roma. Di giorno mi occupo di relazioni e istituzioni, la sera dormo poco, nel frattempo ascolto un sacco di musica. Da fan scatenata della trasparenza a tutti i costi, ho accettato da tempo il fatto di essere prolissa, chiacchierona e soprattutto una pessima interprete della sintassi italiana. Se potessi sposerei Bill Murray.

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