Ci sono poche cose che possono suonare anacronistiche come una serata emo a Milano. Eppure eccoci qui, più anacronistici che mai al Gate di Milano, giovedì sera come tanti altri, a prendere freddo e a scroccare sigarette come una serata qualsiasi all’Alcatraz, solo che siamo qualche metro più a destra, in un locale più conosciuto per la scena rap (qui dentro ci abbiamo visto Ernia, ma anche Rkomi prima che fosse così famoso), ma oggi abbiamo una cintura borchiata, e parliamo con tutti di quella volta che eravamo in fila ad un concerto dei Green Day che non è mai avvenuto, e prendiamo in giro quel periodo lontano in cui ci piacevano anche i Finley. Ci sono anche dei ragazzini, quelli che i Finley non sanno neanche chi sono. Ed è bellissimo essere tutt’uno con loro, dove non ci sono più differenze
La Wendy Night è un format itinerante che toccherà diverse città italiane (e che ha già sbancato a Roma, al Monk) e che sarà a Torino il mese prossimo. Il senso è portare dal vivo una scena che dal vivo non esisteva ancora, quella emo-punk romana che viveva di feat e intrecci, e che non aveva un palco, fino ad ora. Due ore di musica e DJ fino a tardi (o presto, dipende dai punti di vista) con Emo Sucks e yuks, una band resident (due membri de Il Corpo Docenti) e un intreccio di nomi che fanno su e giù dal palco: Decrow, xDiemondx, IN6N, Suicide Gvng, ma anche Giuze, Ansiah, Spidy & Biso e Ego.

Il nome della serata, così come l’estetica dell’evento, prende ispirazione da un personaggio immaginario peculiare: si tratta di Winnifred “Wendy” Torrace, nonché la protagonista del romanzo horror Shining (1977) dello statunitense Stephen King. Il claim “Roma da urlare” non è casuale, ma si consiglia l’esperienza diretta per coglierlo a pieno.
Come si torna a casa? Senza voce, con un sonno pazzesco e ci si butta a letto con le Doctor Martens ancora alleggiate. Una sensazione che lasciano ben poche esperienze, rare e preziose, quelle che ti riportano ai tempi in cui si viveva di musica, foto sgranate e sigarette, prima di Instagram e prima di qualsiasi altra cosa. C’è un autenticità nella subcultura emo, che non ritroviamo spesso. E non vediamo l’ora di tornare alla Wendy Night anche per questo.



























