Articolo di Simona Ventrella | Foto di Lara Bordoni
A venticinque anni dall’uscita di Mama’s Gun, Erykah Badu è tornata sul palco milanese come se il tempo fosse solo fosse solo un concetto relativo. Davanti a un Alcatraz gremito e in religioso silenzio, la “High Priestess of Neo Soul” non ha semplicemente celebrato un anniversario discografico, ha officiato un rito collettivo, trasformando il concerto in un’esperienza emotiva, sospesa tra passato e presente, dimostrando che la sua voce, il suo carisma e la sua visione rimangono un faro nel panorama musicale contemporaneo.

Avvolta in un cappotto marrone e sormontata dal suo inconfondibile cappello nero, quasi come una corona più che un semplice accessorio, Badu è apparsa sotto una luce ambrata che sembrava scolpire il tempo. L’apertura con “Penitentiary Philosophy” ha subito imposto il tono: basso denso, groove liquido, e una voce che, dopo decenni, non mostra incrinature ma piuttosto nuove profondità. Non c’era traccia di nostalgia. Piuttosto, una dichiarazione d’intenti: Mama’s Gun come organismo vivo, ancora pulsante, ancora necessario.

La scaletta ha attraversato l’album nella sua interezza, ma ogni brano è stato reinventato con l’elasticità che solo Badu e la sua band sanno orchestrare.“Didn’t Cha Know” ha vibrato di una malinconia luminosa, “Cleva” si è trasformata in un groove collettivo, mentre “Bag Lady” ha risuonato come un inno alla guarigione. Ogni brano sembrava respirare, mutare, aprirsi a nuove letture, come se la Badu stesse componendo in tempo reale. L’alchimia tra lei e i musicisti, tra vibrazioni funk, derive jazz e improvvisi silenzi sospesi, ha reso il live un flusso continuo di energia e intimità, capace di trascinare tutti. La band è stata impeccabile nel costruire un tappeto sonoro dove jazz e hip-hop si fondono con naturalezza, come dentro ad un flusso di coscienza musicale, più vicino a una jam spirituale che a una semplice esecuzione.

Ciò che rende Badu unica Erykah Badu, non è solo la voce o la discografia: è la sua capacità di trasformare un concerto in un gesto culturale. I visual d’impatto, le luci, l’uso sapiente degli spazi, tutto contribuiva a costruire un’unica visione dove Mama’s Gun veniva riletto come manifesto di resistenza, femminilità e libertà nera, con la stessa urgenza politica e poetica del 2000. È qui che Erykah Badu si mostra per ciò che è: un’artista che trascende il concetto di genere musicale. In un’epoca in cui l’autenticità viene mercificata e la spiritualità ridotta a estetica, lei continua a incarnare un’idea di libertà radicale, in cui il soul è ancora un gesto di sopravvivenza.
Quando le ultime note sono svanite, non si è avuta la sensazione di un concerto finito, ma di un passaggio: una vibrazione che continua a risuonare. Badu ha lasciato il palco con la grazia di chi non ha bisogno di concludere, perché tutto ciò che serve è già stato detto o cantato.
In una serata che ha unito groove e grazia, eros e introspezione, Erykah Badu ha ricordato a Milano che il neo soul non è mai stato solo un genere, ma un linguaggio spirituale. E in quella lingua, lei continua a essere una delle voci più luminose.
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ERYKAH BADU – la scaletta del concerto di Milano
- Penitentiary Philosophy
- Didn’t Cha Know
- My Life
- One Two
- …& On
- Cleva
- Hey Sugah
- Kiss Me On My Neck
- Blackbox
- Booty
- Annie
- A.D. 2000
- In Love with You
- Orange moon
- Bag Lady
- Time A wastin
- Green Eyes
- Didn’t Ya Know Reprise





























