Articolo di Marzia Picciano | Foto di Sonia Santagostino
Puoi togliere l’uomo dal personaggio ma non il personaggio dall’uomo – così, parafrasando male quello che lo stesso Joe – Joseph Davide Keery, aka Djo (simpatico gioco di parole, ve? Lo sottolineano anche le magliette al merch) aka Steve Harrington di Stranger Things, ha messo per iscritto in un pezzo che è divenuto volente o nolente quasi una nemesi, End of Beginning, mi sembra di poter addivenire a una sintesi.
Almeno, questa è la mia opinione, sul nostro eroe ieri 25 agosto in concerto al Parco della Musica di Milano, ultima data in Italia e a quanto dice lui pure del tour. O per dirla meglio ancora con la ragazza calabrese dietro di me abbracciata al ragazzo: “è proprio iconico come nella serie!”.

Ci siamo approcciati al concerto di Djo con la curiosità di chi ha in mente bene il soggetto, o meglio, sappiamo chi interpreta il soggetto; e abbiamo investigato le sue attitudini musicali, del fatto che incide dischi dal 2014, prima con il psychedelick rock dei Post Animal e poi con il suo pseudonimo (per la precisione, tre), che è stato in tour con Tame Impala (a cui tutto l’ultimo disco, DECIDE, deve molto), che è stato nominato ai Grammy 2026. Impossibile non segnalare la coerenza tra i soggetti: sia quello che Keery è, quello che rappresenta, sul palco o in uno schermo.
Quindi eccoci qui, tra la naturale propensione a voler bene al nostro beniamino e la volontà indagatoria di chi cerca la fregatura, o di capire esattamente: come siamo arrivati qui? Con tutte queste persone, inclusi diversi padri di famiglia e figli (forse stavolta contenti di non dover vedere Anna Pepe ma qualcuno che riesce a fargli ricordare i Beatles in almeno due-tre pezzi). Prodigi del marketing? Sfruttamento acritico delle limerenze adolescenziali che certe “fisse” possono far riaffacciare nel torpido del nostro subconscio ancora affetto dalla sindrome di fine agosto (esiste, è devastante, soprattutto se esistono più di 7 ore di viaggio tra dove siete nati e il luogo in cui concentrate la vostra vita, o meglio, dove vi pagano uno stipendio)?

Il compito è quello di sfuggire al clichè del mettere tutto insieme e vedere Keery o meglio Djo come artista, musicista, polistrumentista e capire bene cosa ha fatto e dove va.
Spogliarci del contesto. E allora, in verità, vi dico: ci sta. Keery e i suoi colleghi di stage suonano bene, molto bene. Inizia con un bel botto grunge (in coda) come Awake per poi passare a musicalità più leggere come quelle di Basic Being Basic e Delete Ya (un genere piacione che metto a metà tra il leggerissimo andante dei Phoenix e il ballereccio de Foster The People), alle ballad chitarrose di Potion e Lonesome Is a State of Mind, fino all’impersonazione di McCartney in Charlie’s Garden. Keery comanda il palco – non piccolo, anzi – e il pubblico con la tranquillità di chi sa che in fin dei conti è nato per fare questo. Ripete il siparietto a chiusura con Mina come fatto a Roma, distribuendo plettri e saluti in prima fila, non prima però di aver fatto del solidissimo rumore in encore (segnalo Chateau e Flash Mountain, per chi non ci credesse). Fan contenti, contentissimi.

Non ho obiezioni vostro onore, e le reference costanti ai 70-90s (rese quasi palpabili dall’effetto sgranato generato dal quantitativo eccessivo di polvere che l’area di Novegro è in grado di produrre, e Djo sa quanta ne sto sputando ancora adesso) impreziosite quando serve da Kevin Parker o Casablancas, lo collocano pure nella parte del musical compass che mi piace, o che ci piace, non saprei dire, ormai è tutto così contaminato, cosa ci piace davvero?
Ve lo dico io cosa ci piace davvero. Una bella storia. Stranger Things è una bella storia. Quella di Djo è una bella storia. Ecco perché sono qui.
La curiosità non basta, voglio vedere se ritrovo lì sul palco la magia di chi ha reso 42 puntate di 5 stagioni interessanti e sostenibile anche un amarissimo gran finale servito senza pietà a inizio anno.

La risposta è sì, cara ragazza dietro di me, hai proprio centrato il punto, e non credo ci sia nessuna necessaria condanna per un pensiero del genere. Ho fatto lo stesso ragionamento quando presi i biglietti per i Wallowers di Dylan Minette (Netflix ci sta rovinando la vita, è evidente).
Per fare un paragone forse più attuale: amo, adoro Phoebe Bridgers, ma mentirei malamente se dicessi che non ho ascoltato e riascoltato Lost Weekend cercando di capire cosa le è successo in questi anni, perché non s’è sposata con Mescal, cercando di intuire la sua umanità in termini di compatibilità con la mia, annidata in quei versi taglienti e nell’intimismo di certi accordi. E non stiamo parlando di gossip, ma di cercare connessioni tra mondi paralleli e intangibili. Quindi, perché non dovrei voler trovare l’iconicità nota di Joe Keery anche nel suo essere musicista?
Ci avrebbe messo di più ad arrivare sin qui, senza tutto il contesto e una trama ben costruita. Forse, ma cosa importa? C’è chi dice: non uscirà mai da quel personaggio. Ma forse, davvero forse, nessuno vuole che ne esca. Siamo a fine estate, finisce tutto, tornano il lavoro, le scadenze, gli ex e le incazzature, le mail odiose, il caldo afoso dell’asfalto ancora riscaldato e ovviamente non siamo pronti per tutto questo. Posso rimanere a dormire ancora un pò, a gingillarmi con le cazzate? Suonassero male, poi.
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DJO: la scaletta del concerto di Milano
- Awake
- Change
- Basic Being Basic
- Link
- Lonesome Is a State of Mind
- Potion
- Roddy
- Fool
- Figure You Out
- Charlie’s Garden
- Gap Tooth Smile
- Delete Ya
- Fly
- Egg
- End of Beginning
BIS
- Chateau (Feel Alright)
- Back on You
- Flash Mountain





























