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SYD – See You Downtown

Ci sono cose che voi non-tamarri non potete nemmeno immaginare… Una di queste è per esempio come possa – in una giornata qualsiasi – un soggetto X, sottoposto a diverse fonti di stress (lavoro di concetto per una decina di ore, code in autostrada sulla via di ritorno a casa), amplificato da variabili di diversa natura (vedi l’indisciplinatezza dell’automobilista italiano medio), decidere di allietare le sue poche ore di libertà con un album di musica dance assordante. Ebbene, secondo recenti studi di marketing, il nostro soggetto X sarebbe proprio l’acquirente ideale del disco di debutto di SYD (alias Marco Pettinato), “See you downtown”.

Ho letto, infatti, che il filo rosso di questo album è l’incitazione a una profonda riflessione interiore nella realtà frenetica e asfissiante contro cui lottiamo quotidianamente per non farci schiacciare. Provate quindi a distendervi mentre ascoltate pezzi come Stop to Rush (smettila di correre, per l’appunto), How many reasons, Just for a while, o To the deeper space. Le porte dell’electro si spalancheranno e verrete trasportati in un’atmosfera fatta di potenti synth smaccatamente lisergici e fracassoni. Chiudete gli occhi, ricordate qualche vecchia produzione dei Kasabian e dei Planet Funk con i pregiati assoli di chitarra che si innestano tra i frangenti psycho e i ritmi ipercinetici (se non vi basta, provate l’hardrock gridato del brano di chiusura, Sinner)… e fermatevi per riflettere e meditare. Se avete ben interiorizzato il pulsare dei beat e siete ormai in preda a una cronica emicrania, è ora di pigiare play sulla track numero 7, Frozen. Il brano, che appare senza un perché, vede il cantante cambiarsi di fretta i panni di Bob Sinclair per indossare quelli di un sofferente bluesman che rende omaggio al sound rurale del Delta americano. Un bizzarro tentativo che, svelando le grandissime potenzialità canore di Pettinato, riesce alla perfezione ma evidenzia allo stesso tempo l’assoluta incoerenza esecutiva del suo album di esordio. Le sorprese non finiscono qui. In I hold you (featuring la tromba di Roy Paci) ed Every grain, sono forti le influenze dei Lacuna Coil (Trentacoste, già loro collaboratore, non a caso è il sound engineer di SYD) o dei Korn, due brani crossover che creano atmosfere visionarie e inquietanti grazie a voci soffuse, archi e schematismi call and response con megafono. Menzione speciale per Trip to Miami, interamente strumentale, un condensato di elettronica di alta qualità che potrebbe infiammare qualsiasi folla danzante dei club che contano.

Candidato a diventare un must dei DJ del Pacha di Ibiza o dei rave delle regioni fredde, See you downtown fallisce rovinosamente nel suo intento, alimentando semmai le nostre incognite mentali. Se c’è un messaggio di fondo alla base di questo calderone di idee, SYD non riesce a trasmetterlo non lasciando spazio alla sua sfera intimistica.

Smetterò di pormi domande e mi godrò questi ritmi martellanti in una notte liberatoria con gli amici a base di laser, sana traspirazione cutanea e, ovviamente, prodotti di largo consumo anti-stress.

Karen Gammarota

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