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“Seek Shelter”: il nuovo disco degli ICEAGE è un rifugio sicuro

Riparo, ricovero, chiamatelo come volete. “Seek Shelter”, il quinto album degli Iceage, è un posticino per il quale si potrebbe sviluppare la famigerata sindrome della capanna. Dopo una decade, il gruppo danese decide di virare verso qualcosa di un po’ più elaborato dei calci sui denti che erano la caratteristica principale del loro debutto, “New Brigade”. 

Elias Bender Rønnenfelt, Jakob Tvilling Pless, Johan Surrballe Wieth e Dan Kjær Nielsen si sono chiusi in uno studio di Lisbona per ben 12 giorni e hanno pensato di aggiungere un nuovo componente alla formazione, il chitarrista Casper Morilla Fernandez. Due settimane particolarmente piovose, a quanto pare, in cui la band non ha fatto altro che suonare, bere, concedersi riposini ristoratori e poi ricominciare tutto da capo. Fino a dare vita a un disco ben lontano dal post punk/hardcore/no wave degli inizi. 

La trasformazione era già in atto nel 2018, “Beyondless” ne è la prova, quindi non si tratta di un cambiamento troppo traumatico. “Seek Shelter” si spinge un passo più in là e nei cori subentra addirittura il Lisboa Gospel Collective, a riscaldare e rendere più soffici le melodie ormai diventate rock poetico, a tratti vintage.

Come da tradizione, tutti i testi sono stati scritti in un’unica sessione, ossia Rønnenfelt ci si è messo per qualche settimana, attingendo da un diario tenuto negli ultimi due anni. Insomma, ogni lavoro degli Iceage ruota attorno all’urgenza creativa, al qui e ora, che è di importanza vitale. 

I quattro singoli che hanno anticipato l’uscita dell’album si dimostrano essere proprio la struttura portante di questo lavoro. “Shelter Song” si apre dolce e comprensiva come un abbraccio e il malinconico assolo di chitarra non fa che confermare questa sensazione. Che viene prolungata anche in “Love Kills Slowly”, una vera e propria ballad. “Vendetta” punta su toni più cupi, quasi blues, e il beat elettronico la rende immediatamente il pezzo preferito. “Drink Rain” è beatlesiana, “Gold City” si distingue per l’uso dell’armonica, “Dear Saint Cecilia” si appella alla santa patrona dei musicisti, che quest’anno avrà avuto un bel po’ da fare. 

The Holding Hand”, ultimo brano ma anche il primo singolo pubblicato, prevale su tutto, per complessità esecutiva e tema trattato e al suo interno racchiude quello che è il significato dell’album. Da ogni canzone traspare un profondo desiderio di salvezza, ma qui si è finalmente arrivati al nocciolo della questione: a chi ci si rivolge quando si è perso il controllo di ogni cosa? Ovviamente, a Dio! Un Dio debole come chiunque altro, inaffidabile ma riconoscibile. 

La ricerca di conforto si traduce in immagini bellissime e crudeli. Emozioni incredibilmente famigliari gonfiate come palloncini. Un gesto tenero a un passo dalla combustione, una persona che diventa temporaneamente un sedativo, una crociata verso un’irraggiungibile sensazione di sicurezza. Tutto questo non spaventa, è brutalmente reale, quindi un sollievo, un rifugio appunto. Capito?

Ok, fine dello spiegone, ascoltate il disco! 

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Anello di congiunzione tra le Spice Girls e Burzum fin dal 1988

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