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Rock

THE CLEARING, i WOLF ALICE fanno un disco per i millenial rimasti senza casa

Articolo di Marzia Picciano

La prima cosa che penso dopo aver sentito THE CLEARING, track by track, inclusi ovviamente i singoli sinora mandati in pasto alle folle come deliziosi appetizer da parte dei WOLF ALICE, è in realtà un pensiero semplice, abbastanza banale. Hanno fatto il disco perfetto per noi millennial rimasti chiusi fuori ella tempesta del cambio generazionale.

Anche solo per questo, innanzitutto: grazie, davvero. Seconda, ma non secondaria: considerato quanto appena detto, direi che è un bel disco.

THE CLEARING

La schiarita, o anche l’atto concreto di spazzare via qualcosa per aprire una visuale, che so, spatole da tergicristallo su vetro coperto di neve, è uscito il 22 agosto, come dicevo, anticipato da una serie di singoli (diciamo che c’è stata una bella spoilerata nel tempo su come avrebbe suonato, ma ok, bisogna tenere attenti i fan oggi), incluso l’ultimo, il fresco e leggermente uptown-style Just Two Girls praticamente a ridosso della release completa: tutti indizi, decisamente eterogenei, che hanno confermato il mio sentiment a caldo. Sparandomelo per intero nel percorso di bici tra Pescara e Francavilla A Mare, schivando le macchine dove manca la ciclabile e i pedoni e i ragazzini in costume a tardo pomeriggio dove invece (r)esiste, il risultato non cambia.

Non sono qui per fare l’analisi logico-musicale del disco che già è stata egregiamente fatta su altre testate.

Non so quanto senso abbia dire che Bread Butter Tea Sugar mi fa venire voglia di mettere su il greatest hits dei Beatles, o che in 11 brani i londinesi Ellie Rowsell, Joff Oddie, Theo Ellis e Joel Amey riescono a ricordare un passato di icone che vanno da Jagger a John, per dare due poli estremi di generi, toccando il country rock in Passenger Seat, il piano rock à la Tori Amos di Bloom Baby Bloom (per me il vero il pezzo), tanto nostalgismo di classic rock da anni 90 (quanto è ninethies White Horses, forse per essere l’unico pezzo davvero doppio, o perchè ci senti Dolores ÒRian e la Morisette insieme?). O forse ha senso farlo, perchè spiega bene il tema della recensione sentimentale che i Wolf Alice mi stimolano a dare di The Clearing.

Qualche mese fa avevo avuto la fortuna di vederli in un private show all’Apollo di Milano per presentare Bloom Baby Bloom, poi in realtà una scusa per fare di fatto un concerto dall’ultimo del 2022, sempre a Milano, per il tour del precedente Blue Weekend (data conclusiva, tra l’altro). In quell’occasione la sottoscritta si è definitivamente resa conto di cosa si era persa, per un bel pò (se volete assaporare di nuovo lo smarrimento emotivo che mi ha causato, basta leggerlo qui) e come già dissi, cavolo, finalmente una band emotivamente cosciente.

Le melodie dei Wolf Alice, in breve, azzeccavano tutto lo spettro dei miei stati umorali e sentimentali, canzone per canzone.

Essendo Cancro ascendente Cancro beh, in termini di disagio esistenziale so di cosa parlo (e per i detrattori della combo, lo ammetto: non mi sopporto nemmeno io). In un momento abbastanza complesso mi era parso di trovare una band che, nelle diverse tonalità che ha saputo mettere a punto (perchè Blue Weekend è tutta un’altra storia, per rimanere nei linguismi britannici, più blue), mi capisse. E poi ha come archibugio da sfondamento Ellie Roswell che insomma, minuta e brillante, ha fatto concretamente brillare le mie tempere con la grazia di una stregona esperta di palchi e incantesimi (vocali).

Quindi arriviamo a The Clearing che ho l’acquolina in bocca. Percepisco anche una certa positività anche in brani come The Sofa, positività nel senso del mantra usato e abusato dalla mia prima psicoterapeuta, ovvero restare aperti alla vita, whatever, e sì è un disco che non abbruttisce, anzi invita a ringraziare (anche e soprattutto in pezzi come Safe In The World), a essere “contenti”. Un disco zen, ma ecco che qui arriva quello che è il suggerimento della mia psiche da eterna cancerina romantica: perchè tutti i pezzi mi ricordano qualcosa che ho visto in un telefilm o serie?

The Clearing poteva cedere tranquillamente una delle sue tracce a un episodio di Gilmore Girls, o a quello che ascoltavamo in quell momento, quello che è il nostalgismo che mi attanaglia mentre vado avanti, cambio città lavoro e abitudini e penso che alla fine non mi dispiacerebbe tornare indietro. Tutta questa propensione al futuro, a crescere (dove? verso cosa? ma poi chi?) e poi arrivano i Wolf Alice a dirti: no cara, io torno alle basi e ti faccio il disco che dovresti sentire per sentirti davvero a casa. Ecco la tua comfort zone: un gruppo di sound noti e conosciuti per dirti va tutto bene.

Che gioco psicologico interessante, ma mai cattivo. Come canta la Roswell, del resto, I must be a narcissist, God knows that I can’t resist, to make a song and dance about it, che è l’apologia del disco nella opening track, Thorns. La band l’ha già detto, avevano voglia di divertirsi, ci hanno messo quattro anni a farlo, tra UK e USA, anche se la copertina del disco (Ellie in semi spaccata elvis-iana e body brillante, ah e si, stivali divini) non è che mi lasciasse intuire atmosfere cripto-drammatiche da Sofia Coppola. E persino le ballad più lente come Play It Out e Midnight Song sono solo pezzi lenti, romantici, ma non hanno niente di disperato.

Allora è proprio vero: questo disco è un’oasi nel deserto di iper-sentimentalismo combattente, la voce di Ellie ci guida in volteggi ammalianti, io mi sento di nuovo al sicuro e forse anche qualcun altro, come me, che cerca riparo dal futuro.

Lunga vita al disco? Speriamo duri almeno quanto una brat summer. Almeno per me, che ho la stabilità emotiva di un criceto in autostrada, e quasi quasi per un pò tornerei nella caverna.

Per adesso aspettiamo la data del 13 novembre a Milano.

Written By

Dall’Adriatico centrale (quello forte e gentile), trapiantata a Milano passando per anni di casa spirituale, a Roma. Di giorno mi occupo di relazioni e istituzioni, la sera dormo poco, nel frattempo ascolto un sacco di musica. Da fan scatenata della trasparenza a tutti i costi, ho accettato da tempo il fatto di essere prolissa, chiacchierona e soprattutto una pessima interprete della sintassi italiana. Se potessi sposerei Bill Murray.

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