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Recensioni

Odla – Oltre il cielo alberato

La nuova leva calcistica. La nuova generazione. La generazione Y o, più comunemente, la generazione millennial. La classe 1993. Quando la nuova classe riesce ad alzare l’asticella spostando l’attenzione verso il cantautorato italiano dei sessanta, dei settanta. Che poi intendiamoci, non puoi fottere l’arte, non puoi fottere la storia, non puoi sminuire la canzone, non puoi emulare chi ha fatto scuola, puoi però provare a dipingere un tuo percorso che racconta di vicissitudini a volte personali, a volte impersonali.

E’ l’estro, l’inventiva, la disinvoltura di chi nasce cantautore, di chi smuove il proprio interiore e smuove le proprie vicissitudini, di chi ha qualcosa da dire, che sia della vecchia generazione o, più semplicemente, al suo esordio discografico.

“Oltre il cielo alberato” è il debutto di Odla, ventisettenne trentino che divide il suo album in tre atti, una sorta di concept, un viaggio, una storia, in chiave prettamente acustica, che ha un inizio ed una fine, che ha una logica compiuta e che riesce a confutare, a ribaltare, la teoria dell’ammiccamento sfruttando una buona personalità e una buona tecnica compositiva in trentotto minuti in cui il racconto di un bambino, scappato dalla guerra, scorre su una tavola dipinta a mano con colori pastello che si muovono lentamente tra ballate e qualche stornello. Ovvero quando la poesia diventa musica, quando l’arte ed una tela diventano danza.

Quando si dice buona la prima. (6/7)

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