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MUMFORD AND SONS – Babel

Poco più di un anno e mezzo fa, quattro giovanotti dai capelli spettinati, acconciati con simpatiche barbe e baffi, giacche e gilet, salivano sul palcoscenico dei Grammy’s, e accanto a loro c’era nientemeno che Bob Dylan, la leggenda. Questo bastava a far impazzire anche l’America, era già accaduto all’Inghilterra e all’Europa tutta, per quei quattro giovanotti, che altri non sono se non i componenti dei Mumford and sons.
Babel, il loro secondo album, esce dopo Sigh no more, dell’ottobre 2009. A tre anni di distanza la formula della band inglese non cambia: canzoni dalle sonorità folk acustiche che si evolvono in un crescendo di energia fino a culminare in esplosioni musicali di innegabile potenza. Il produttore di Babel, e di Sigh no more prima, è Markus Drav che non sbaglia un colpo, già produttore di Coldplay e Arcade fire.
I Mumford and sons, ovvero Marcus Mumford frontman della band, voce, chitarra e batteria, Winston Marshall, chitarra resofonica e banjo, Ben Lovett, organo e tastiera, e Ted Dwane, contrabbasso, hanno dalla loro parte la semplicità di una musica, quella folk, sempre uguale a se stessa eppure mai ripetitiva, una musica antica eppure sempre nuova. Hanno dalla loro parte la gioia di suonare che si percepisce in ogni brano e la forza comunicativa che li fa acclamare da folle entusiaste durante i loro concerti in tutto il mondo. Il secondo album, in linea con il primo, segna di certo un’evoluzione, è più maturo e definito. Ed è così che chitarre acustiche, banjo, contrabbasso, pianoforte, percussioni si fondono in un riuscitissimo impasto suggestivo che trasporta chi ascolta su strade sterrate e autostrade deserte. La title track, che apre l’album, immerge subito nelle atmosfere giuste, la chitarra trascina e la voce calda e graffiante di Marcus fa il resto, in un alternarsi di spinte in avanti e ritorni. Arpeggi e melodie delicate, energia e ritmi serrati: tutto questo è presente nelle canzoni dei Mumford and sons, e permea l’intero album.
Il primo singolo tratto da Babel, “I will wait” presenta al pubblico l’intero lavoro, e lo fa nel migliore dei modi possibili, coinvolgendo e dando carica. Ci sono ballate ricche di dolcissima malinconia come “Ghosts that we know”, “Reminder”, “Lover’s eyes”, c’è “Holland road” che travolge con la sua potenza struggente, “Hopeless wonderer” che è due canzoni insieme: prima tenue e poi esplosiva. Andrebbero citate tutte le canzoni di questo album, ognuna va a comporre un mosaico tenuto perfettamente insieme, in cui ogni pezzo ha il suo giusto appoggio.
Certo è che la struttura di queste canzoni, come quelle dell’album precedente, potrebbe apparentemente sembrare ripetitiva: un inizio sussurrato accompagnato da un leggero arpeggio di chitarra, per poi coronare il brano in un crescendo esplosivo finale dove tutti gli strumenti ruggiscono insieme, ma questo fa parte del genere, quello folk, che ha la sua storia, le sue caratteristiche e le sue regole, cose che la band conosce, rispetta e riutilizza, creando un folk/rock moderno e capace di farsi applaudire in tutto il mondo.

Roberta Cacciapuoti

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