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HERO – 1974

hero-1974Articolo di Angela Filippi

Hero, piccoli grandi eroi.
A scuola è molto irrequieto e il Preside consiglia a mio padre di regalare a Massimo uno strumento musicale per mettere a freno il suo perenne stato di agitazione. Prende lezioni di chitarra imparando in fretta e s’innamora perdutamente di Jimi Hendrix. Decide di abbandonare il liceo e si dedica completamente all’amata musica cominciando a frequentare alcune formazioni della zona di Pianiga. Nel 1967 entra nel Bart’s Group dove suonano Luciano Michelon, basso; Claudio Galazzo, batteria; Roberto Lughi, tastiere e Roberto Mazzega, voce solista e chitarra ritmica” (parole di Marina Pravato, Musikbox n. 27). Così il chitarrista Massimo Pravato inizia il suo viaggio, che culminerà nella formazione della band e nella realizzazione di quello che sarà questo meraviglioso ed unisco disco. Dopo Delfini ed Upupa (dei quali fa parte anche il tastierista inglese Robert Deller, altro futuro membro), lo scioglimento di questi ultimi e l’incontro con il batterista Umberto Maschio (Emotiv Sensations), vengono alla luce gli Hero. Inizialmente si dedicano a cover di band quali Rolling Stones, Beatles, Van der Graaf Generator, Genesis e hard rock in generale. Sviluppate le doti ed abbandonata la nomea di cover band, si cimentano nella stesura di pezzi propri, principalmente riguardanti l’amore attraverso gli occhi di chi affronta le prime esperienze sessuali e la malinconia alle spalle dell’uomo, all’epoca, moderno. I testi, scritti originalmente in italiano dal batterista, vengono tradotti dal padre di Robert Deller in inglese, il quale avrà un ruolo fondamentale per la carriera della band. È proprio lui infatti che introdurrà la band all’etichetta tedesca Polyband, la quale offrirà un contratto discografico e quindi la possibilità di incidere un album. Nel 1972 firmano l’agognato contratto e l’album uscirà esattamente due anni dopo (1974), ad un anno di distanza dalla prematura morte in un incidente automobilistico del chitarrista Massimo Pravato. L’album esce in edizione limitata e senza alcun tipo di pubblicità (riversato nel 2002 in supporto digitale dall’etichetta australiana Progressive Line e recentemente ristampato in CD). È un album unico nel suo stile che può considerarsi il precursore della successiva generazione progressive italiana. Ballate, pop, psichedelia, jazz, soul, fusion, dark, virtuosismi e classicismi si intersecano tra loro dando origine ad un’opera rock che funge da esempio per un’intera epoca.

Un 33 giri, due lati, 8 pezzi.
A dare un tocco sinfoneggiante ci pensa Deller con l’Hammond, preceduto dalle pennellate della batteria e dalle carezze della chitarra. New wave, Hendrix e classico si fondono in “Merry Go Around”, che più avanza nel suo continuo flusso di note più avvolge l’ascoltatore in un magnetismo ipnotico. Flusso mantenuto anche nel secondo pezzo “Crumbs of a Day”, riff di chitarra che combinati con la bravura all’organo di Deller regalano un intro in bilico tra l’estasi ed il delirio, che apre a continui crescendo musicali. Un brano decisamente carico di tensione. Più malinconica e di stampo classico “Led Zeppeliano” è “Sunday Best” caratterizzata da un suono quasi bambinesco dato dal vibrafono. C’è qualcosa di strano nel pezzo, un che di magico che riporta quasi ad una fiaba. La purezza del suono e l’arrangiamento creato dai tre conferma la loro bravura nel mixare vari influssi e svariati strumenti per rendere il tutto più interessante. A metà si cambia registro e ricompare l’Hammond, che con la pienezza naturale data dal suo inconfondibile sound enfatizza e dà una decisa impennata al brano (la voce non si tira indietro). I Van der Graaf Generator lasciano il loro zampino. Decisamente di rock incazzato si tratta quando ascoltiamo ”Seminar”. Il cantato viene addirittura abbandonato per lasciare spazio ad un urlato, o parlato che sia. Toni tesi e tirati mantenuti anche in “Children’s Game”, in cui l’inizio ingannevolmente soft ottocentesco lascia spazia ad un crescendo dato ad un efficace combinazione di riffoni classic rock ed Hammond, seppur interrotto svariate volte, quasi a dar l’idea di non sapere cosa aspettarsi.

Pink Floyd e lirica sinfonica in “Knock” aprono un allucinante secondo lato dell’album. Un groviglio di suoni e di esperimenti stilistici dà vita inizialmente ad un qualcosa a cui è difficile dare un nome, per poi diventare nella parte finale, quasi un inno da urlare a gran voce. Ed ecco il pezzo che mancava: la rock ballad. “Clapping and Smiling”. Il piano duetta con una chitarra soft e pizzicata, lanciandosi in una danza accompagnata da una voce che è come velluto. È come un vortice che a poco a poco aumenta la velocità e ti trascina in un ballo sconosciuto fatto di melodia, armonia e sinfonia. “Dew Drops” fonde tutto quanto, molto, finora abbiamo potuto sentire con l’effettistica e l’elettronica. Se si apre con un passo felpato, subito si lascia spazio a distorsioni, fraseggi e arzigogoli vari. Al terzo minuto presentano pure il loro lato folk, cimentandosi in quella che è stata da altri definita una “tarantella” in versione rock. Stop di nuovo. Spazio ad organo e ad una rivelazione vocale di Deller, per poi riprendere la versione da country club. Arrivando alla fine del tunnel di paura e delirio, “Buzzing” si apre recitando sopra un’evocativa (river’s voice and gloomy sunset) chitarra acustica che dà spazio all’immaginazione di una terra lontana, migliore, di un mondo sconfinato che solo con quell’unico mezzo di trasporto che sappiamo non avere barriere, il suono, riusciamo a raggiungere.

Benvenuti nel piccolo, grande e sconfinato mondo degli Hero.

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