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KEEPALATA: in anteprima il video “Siamo qui” e l’intervista per il nuovo album

Siamo Qui” è il primo album ufficiale del collettivo Keepalata disponile da domani martedì 28 settembre in tutte le piattaforme digitali, pubblicato da Aldebaran Records.

Oggi in anteprima esclusiva per Rockon il videoclip della titletrak e l’intervista dove raccontano come sono arrivati a questo disco. Brigante, Cario M, DonGocò e Libberà, questi i nomi del collettivo calabrese, “sono qui” e tracciano una linea che parte da Cosenza e arriva a New York, passando attraverso rime e beat, campionamenti e parti cantate, facendo convivere nelle tracce anche archi, fiati e synth.  

Nonostante siate tutti artisti con esperienze di lunga data, solo ora avete deciso di pubblicare un album ufficiale come Keepalata. Come mai questa scelta?
Perché siamo delle teste di serie! Siamo molto uniti personalmente, ma, sulle tempistiche e sulle modalità di produzione musicale siamo molto diversi. Riuscire a trovare una quadra non è mai stato facile. Grazie alla pandemia invece abbiamo avuto la possibilità e il bisogno di incontrarci di più, e questo ci ha dato la possibilità di trovare un modo per integrare le nostre differenze e concretizzare una collaborazione di squadra.

Cosa avete fatto in tutto questo tempo? 
Ognuno di noi ha diversi progetti sia musicali che professionali. Non stiamo mai con le mani in mano e negli anni ognuno di noi ha sempre collaborato con gli altri della crew. A volte solo per il gusto di creare insieme, senza bisogno di pubblicare, altre invece anche pubblicando i lavori. 

Come nasce generalmente una vostra canzone? Partite dal testo o dalla musica?
Generalmente dal beat e in particolare da un’idea di Libberà. È lui la mente e lo spacciatore di beat. Capita anche però che Brigante proponga dei loop di sample, che poi condivide con gli altri per la composizione finale del beat. Il testo di solito nasce poi dall’incontrarci sulla base che ognuno interpreta a modo suo.

Nel disco c’è un equilibrio tra sonorità e linee rappate classiche e un’apertura a scenari più atipici. Dal classico sampling agli strumenti suonati, ma sempre senza sfociare in sonorità contemporanee. È una dichiarazione d’intenti? 
No, non sono intenti, è il risultato dei nostri gusti musicali e del mood creativo. Non disdegniamo a priori nessun genere e nessuno stile che sia contemporaneo o classico pensiamo invece che ogni differenza stilistica possa essere uno strumento in più per arricchire la propria espressione artistica

I testi appaiono molto rivolti alle vostre esperienze personali e meno proiettati nel descrivere il “mondo esterno”. Siete d’accordo?
Le nostre esperienze personali sono sicuramente l’ottica, la lente attraverso la quale leggiamo il mondo esterno. La scrittura è sicuramente molto personale ma ci sono tanti riferimenti alla realtà contingente. È vero che a volte la scrittura nasce da un flusso estemporaneo senza una premeditazione, ma per dare forma a qualche sensazione che aleggia dentro e con la quale riusciamo ad entrare in contatto e vederla meglio dopo averla scritta.

Quale pensate sia il vostro pubblico tipo o a quale target puntate?
L’intento è quello di essere ascoltati dai bambini, l’infanzia potremmo dire. Però sappiamo che ancora è presto, non siamo pronti come specie ma noi non ci scoraggiamo. Per il momento ci accontentiamo di tutti quelli che apprezzano la nostra musica.

Una consuetudine del mondo rap è quella del featuring. Come mai avete deciso di non coinvolgere ospiti nel disco (a parte i vari musicisti e cantanti)?
Hai ragione, il motivo è che non programmiamo a tavolino le collaborazioni perché ci “devono” essere per opportunismo e dinamiche di vendita che, si, sono una consuetudine delle logiche del featuring del mondo rap (e non solo). Preferiamo mantenere una spontaneità anche in questo e per “Siamo qui” le nostre energie sono state impiegate a definire la nostra collaborazione. Anche l’MC newyorkese Jobu compare come feat., ma, come gli altri musicisti ospitati. Nel frattempo, si sono già aperti spazi per ospitare amici e artisti che stimiamo ma che per le tempistiche non sono rientrati nella lavorazione del disco.

Quanta Calabria c’è nelle tracce del vostro disco?
Ci sono poche rime in dialetto, non ci sono riferimenti espliciti alla Calabria, non ci sono sampler di fisarmonica o zampogne, ma, nonostante questo crediamo che sia molto calabrese l’attitudine rap che abbiamo. I rapper calabresi sono sempre stati molto intimi nel rapporto con l’arte. Non c’è una cultura del business accentuata ma più un aspetto artigianale che crediamo di aver ereditato in pieno. E poi noi ci chiamiamo Keepalata.

Relativamente alla vostra regione c’è qualche musicista, anche non rap, che stimate particolarmente? 
Della scena Hip-Hop calabrese ne potremmo fare molti tra amici e collaboratori storici ma sicuramente un faro indiscusso è DJ Lugi. Sono tanti i musicisti calabresi che stimiamo, viventi e non, da Mia Martini a Rino Gaetano, Brunori Sas, Indian Wells.

Da “vecchi b-boy” come vedete la nuova scena italiana e in particolare l’ondata trap? 
Vecchi glielo vai a dire…(ridono), a parte questo pochi di noi seguono la scena italiana sia Hip-Hop che trap nelle quali, come sempre, ci sono cose con grande diffusione e cose fatte bene. Non sempre le due cose coincidono. La trap in voga in Italia, che per noi risponde più a logiche di mercato che espressioni artistiche, non riscontra i nostri gusti ma ci sono anche delle produzioni meno conosciute che apprezziamo.  

Che ne pensate dei talent?
Se fai “la tua cosa” in modo autentico puoi farla tanto in strada quanto in tv. Noi non siamo appassionati di programmi tv per cui non possiamo farti delle critiche specifiche sui talent. Certo sappiamo che le logiche di vendita sono diverse da quelle che di solito ci appartengono (come detto e ridetto sopra)

I social nella musica sono un limite o uno strumento fondamentale?
Tutti gli strumenti sono anche dei limiti. I social in quanto strumento hanno la loro funzione virtuosa di permettere un’ampia divulgazione e i loro limiti. Per esempio, il fatto che ci sia la possibilità incondizionata di pubblicare che crea una quantità di contenuti talmente grande da nascondere cose più interessanti e come sappiamo la quantità va sempre a discapito della qualità.

Riguardo al videoclip, come mai avete deciso di trasformarvi in puppet animati invece che optare per delle classiche riprese?
È un lavoro di contaminazione nato per esorcizzare la paura di contagio diffusa con la pandemia. Quando abbiamo iniziato a lavorare eravamo in lockdown e incontrarsi era impossibile. Poi ci piaceva l’idea di sperimentare altri linguaggi di narrazione video, e dato che in quel periodo alcuni di noi stavano collaborando con Elisa di Cristofaro abbiamo pensato di coinvolgerla anche in questo progetto. Apprezziamo molto il suo lavoro di teatro corporeo e puppets che, per attitudine e intenzione artistica, sentiamo molto vicina alla nostra modalità di intendere la musica. Il lavoro dei puppets a sua volta ha visto il contributo del lavoro grafico di Massimo Bod.

Come mai la decisione di pubblicare solo in digitale e vinile, escludendo un formato tipico della vostra generazione quale è il cd? 
Onestamente quasi non ricordiamo quando è stata l’ultima volta che abbiamo ascoltato un cd, malgrado alcuni di noi per puro feticismo e sentimentalismo continuano a custodire e acquistarne, siamo pur consapevoli che ad oggi sia un formato abbastanza fuori mercato. Oggi neanche i computer hanno più il lettore cd. Per quelli della nostra generazione il vinile ha ancora invece un fascino immutato e nessuno di noi ne aveva prima di ora realizzato uno. 

Lockdown permettendo, state pensando ad eventi dal vivo per presentare il nuovo album?Certamente non aspettiamo altro. Ci suoniamo sotto! Il live è la forma che preferiamo per trasmettere la nostra musica e le nostre identità, un completamento imprescindibile del nostro progetto. 

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