Connect with us

Ciao cosa stai cercando?

Playlist

I 5 brani preferiti di Angelo Domenico Alfieri

In occasione dell’uscita di “Piove”, il singolo con cui Angelo Domenico Alfieri inaugura il suo percorso da solista e presenta il primo tassello di “Ad Astra”, abbiamo chiesto al sassofonista e compositore milanese di raccontarsi attraverso cinque brani che hanno lasciato un segno nel suo percorso musicale. La scelta non è casuale: “Ad Astra” nasce infatti dall’incontro tra la formazione jazzistica di Alfieri e un universo di riferimenti molto più ampio, che comprende il rock, il pop, il blues, il gospel, la musica latina e le colonne sonore. Un percorso costruito per contaminazioni, nel quale la tradizione non viene abbandonata ma diventa il punto di partenza per cercare nuove direzioni.

E allora, più che una semplice playlist, questi cinque brani diventano una piccola mappa delle influenze e degli ascolti che hanno contribuito a formare il suo immaginario. A scegliere i pezzi è direttamente Alfieri, che per ciascuno racconta cosa lo ha colpito e perché continua ad avere un posto speciale nel suo modo di intendere la musica.

Ammetto di aver avuto qualche difficoltà a fare questa selezione. Non solo perché ho dovuto espungere brani bellissimi a cui sono fortemente affezionato, ma anche perché sono solito ragionare più per dischi che per singole tracce.

Ho inoltre un difetto che ho riscontrato in molti compositori: sono un pessimo ascoltatore di musica, se vogliamo intenderla in senso convenzionale. Chi compone non ascolta necessariamente per catalogare; spesso non riesce nemmeno a collocare nel tempo le diverse uscite di un autore e non ha quella vena maniacale tipica del critico, che conosce alla perfezione le formazioni degli album e gli aneddoti dietro ogni produzione. Chi compone cerca il colore delle composizioni, si sofferma su dettagli apparentemente insignificanti che, nella sua mente, possono far fiorire soluzioni fino ad allora impensate.

Perciò ho cercato di costruire un percorso coerente con la mia storia di ascoltatore, capace di restituire la mia identità artistica e quella del mio album d’esordio, Ad Astra. Chiedo venia se spesso farò riferimento ai dischi che racchiudono questi brani!

Litfiba – Ritmo

Ritmo apre Mondi sommersi dei Litfiba, il primo album rock che abbia mai ascoltato, a tredici anni. Ricordo ancora che fu una persona di famiglia a portarlo in casa: lo aveva comprato perché gli ricordava gli anni dell’università a Firenze. Io cominciai ad ascoltarlo per curiosità e ne rimasi folgorato.

Lo so, è uno degli album più biasimati dai fan della coppia Pelù-Renzulli, ma contiene sicuramente qualcosa di interessante: un certo modo di far dialogare sonorità diverse che mi ha ispirato sin d’allora a costruire ponti tra i generi musicali e ad aggirarne i fossati.

Pink Floyd – Us and Them

I Pink Floyd hanno realizzato album grandiosi, ma con The Dark Side of the Moon hanno raggiunto un equilibrio che considero irripetibile. Ogni elemento sembra essere esattamente nel punto in cui dovrebbe essere.

Us and Them si trova all’inizio della seconda facciata, subito dopo Money, che costituisce un punto di rottura rispetto alla prima parte. Gli spazi dilatati e le transizioni armoniche misteriose e inaspettate hanno creato un’impressione profonda nella mia coscienza musicale, che sicuramente talvolta è percepibile anche nelle mie composizioni.

Miles Davis – All Blues

Il blues è qualcosa con cui ogni jazzista ha dovuto fare i conti: è una delle radici fondamentali della musica moderna e, per chi sa scavare a fondo, una continua fonte di idee.

All Blues, contenuta in Kind of Blue, mi interessa perché prende la matrice del blues come punto di partenza per degli stravolgimenti innovativi, ma sempre rispettosi della sua identità originaria. La forma viene ripensata attraverso una metrica in 6/8 e un’armonia modale che mantiene quell’ambiguità tra maggiore e minore tipica del blues.

C’è però un dettaglio che rende tutto magico: il trillo di pianoforte che Bill Evans suona per tutto il tema. Un’idea semplice e geniale, soprattutto in un ambito come il jazz, in cui la progettazione del brano è spesso affidata all’istinto dell’improvvisazione.

Frédéric Chopin – Notturno op. 9 n. 2

C’è stata una fase della mia vita in cui sono stato letteralmente ossessionato da Chopin. Ascoltavo i Notturni suonati da Maurizio Pollini (e in particolare questo) almeno una volta al giorno e rimanevo incantato dalla dolcezza di quella musica così intima, così malinconica.

Se qualcosa mi colpisce emotivamente, sono portato a indagarne la ragione e a ricavarne una lezione. Da Chopin ho imparato che nulla nella composizione è più importante della melodia.

Anche la musica più ricercata a livello ritmico o armonico, se non è sorretta da una melodia espressiva, capace di cercare il sussurro, lo slancio e il respiro nei punti giusti, perde d’interesse. Perciò, nella maggior parte dei casi, quando compongo, parto da un’intuizione melodica; oppure, se sono altri elementi a fornirmi l’ispirazione iniziale, cerco di ricondurli a una linea in grado di comunicare qualcosa all’ascoltatore.

Ennio Morricone – Deborah’s Theme

Devo ammettere che questo è stato il brano su cui ho ragionato di più. Gli autori della musica per cinema, soprattutto quelli della scuola italiana del dopoguerra, hanno avuto un impatto notevole sulle sonorità del mio album e sull’intuizione di inserire nell’organico un quartetto d’archi.

Ho faticato sulla scelta, trovandomi davanti nomi come Nino Rota, Piero Umiliani e Piero Piccioni, alcuni dei quali avevano avuto, già dagli anni ‘50, l’idea di unire jazz e musica orchestrale per il cinema.

La decisione finale ha però una ragione particolare. Deborah’s Theme, dalla colonna sonora di C’era una volta in America, è un esempio di come Morricone e gli autori di quella stagione abbiano saputo unire il colto e il popolare, dando vita a opere entrate nella memoria collettiva.

Musicalmente, Ad Astra è figlio anche di questa lezione: è un album jazz e mantiene alcune caratteristiche che ne sono tipiche; tuttavia, pur essendo orientato verso la sperimentazione e la contaminazione, è concepito per essere apprezzato non soltanto dai cultori del genere, ma anche da chi si avvicina al jazz da profano.

Written By

Click to comment

Leave a Reply

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Questo sito utilizza Akismet per ridurre lo spam. Scopri come vengono elaborati i dati derivati dai commenti.

Scopri anche...