I/O SIDE è il titolo del primo album della formazione torinese Sette AFK pubblicato lo scorso ottobre in tutte le piattaforme digitali per Sounzone. I/O SIDE, inteso come input/output, è un album eterogeneo e cosmopolita, dal sapore fusion. Composizioni poliedriche che spaziano dalla dance / techno più melodica alla sperimentazione industrial, passando per sonorità riconducibili al soundscape, alle colonne sonore di film steampunk o di fantascienza.
La particolarità del progetto si sviluppa su una commistione di sintetizzatori e campionatori vintage con le più moderne strumentazioni digitali. Non solo. Il trio arricchisce le sue produzioni con strumenti analogici classici, uniti a una vasta gamma di strumenti etnici, che conferiscono un ulteriore respiro world music al progetto. La componente musicale, quindi, è stata pensata per indurre nell’ascoltatore un viaggio motivazionale ed emotivo.
Siete attivi dal 2018, ma questo primo album è uscito solo nel 2025. Diversamente dalla tendenza del mercato, come mai avete deciso di pubblicare solo un album in 7 anni?
In realtà è stato un caso, una strana serie di eventi. All’inizio non c’era un’idea di “formazione fissa”. Adriano Vecchio usciva da alcune esperienze e formazioni reggae, rap e Nu metal. Inizialmente l’idea era una specie di progetto solista che in brevissimo tempo ha virato verso un’idea di crew e di esposizione live con vari ottimi musicisti ma sempre in rotazione o comunque non in formazione stabile. I primi due o tre brani usciti, soprattutto 79 Degrees, crearono delle ottime condizioni per suonare in giro in club alternative o condizioni da after-party. E la performance in live, risultando obbiettivamente curiosa, attirò interesse negli ambienti di musica elettronica dove il live set destava interesse in mezzo al mare di DJ. A questo punto l’idea di trio è venuta pressoché naturale salvo qualche sinergia con altre arti come danza e attori. Alessandro prende quindi tutto il drumming e le parti ritmiche e comincia il viaggio come lo conosciamo. Queste attività, oltre al nostro impegno in altre condizioni artistiche di produzione e di programmazione eventi, ci tenevano già impegnati e sinceramente non sentivamo questo bisogno di collezionare un “vero” album. Non c’era più una vera voglia di lavorare su delle tracce “chiuse” da caricare nel marasma di produzioni spammate quotidianamente. Era bello così. Definita la formazione in trio si è lavorato più sul live che non sulle tracce fatte e finite come si possono ascoltare ora sui portali. Quando sembrava aver senso impacchettare il tutto siamo incappati nel periodo covid. In quel periodo, vista l’impossibilità di vivere ed esporre il nostro live in una maniera consona, ci dedicammo ad un format streaming dove cazzeggiavamo e intervistavamo artisti alcuni dei quali poi uscirono dall’ “underground”. Quel “programma” si è poi trasformato in un festival con cadenza annua. Contemporaneamente a questo abbiamo lavorato su un progetto adatto per un pubblico “seduto”: costruimmo un live set chiamato “The fairy Session” dove rielaboravamo in live le colonne sonore dei più famosi colossi del cinema fantasy e sci-fi. Il contatto con le persone è stato forse sempre più importante del marketing e dell’esposizione più conforme. E, una volta rientrati nella normalità, trovammo importante investire nel formalizzare tutte queste esperienze e scelte impegnando energie e facendoci promotori della fondazione dell’associazione Ogen, ente del terzo settore, impegnata nella diffusione delle arti e nella sensibilizzazione sul tema della salute mentale. Sintetizzando, in questi 7 anni con Sette AFK abbiamo in realtà fatto “cose” molto più interessanti e sotto certi aspetti più complesse che collezionare tre o quattro album. Adesso sentivamo davvero il bisogno però e crediamo di essere riusciti a condensare le esperienze di questi anni, rimaneggiando le tracce e arrivando ad un punto in cui ci siamo sentiti davvero soddisfatti e motivati.
Che la vostra proposta ruoti attorno al mondo dell’elettronica, non c’è dubbio. Ma non è un’elettronica di nicchia: siete aperti a vari stili che emergono chiaramente nel disco. A chi è rivolta quindi la vostra musica? Chi è il vostro ascoltatore tipo?
Il disco è volutamente e naturalmente contaminato, come lo siamo tutti e tre del resto: pensare di fare parte di una nicchia o di un genere preciso non ci rappresenta e banalmente siamo 3 persone, ognuno col proprio background e i propri interessi, la sintesi è I/O Side. In generale la nostra musica è rivolta a chiunque abbia voglia di fare con noi questo viaggio da 40 minuti. Nel tentativo poi di classificare il nostro ascoltatore possiamo forse dire che è vicino agli ambienti goa o alla musica di ricerca. Come detto prima, è in live che probabilmente emerge di più la personalità del progetto e il pubblico che incontriamo è spesso molto variegato, con voglia di “vedere” cosa facciamo e incline ad una serata diversa dalla “discoteca” mainstream o dai DJ set più classici.
C’è un filo conduttore che lega le tracce o vivono una vita a sé?
Ogni brano è figlio di un’esperienza o di un momento sociale e di crew. E non parliamo solo dei componenti di Sette AFK, Thomas Planeta ad esempio è un brano dell’album certo, ma è proprio il nome di un personaggio vicino a noi, bartender di professione. Probabilmente il vero filo conduttore sono le persone che in un modo o nell’altro sono entrate in contatto con noi. Questa cosa di essere influenzati anche da quello che ci gira intorno, oltre la musica, ci piace parecchio e rende davvero vivo questo album, un incrocio di ricordi e immagini.
Cosa intendente per “Motivational Dance Music”?
Abbiamo una componente emotiva molto forte, proprio come persone intendiamo. Nelle composizioni nostalgia e tratti oscuri vengono bilanciati con voglia di rivalsa, ottimismo e speranza. Proprio le costruzioni e composizioni dei brani si fondano sull’idea di portare l’ascoltatore in questo viaggio emotivo. Nel brano Cernobyl è anche quasi esageratamente evidente con la modulazione in maggiore e quest’apertura di speranza e “ce la faremo” davanti a qualunque confronto con l’oscurità o la “presa male”. Siamo al corrente che è più complesso di tempo fa l’idea che l’ascoltatore moderno inizi e finisca un album, siamo tutti ormai più abituati alle playlist. Ma chi preme play e arriva in fondo sicuramente potrà percepire un’esperienza d’ascolto intensa, con un tema che lega tutto dall’inizio alla fine. Cerchiamo di fare un assist all’ascoltatore verso un viaggio interiore.
Come bilanciate la componente digitale e quella analogica in fase produttiva?
Molto bene, grazie. Rax sostiene di affrontare il quesito iniziando così! Non ci facciamo neanche caso in effetti. Da sempre siamo vicini a diverse tipologie di tecnologie e l’approccio dell’hardware è più intrigante sotto certi aspetti. Sicuramente siamo molto affezionati ad alcune macchine analogiche che hanno fatto la storia di Hip hop ed Elettronica (il Roland Sp 808 EX di Adriano è praticamente un membro della band) ma ci piace sguazzare nel digitale. In molti brani ci sono intrusioni di strumenti inusuali che hanno curiose conversazioni con la cassa dritta: il risultato ci soddisfa parecchio. La maggior parte dei suoni dell’album come anche in live sono derivanti all’80% da hardware, macchine e utilizzo creativo di microfoni. Non siamo grandi amanti dei plug-in.
Che apporto specifico porta ogni membro della band al progetto?
Adriano Vecchio Sette si occupa della parte di produzione audio, dei mix e della costruzione e montaggio dei visual e dei sync. Forse in un mix di iperrazionalità e introspezione tocca cose, clicca cose, muove cose e segue la performance dalla console principale, un interessante assemblato di controller e macchine in sync.
Rax (Alessandro) è un mezzo architetto, mezzo inglese, mezzo organizzatore di eventi, mezzo Ligure. Rax è 4 mezzi. Induce tranquillità e porta i colpi forti sui rullanti. Si occupa anche di grafiche e di una parte della gestione di cui tutti i progetti musicali necessitano. Protto è la parte classica e caotica del progetto. Scombina i fili di tutti gli strumenti che suona, che vanno dai sintetizzatori; al pianoforte fino al flauto traverso. Diciamo che è un buon scombinatore! Insieme ad Adriano lavora nella programmazione della performance, clip audio, midi e altri link necessari.
Converrete con me che il nostro Paese non è un terreno fertile per progetti come il vostro, lo scenario estero offre di più?
Al momento ci tocca dire di sì: gli ultimi nostri concerti sono stati in Inghilterra e in Svizzera. Probabilmente all’estero c’è una condizione più favorevole per l’elettronica, soprattutto suonata in Live. La scena e visione musicale italiana è, come dire… Vogliamo dire pittoresca? Pittoresca, così suona anche educato.
In Italia tante cose legate alla musica sono molto diverse che i altri stati europei. Che dire, speriamo di doverci ricredere e di sperimentare nuove esperienze in giro per lo stivale.
Nel 2025 è meglio avere tante view o pubblico ai concerti?
Vedere dieci persone che ballano e si divertono sotto palco ci soddisfa cento volte più di diecimila views.
Sicuramente è meglio avere milioni di views e le arene piene, non c’è dubbio. Siamo fuori dal mercato mainstream quindi anche i discorsi imprenditoriali, se così vogliamo chiamarli, sono diversi. Non intendiamo investire in playlist e promozioni con le grandi aziende come Meta etc. Anche su questo tema il live è la cosa più importante.
Quali band italiane o straniere, affini a voi come genere, sono per voi un’ispirazione?
Chemical Brothers, Daft Punk, Dvorak, Salmo, Hölst, Sam Paganini. Da anni siamo vicini al concetto che i generi musicali dialetti, declinazioni diverse di un linguaggio che è la musica. Non Sappiamo se è un punto positivo o sfavorevole ma crediamo di essere molto particolari e non conosciamo artisti in live set e condizioni acustiche come le nostre. Non lo diciamo per sentirci e venderci come “unici”, sia chiaro. Solo dopo anni di chilometri ed esperienze non possiamo non riconoscere in Sette AFK una certa originalità involontaria.
Se avete in programma concerti, come sarà organizzato il live set?
È un connubio tra musica a visual. Cerchiamo di amplificare il “viaggio” di cui parlavamo prima anche con la componente visiva, in modo che il set sia qualcosa di totalizzante. C’è anche una grande parte di improvvisazione e interplay: la stesura delle tracce in studio prende vita durante il live set: allunghiamo, accorciamo e snoccioliamo le varie sezioni. Le parti di didjeridoo e flauto traverso che qui e la esponiamo durante il live creano una sensazione goa e orld music, un po’ “mistica” o meditativa se vogliamo. Un po’ da rave nei boschi. Piacciono sempre, coinvolgono e spiazzano e poi si incastrano e si evolvono con tutta quella parte techno e percussiva che ci piace. Ci esporremo in trio, com’è chiaro, con la main console di Adriano equipaggiata con i nostri affezionati hardware e che gestisce le sincronizzazioni con i sintetizzatori di Protto e i visual e con i vari pad ed effetti di Rax felice di essere perennemente con il click in cuffia. Chiaramente con un setup del genere più la parti di improvviazione ogni volta il live cambia un po’, è diverso. Ci piace così. Live.





























