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Interviste

Il realismo sul set, i videogiochi e la pura passione per l’heavy metal: così Pär Sundström racconta gli oltre vent’anni di carriera dei Sabaton

Intervista a Pär Sundström (Sabaton) al Graspop Metal Meeting 2026 di Dessel (Belgio)

Sabaton in concerto al Graspop Metal Meeting 2026
Sabaton in concerto al Graspop Metal Meeting 2026 foto di Andrea Ripamonti per www.rockon.it

La storia può essere tramandata in molti modi. C’è chi la studia sui libri, chi la racconta attraverso i documentari e chi, invece, la trasforma in musica. Da oltre vent’anni i Sabaton percorrono questa strada, costruendo un’identità che va ben oltre il semplice immaginario bellico. Le loro canzoni parlano di battaglie, uomini e decisioni che hanno segnato il corso degli eventi, ma lasciano sempre a chi ascolta il compito di trarre le proprie conclusioni.

Alcune ore prima dell’epica e pirotecnica esibizione conclusiva del Graspop Metal Meeting 2026, abbiamo avuto il piacere di incontrare Pär Sundström. 

Di seguito l’intervista integrale:

I Sabaton hanno sempre raccontato storie di grandi imprese militari e di figure leggendarie. Tuttavia, ogni guerra lascia anche cicatrici invisibili. In occasione del “Mental Health Awareness Month”, ti chiedo se, secondo te, oggi esista una maggiore consapevolezza dell’impatto psicologico che conflitti, missioni e traumi possono avere sui soldati. Credi che esista ancora una cultura che porta molti di loro a soffrire in silenzio?

Credo che nel mondo ci siano ancora troppe guerre, troppa sofferenza e troppi problemi.

Nel corso degli anni abbiamo imparato molte cose, ma per altri aspetti siamo rimasti fermi. Le ragioni per cui continuiamo a combattere sono più o meno le stesse di un tempo e, purtroppo, sotto questo punto di vista non abbiamo fatto grandi passi avanti.

Noi raccontiamo queste storie nelle nostre canzoni e vorremmo che tutto questo finisse il prima possibile. Purtroppo, però, non sembra che il mondo stia andando in quella direzione.


Ti faccio una domanda un po’ diversa. Se potessi cancellare una canzone dalla vostra discografia, e perfino dalla tua memoria, per riscoprirla come farebbe un semplice fan, quale sceglieresti?

Così, su due piedi ti direi “To Hell and Back”.

Ricordo ancora quando Joakim ci ha parlato per la prima volta dell’idea del brano. Eravamo tutti a casa di Hannes e la nostra reazione è stata immediata: “Wow, questa canzone ha un’atmosfera incredibile. È esattamente quello che dovrebbero essere i Sabaton.”


C’è qualche altro ricordo legato a quel periodo che ti è rimasto particolarmente impresso?


Sì, ci divertivamo a scherzare sul brano e sull’atmosfera western che ci trasmetteva. Dicevamo sempre: “Sembra Ennio Morricone che incontra l’heavy metal”, ed era un’idea potenzialmente fantastica.

Sabaton in concerto al Graspop Metal Meeting 2026 foto di Andrea Ripamonti per www.rockon.it
Sabaton in concerto al Graspop Metal Meeting 2026 foto di Andrea Ripamonti per www.rockon.it


Quindi apprezzi Morricone?

Non conosco tutta la sua produzione, ma alcune delle sue composizioni mi piacciono molto. È stato senza dubbio uno dei più grandi di sempre e ha influenzato un numero enorme di musicisti, oltre che di registi.

Oggi nel metal esiste quasi una corrente composta da band che traggono ispirazione dalla storia: dagli Iron Maiden, naturalmente, fino a gruppi più recenti come i Kanonenfieber, che si esibiranno proprio oggi. Voi siete senza dubbio una delle realtà più rappresentative di questo filone.

Ogni band racconta guerre ed eventi storici con una prospettiva diversa. Se esistesse una sorta di “alleanza storica del metal”, i Sabaton si vedrebbero come gli ambasciatori di questo movimento oppure preferirebbero restare una realtà indipendente? Vi piacerebbe condividere un tour con queste band, portando la “triade” sul palco?

Mi incuriosirebbe molto l’idea di andare in tour con queste band.

Gli Iron Maiden sono sicuramente tra le band che hanno contribuito a rendere popolari questi argomenti nel metal, ma non sono certo stati i primi.

In realtà, fin da quando l’uomo ha iniziato a suonare uno strumento, ha raccontato storie di battaglie attraverso la musica. Migliaia di anni fa qualcuno lo faceva accompagnandosi con strumenti a percussione; poi ne sono stati inventati altri, ma il principio è rimasto lo stesso. In tutte le culture la musica è sempre stata anche un modo per tramandare delle storie.

Per questo non credo che quello che facciamo sia qualcosa di nuovo, noi utilizziamo semplicemente gli strumenti del nostro tempo per raccontare quelle storie.

Nemmeno nel metal siamo stati i primi, e probabilmente non lo sono stati neppure gli Iron Maiden, anche se sono il primo nome che mi viene in mente. La differenza è che gli Iron Maiden affrontano moltissimi argomenti, mentre noi ci concentriamo quasi esclusivamente sulla storia militare. Non so nemmeno se si possa parlare di un vero e proprio sottogenere, ma se guardiamo alla popolarità, probabilmente siamo la band di riferimento in questo ambito, escludendo gli Iron Maiden, che però hanno un repertorio più ampio dal punto di vista dei temi trattati.

Conosco bene le ragioni che ci hanno portato a fare questo tipo di musica e, proprio per questo, capisco anche perché altre band, come i Kanonenfieber, abbiano scelto la stessa strada. È una cosa che mi fa molto piacere.

Alla fine, però, il nostro obiettivo resta quello di suonare heavy metal. Dovevamo decidere di cosa parlare e abbiamo scelto la storia perché ci sembrava l’argomento più interessante.

Se poi chi ascolta le nostre canzoni finisce anche per imparare qualcosa, tanto meglio. E succede davvero, molte persone si sono avvicinate alla storia proprio grazie ai Sabaton. Abbiamo creato il canale “Sabaton History”, realizziamo documentari e sappiamo che ci sono insegnanti, in diversi Paesi, che utilizzano le nostre canzoni durante le lezioni.

Per lo stesso motivo potrebbero farlo anche con i Kanonenfieber, con gli Iron Maiden o con qualsiasi altra band che racconti la storia.

Sabaton in concerto al Graspop Metal Meeting 2026 foto di Andrea Ripamonti per www.rockon.it
Sabaton in concerto al Graspop Metal Meeting 2026 foto di Andrea Ripamonti per www.rockon.it

Al giorno d’oggi, con TikTok e i social media, la soglia dell’attenzione si è ridotta sempre di più. Da questo punto di vista, le vostre canzoni possono aiutare le nuove generazioni a scoprire personaggi straordinari, battaglie ed eventi che hanno segnato la storia. Inoltre, guerre e conflitti sono tornati a occupare quotidianamente le prime pagine dei giornali. Ripensando agli oltre vent’anni di carriera della band: hai notato un cambiamento nel modo in cui il pubblico recepisce le vostre canzoni, ora che la guerra non è più percepita come qualcosa di lontano?

La guerra si è avvicinata all’Europa, questo è innegabile.

Credo, però, che molto dipenda dal Paese in cui vivi. Se fossi americano, probabilmente avresti una percezione diversa della situazione, perché gli Stati Uniti hanno continuato a essere coinvolti in conflitti anche quando, in Europa, la guerra sembrava ormai lontana.

Da svedese posso dire che non vedevamo un conflitto così vicino ai nostri confini da moltissimo tempo. È cambiato qualcosa? Sì, ma soprattutto nel modo in cui i media parlano della guerra.

I fan, invece, continuano a voler ascoltare queste storie e la differenza sta soprattutto nell’attenzione che i mezzi di informazione riservano oggi a questi temi. Sempre più giornalisti ci chiedono perché continuiamo a parlare di guerra, ma io piuttosto, mi chiederei perché non dovremmo farlo.

C’è chi sostiene che il metal, e la musica in generale, debbano avere anche una dimensione politica. Cosa ne pensi?

Personalmente, non credo che debba essere necessariamente così.

Non è questo il nostro obiettivo. Noi non vogliamo dire alle persone che cosa pensare o come comportarsi: il nostro compito è quello di raccontare delle storie.

Chi ascolta le nostre canzoni è libero di trarre le proprie conclusioni. Non spetta a noi stabilire chi fosse dalla parte del giusto e chi da quella del torto perché noi raccontiamo dei fatti: persone che hanno compiuto determinate azioni ed eventi che sono realmente accaduti. Poi ognuno è libero di interpretarli come ritiene più opportuno.

La storia, del resto, non è mai completamente bianca o completamente nera. In ogni conflitto esistono almeno due punti di vista e ciascuna delle parti è convinta di avere ragione. Credo sia importante tener conto di questa complessità, quindi noi non siamo qui per dire alle persone chi votare, come vestirsi o come vivere.

Se c’è una cosa che ci sentiamo di dire, è soltanto questa: smettete di combattere. Sarebbe davvero una cosa bellissima.

Passando a un argomento completamente diverso, una delle cose più interessanti della collaborazione con “World of Warships” è che i fan possono incontrare i Sabaton anche all’interno di un videogioco. Com’è nata l’idea di inserire questi easter egg? Che effetto ti fa sapere che qualcuno possa scoprire la band in un contesto così inaspettato?

Se qualcuno ti avesse detto, quando eri ragazzo, che un giorno i Sabaton sarebbero comparsi in un videogioco, gli avresti creduto?

Sono sempre stato un grande appassionato di videogiochi. Ci sono praticamente cresciuto e continuo ancora oggi a seguire con grande interesse tutto ciò che riguarda il loro sviluppo e l’industria videoludica. Quando ero più giovane, non avrei mai immaginato che un giorno i Sabaton sarebbero finiti all’interno di un videogioco.

Molti anni fa siamo entrati in contatto con gli sviluppatori di “World of Warships” e abbiamo iniziato a confrontarci sulle possibili modalità per inserire la band all’interno del gioco. In realtà, il primo contatto riguardava “World of Tanks”, l’altro loro titolo.

Successivamente è nata la collaborazione per “Bismarck” con “World of Warships” e abbiamo ripreso quel discorso, valutando la possibilità di integrare nel gioco alcuni contenuti dedicati ai Sabaton. Purtroppo, i tempi di sviluppo erano molto lunghi e il progetto è rimasto in sospeso. Ci siamo detti che prima o poi lo avremmo ripreso e, qualche anno dopo, è andata proprio così.

Ricordo che, prima dell’uscita di “Bismarck”, abbiamo chiesto ai fan quale argomento avrebbero voluto sentirci affrontare. La risposta è stata pressoché unanime: “Bismarck”.

Dopo la pubblicazione del brano abbiamo riproposto la stessa domanda e, questa volta, la scelta è ricaduta su “Yamato”.

A quel punto ci siamo detti: “Va bene… prima o poi faremo anche quella.”

Sabaton in concerto al Graspop Metal Meeting 2026 foto di Andrea Ripamonti per www.rockon.it
Sabaton in concerto al Graspop Metal Meeting 2026 foto di Andrea Ripamonti per www.rockon.it


A questo proposito vorrei farti un’altra domanda: con “Bismarck” e “Yamato” avete raccontato la storia di due delle navi da guerra più iconiche mai costruite. Se un giorno doveste completare una sorta di trilogia non ufficiale, quale nave meriterebbe, secondo te, di essere protagonista del capitolo finale?

Ce ne sono diverse che avrebbero una storia interessante da raccontare. Forse direi la portaerei USS Enterprise.

Hai appena citato “Yamato” e vorrei soffermarmi sul videoclip, che colpisce per il suo realismo, soprattutto se si pensa che è stato girato in studio. Qual è stata la vostra prima reazione quando avete visto la ricostruzione del ponte della nave con tutti i sistemi realizzati per simulare la navigazione?

Il team di produzione ha preferito ricreare fisicamente la sensazione di trovarsi a bordo della corazzata, invece di affidarsi completamente alla computer grafica. Quanto è stato importante questo approccio per raccontare al meglio la storia della Yamato?

Credo che il brusco calo della temperatura, durante le riprese in Serbia, abbia contribuito parecchio al risultato finale, ha reso tutto molto più complicato, ma forse è stato proprio questo a rendere il videoclip più convincente.

Abbiamo girato le scene all’aperto perché serviva una quantità d’acqua talmente grande che sarebbe stato impossibile lavorare all’interno dello studio. Alcune sequenze, quindi, dovevano essere realizzate necessariamente all’esterno. Tutti ci rassicuravano: secondo le previsioni ci sarebbero stati più di venti gradi e pensavamo che non avremmo avuto alcun problema, ma la mattina delle riprese, ce n’erano appena sei.

L’acqua era gelida e non c’era alcuna possibilità di riscaldarla, vista la quantità necessaria. Inoltre, soffiava un vento fortissimo, che rendeva tutto ancora più difficile.

Eravamo completamente fradici e cercavamo di restare in equilibrio mentre la struttura oscillava sotto i nostri piedi, facendoci perdere continuamente l’appoggio. È stata un’esperienza davvero impegnativa. Abbiamo dovuto limitare ogni ripresa a pochi secondi, perché resistere in quell’acqua era davvero doloroso. Giravamo per qualche istante, poi interrompevamo tutto e correvamo nella sauna per riscaldarci. Dopo esserci ripresi, tornavamo sul set, registravamo un’altra breve sequenza e poi si ricominciava tutto da capo.

È stata un’esperienza estremamente dura, ma credo che quella fatica traspaia dal videoclip. Guardandolo si percepisce che non stiamo semplicemente recitando: stavamo davvero lottando contro quelle condizioni.

È un videoclip straordinario e, dopo quello che mi hai raccontato, credo che questo realismo si percepisca ancora di più. Grazie per il tempo che ci hai dedicato, è stato un piacere.

Grazie a voi, è stato un piacere anche per me.

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