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Interviste

La calma è la virtù di chi suona un piano e lo fa diventare universale. Come Hania Rani

Sempre nell’ambito delle interviste per Worm Up! la rassegna milanese di Teatro Dal Verme, Ponderosa e I Pomeriggi Musicali incontriamo quell’angelo di nome Hania Rani e ci facciamo spiegare a parole come si fa a trovare se stessi e comporre musica divinamente. Per credere, basta andare a sentirla l’8 luglio a Milano.

Articolo di Marzia Picciano

Hania Rani deve essere un angelo. Non la vedo, dal momento che quella che abbiamo è una rapida telefonica, ma con lei parlare ha lo stesso effetto che allungare infinitamente il tempo sul tracciato di una inarrivabile tartaruga zenoniana. Hanna Maria Raniszewska, questo il suo nome di battesimo, ha un anno meno della sottoscritta ma l’idea è di avere uno spirito saggio e pieno di grazia matura dall’altra parte della cornetta, che mi parla con una calma e capacità di visione che mai mi sognerei di avere nel suo momento di boom mediatico – dall’ammutulente concerto dell’evento Cercle davanti agli Invalides a Parigi dell’anno scorso al Tiny Desk di gennaio, insomma, Hania sta sfondando la porta della musica neoclassica (classica post moderna, new jazz, con tratteggi di ambient ed elettronica, chiamatela come volete, prendete Nils Frahm e poi ne parliamo) che tiene separata questo mondo, in espansione come l’universo e il socialismo degli Offlaga nel ‘75, da quello glitterato, pop e perfettamente sorbibile dei nuovi eroi della musica popolare invitati a format di tendenza, con l’obiettivo di spaccare l’internet.

Diciamo che Hania Rani c’è riuscita, con la sua grazia e dolcezza che non riescono peró a nascondere l’incredibile sensibilità artistica di questa pianista e compositrice polacca. Ecco Hania Rani rientra a pieno titolo nella categoria degli eroi (o eroine) moderni del pianoforte, che come fecero in passato certi altri grandi maestri, cercarono di smarcarlo dall’angolo del feticcio della canzone impegnata (come lo è per la cultura pop più diffusa oggi, quando vedi l’artista di turno mettere la band in ombra e sedersi a intrecciare le dita). Verità o suggestione, propendiamo per la prima direi, ma lasciamo a tutti la possibilità di ammirarla e scoprirlo da se il prossimo 8 luglio, a Teatro Dal Verme a Milano, in occasione del suo concerto per Worm Up! la rassegna milanese preparatoria alla micidiale estate dei concerti e festival.

Hania Rani porterà in questa data il suo Ghosts, ultima fatica pubblicata a ottobre 2023, dove aggiunge molta voce e voci (quelle di Duncan Bellamy, Patrick Watson e Olafur Arnalds) alle sue visioni eteree, e che la nostra eroina sta già portando su e giù in giro per il mondo. Milano e Rimini il giorno dopo ci dice saranno le sue uniche date italiane, anche se in realtà le piace venire in terra nostrana, anche perchè vede affinità tra le sue origini e l’Italia.

L’Italia è sempre molto vicina al mio cuore… penso che forse ci sia una sorta di “facilità” tra i polacchi e gli italiani, e ci sono sempre stati anche italiani nella mia troupe, o meglio, c’è sempre almeno una persona, e ho lavorato e lavoro ancora con parecchi italiani. Penso che forse abbiamo questo tipo di apertura, e calore, e proprio come una sorta di franchezza che sembra abbastanza familiare anche se veniamo da parti molto diverse del mondo. Ma lo sento sempre, più che andare anche in paesi come la Germania, dove c’è una certa freddezza, e sai, etichetta, quindi questa è sempre per me una grande gioia e ovviamente, dato che non ci andiamo così spesso.” Anche non del tutto finalizzata: non ha mai suonato a Roma o nel Sud Italia, cosa che vorrebbe fare. Anche perchè questo è un concerto, o “program” come lo definisce lei, diverso. “Stiamo portando anche l’intera scenografia, le luci e le immagini, quindi penso che sarà molto speciale presentare anche questo nuovo programma con cui siamo già in tournée da un pó ma non siamo ancora stati in Italia con esso, quindi sono molto emozionata e sì, è sempre molto speciale per me perché penso che ci sia una certa comprensione dalla mia musica ma anche dal mio approccio, e penso di essere una persona abbastanza rilassata e penso che ci sia qualcosa che sì, condividiamo come ho detto anche quando si tratta di culturalmente.”

Hania sembra a tratti indifesa nella sua dolcezza, ma è al contrario chiarissima e perfezionista (o comunque con un fermo controllo) nella sua direzione, soprattutto delle scelte relative alle sue performance (e idee in generale). Ogni suo spettacolo ha un ordine preciso. Ci dice di aver lavorato a lungo dalla pubblicazione di Ghost a questo nuovo spettacolo, soprattutto su luci e set design come accennava, ma lo stanno promuovendo ormai da parecchio tempo in USA e Europa, e ogni volta si aggiunge un pezzo: “è come se crescesse. È un processo molto naturale: penso che l’intero spettacolo sia andato sviluppandosi, ed è come se fosse più maturo, e io fossi più fiduciosa rispetto all’inizio quindi. È il momento giusto per vederlo, ci vuole un pó di tempo sempre a disposizione affinché gli artisti imparino anche come comportarsi sul palco, quando si parla delle nuove tracce, come sviluppare il suono e le luci. Ho sempre la sensazione che sia un viaggio. Non è la stessa cosa anche se ti prepari ogni sera, almeno per come la vedo io. Vedo altri artisti che conosco e ammiro, fanno la stessa cosa, aggiungono sempre qualcosa di diverso da uno spettacolo all’altro e non ci sono concerti uguali”.

L’ipotesi è che ci troviamo a vedere qualcosa di irripetibile. Ma non è così che dovremmo vivere la stagione dei concerti? E invece siamo bombardati da eventi e rischiamo di venire risucchiati da una FOMO impossibile. Invece Hania ci calma come lo psicoterapeuta quando salti due settimane di fila la visita. Ci riesce persino al telefono. Eppure non è che la genesi di Ghosts sia stata cosi “calma”, o meglio: lineare e naturale si, ma intervenuta durante il lavoro per un altro album. La colonna sonora del documentario della regista Susanna Fanzun sulla vita e opera di Alberto Giacometti, per cui la Rani si è trasferita nei pressi di Borgonovo di Stampa, nella Svizzera a parlata italiana, per ritrovarsi nei luoghi del celebre scultore. Sorride se pensa a come la Fanzum l’abbia invitata a vedere proprio con i suoi occhi o meglio a sentire il suono delle montagne con le sue orecchie per comporre la musica adatta, lei, che scherza: io vengo da una terra pianeggiante! E nelle montagne ha trovato l’ispirazione per altro.

Non c’è mai veramente un punto di inizio e di fine nella creazione di un album. Due anni fa mi sono ritrovata in un posto molto remoto tra le montagne della Svizzera perché stavo lavorando a un altro progetto e ho finito per passare tre mesi in un posto molto remoto, in un edificio solitario e abbastanza abbandonato di un vecchio sanatorio, ed era un ambiente così diverso per me. Di solito vivo in una città, in un appartamento, ma qui ero in uno spazio molto diverso, praticamente condividevo questo enorme spazio con un paio di persone, quindi era come, sai, sì, potevi sentire la tua solitudine, e poi ovviamente questo posto aveva molta storia.” Da lì l’ispirazione. “È stato come un punto di partenza anche per me per riconoscere che questo era il tema che ho sempre voluto affrontare. Era qualcosa che mi interessava perché racchiudeva in sé non solo fantasmi, spiriti o qualcosa di soprannaturale, ma quelle storie di altre persone, il nostro approccio alla vita e alla morte”.

Sono questi i fantasmi? “Un fantasma è qualcosa nel mezzo quindi è anche come un bellissimo simbolo che probabilmente usiamo solo per comprendere questo fenomeno e quello della morte.” Che poi è tutta una questione di prospettive. “Negli altri album ho sempre cercato di scegliere un soggetto che includesse tanti piccoli elementi diversi, e lo stesso è successo con Ghosts. Ovviamente è un tema davvero universale, ma d’altra parte ci sono così tanti angoli diversi e così tanti modi diversi di interpretare la questione, anche solo culturalmente. Ma mi piace moltissimo quando posso andare oltre con la mia musica, dopo che l’album è uscito, quando condivido questa musica e ognuno sta ancora facendo la propria traduzione di quello che ho appena detto, e questo è bellissimo perché questo è il momento in cui me ne vado, perdo il controllo e lo lascio anche ad altre persone, sai, a questa comunità di persone che ascoltano.”

La musica di Hania diventa quindi una specie di opera totale, che trova spunto in tutto ció che riesce a smuovere in lei un sentimento. “Quando mi è stato chiesto di realizzare la colonna sonora, ho ovviamente dovuto dire di sì, perché anch’io avrei potuto imparare tantissimo, in effetti è anche bello guardare qualcosa e imparare e ascoltare continuamente. È sempre un processo molto edificante, ma le arti visive in generale sono molto importanti per me. Non ho un artista preferito, preferirei non averne mai dei preferiti, alcuni mi fanno vibrare e altri di meno. Sto facendo molte ricerche sull’arte degli anni ’90 e 2000, cosa che non avevo mai fatto prima, solo perché mi affascina, sai che c’è sempre un punto di partenza e ora un artista che ti piace e poi inizi il per fare tutta la ricerca.” Ha un entustiamo contagioso, soprattutto rispetto ai fini della sua ricerca, terapeutica diremmo. “In realtà si tratta più di altri tipi di arte che di musica perché di solito passo molto tempo con i suoni, e sai che anche tu a un certo punto hai bisogno di cambiare… è un stancante e prestare attenzione a le tue orecchie… devo cercare di rinfrescare la mia mente perché soprattutto quando sono in tournée è tutto così rumoroso, sono sempre circondata dal suono, quindi con l’arte visiva, il cinema, i libri posso ancora pensare e proprio come sviluppare le mie idee ma tra un pó forse un ambiente più tranquillo”.

Anche se poi l’ispirazione viene magari nel movimento, mentre si è mentalmente calmi. “Ho scoperto di essere più produttiva e mi viene da pensare quando mi muovo come un pendolare da un posto all’altro, perché questo è il momento in cui non posso fare nulla, molto spesso sto semplicemente facendo una passeggiata o sono in tram che riesco a trovare perché è un posto davvero strano in cui non puoi lavorare lì quindi puoi pensare liberamente sai che non sei impegnato in alcuna attività quindi di solito questo è un momento per me per elaborare tutti i pensieri e ho anche un pó di tempo sì, nota solo le cose, a volte è solo il muro o a volte altre persone o a volte sai che mi ricordano qualcosa o un momento importante. Devi stare da solo, penso che sia impossibile avere idee con altre persone ad un certo punto.

E noi saremo felici di ascoltarla, da soli in mezzo al mondo, l’8 luglio.

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Dall’Adriatico centrale (quello forte e gentile), trapiantata a Milano passando per anni di casa spirituale, a Roma. Di giorno mi occupo di relazioni e istituzioni, la sera dormo poco, nel frattempo ascolto un sacco di musica. Da fan scatenata della trasparenza a tutti i costi, ho accettato da tempo il fatto di essere prolissa, chiacchierona e soprattutto una pessima interprete della sintassi italiana. Se potessi sposerei Bill Murray.

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