«C’era una volta» è il nuovo EP di Tommi Scerd, uscito per Pioggia Rossa Dischi: un lavoro nato tra l’Italia e la Cina, come se la musica fosse un modo per tenere insieme luoghi lontani e renderli, per un istante, comunicanti.
Abbiamo scambiato quattro chiacchiere con Tommi per addentrarci tra le pieghe di «C’era una volta», scoprendo come l’immaginazione possa diventare lo strumento più affilato per decifrare il nostro presente, le nostre radici e le nostre preziose imperfezioni.
Ecco la nostra intervista:
In “C’era una volta” la fiaba non sembra un modo per evadere dalla realtà, ma uno strumento per leggerla meglio. In che modo l’immaginazione ti aiuta a dare un nome alle cose concrete che vivi?
Per me la fiaba non è mai stata una fuga dalla realtà. Anzi, a volte la realtà è così complessa che hai bisogno di immagini e simboli per riuscire a guardarla meglio. La fantasia mi permette di avvicinarmi a certe emozioni senza doverle spiegare in modo diretto: spesso capisco cosa sto vivendo proprio mentre lo trasformo in una storia.
Tra Italia e Cina, questo è un ponte tra due mondi che fanno parte della tua storia familiare. C’è stato un momento in cui hai sentito davvero che queste due identità potevano convivere?
Mi sono sentito molto bene quando facevo i ravioli a casa della nonna di Yuan, che sta nella campagna più campagna, e il suo nipote piccolo piccolo mi chiamava “shushu” che vuol dire zio. Molto assurdo e bello.
In “Pengyou / Mela 1” ti racconti come un amico imperfetto, qualcuno che pensa molto agli altri ma non sempre riesce a esserci. È stato difficile esporsi su un lato di sé così poco “eroico”?
Sì, è stato difficile. Credo che sia più facile raccontarsi come una persona generosa o coraggiosa che ammettere le proprie mancanze. Però mi interessa raccontare le mie contraddizioni. Essere presenti per gli altri è un desiderio, ma non sempre una capacità.
Nelle tue canzoni tornano spesso bande di amici, tavolate, compagni di viaggio. Crescendo, secondo te, cambia il nostro modo di sentirci parte di una comunità?
Penso che crescendo la comunità diventi meno spontanea e più scelta. Da ragazzi basta condividere uno spazio o un momento della vita; da adulti bisogna impegnarsi per mantenere vivi i legami. Forse per questo nelle mie canzoni tornano spesso le tavolate e i gruppi di amici: sono immagini che ricordano quanto sia prezioso costruire insieme.
“Piccioni” e “Sherdy” guardano all’adolescenza con affetto ma senza nostalgia. Se oggi potessi incontrare quel ragazzo, cosa gli invidieresti ancora e cosa invece gli diresti di lasciarsi alle spalle?
Di quel ragazzo invidio l’incoscienza. Aveva meno strumenti per capire il mondo, ma anche meno paure nel buttarsi. Gli direi però di smettere di giudicarsi così tanto e di non vivere ogni errore come una sentenza definitiva: tante cose che sembrano enormi a quell’età col tempo trovano una dimensione diversa.
A proposito di “Elso”, hai detto che hai iniziato a scrivere seguendo storie che non sembravano tue e che poi si sono rivelate molto vicine. Ti capita spesso di capire qualcosa di te attraverso le vite degli altri?
Mi capita spesso. A volte una storia che sembra riguardare qualcun altro diventa uno specchio. Credo che la scrittura funzioni così: parti da una persona, da un episodio, da un dettaglio esterno e a un certo punto ti accorgi che stai parlando di te. È una scoperta che arriva dopo, non durante.
In “Stella Maris” la stella diventa metafora collettiva, quasi politica. Guardando all’Italia di oggi, quali sono i punti di riferimento che stiamo cercando e quali invece rischiamo di perdere?
Ho l’impressione che oggi ci sia una grande ricerca di orientamento. Cerchiamo figure, idee o comunità che ci aiutino a leggere un presente molto veloce e frammentato. Il rischio è perdere la capacità di ascoltarci e di immaginare un futuro comune. Quando manca un orizzonte condiviso diventa più difficile sentirsi parte della stessa storia.
“Hóng Shāo Ròu” si chiude attorno a una tavola, che nel disco diventa un luogo d’incontro tra persone, culture e ricordi. Se potessi davvero riunire tutti i personaggi di queste canzoni a cena, quale conversazione ti piacerebbe ascoltare?
Mi piacerebbe ascoltare una conversazione in cui nessuno cerca di avere ragione. Persone provenienti da momenti diversi della vita che si raccontano a vicenda cosa hanno perso, cosa hanno trovato e cosa stanno ancora cercando. Credo che alla fine parlerebbero di casa, di amicizia e di appartenenza. E probabilmente riderebbero molto più di quanto immagino.






















