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Interviste

Fuori dalla riserva indipendente: intervista a Francesco Bommartini

Dopo l’uscita del libro “Riserva indipendente” torna sugli scaffali una nuova analisi sulla musica firmata Francesco Bommartini: “Fuori dalla riserva indipendente”.

“Fuori dalla riserva indipendente” continua il percorso intrapreso con il volume precedente, e lo fa intervistando gli attori diretti della scena musicale: musicisti, giornalisti, fotografi si raccontano e raccontano le loro esperienze personali cercando di tracciare quali sono le peculiarità legate all’ambiente musicale del periodo storico in cui viviamo.
Abbiamo intervistato l’autore per capire meglio cosa l’ha spinto a realizzare questo nuovo volume.

D: Prima di tutto presentati ai nostri lettori, nel caso qualcuno non ti conosca già.
R: Sono Francesco Bommartini, un 32enne veronese con una smisurata passione per la musica. Dal 2007 scrivo con continuità su L’Arena di Verona. A febbraio 2013 ho sviscerato la mia conoscenza del mondo indipendente in “Riserva indipendente”, edito da Arcana. Ora è appena stato pubblicato il suo seguito…

D: Torni sugli scaffali con “Fuori dalla riserva indipendente”: esponici brevemente le tematiche affrontate nel libro.
R: Nel nuovo libro ho analizzato l’attuale situazione della musica italiana, o quantomeno di una sua parte sempre più sostanziosa, quella che risponde appunto alla dicitura “Indipendente”. L’ho fatto dando voce a tanti protagonisti che non erano stati interpellati nel primo volume, coadiuvando il tutto con approfondimenti dedicati a fotografi, riviste musicali, siti web/webzine, il tour manager Roberto Castagnetti. Inoltre ho interpellato alcuni big chiedendo loro cosa pensano degli indie e ho ricevuto interessanti feedback da Patty Pravo, Piotta, Pedrini ed altri. A tutto ciò va aggiunta la critica prefazione ad opera dell’ottimo Renzo Stefanel ed il comparto fotografico filtrato da Daniele L. Bianchi, convinto a partecipare durante un concerto dei Bud Spencer Blues Explosion. Lui stesso ha donato molti scatti al mio lavoro, e ne sono onorato.

D: Quali sono gli artisti/personaggi che hanno partecipato alla stesura di “Fuori dalla riserva indipendente” fornendo le loro esperienze personali?
R: I 18 che ho intervistato approfonditamente: Brunori Sas, Massimo Volume, Amari, Bologna Violenta, Zu, Daniele Celona, Marco Iacamapo, Dimartino, Zeus!, Fast Animals and Slow Kids, Management del Dolore Post-Operatorio, Iosonouncane, Gazebo Penguins, Umberto Maria Giardini, Giorgio Canali, Luminal, Virginiana Miller, Non Voglio che Clara.

D: “Fuori dalla riserva indipendente” segue l’uscita di “Riserva indipendente”: era già programmato questo nuovo capitolo, considerando che avevi magari tralasciato qualcosa nel tuo lavoro precedente, o è nato a posteriori?
R: Non era previsto. Ma, dopo varie elucubrazioni dettate dalla necessità di creare un prodotto in grado di stare in piedi da solo pur mantenendo il fil rouge indie, ad aprile 2014 ho cominciato a lavorare sul libro attualmente disponibile in tutta Italia.

D: Il libro si apre con la frase “Non ci sono più gli indipendenti di una volta”, virgolettata: chi citi? E cosa pensi di questa frase? Cosa cela?
R: Cito l’uomo della strada. La sindrome dell’italiano medio colpisce anche gli ascoltatori indie, quelli che spesso vorrebbero affrancarsi dal modello musicale comune ma che altrettanto spesso mettono in atto atteggiamenti da pecoroni. Si tratta di una frase volutamente stucchevole, scritta con tono canzonatorio e rivolta a coloro che si ergono a sapientoni. Anche se, va detto, non tutto quello che viene suonato dai portavoce del movimento è buono ed originale.

D: Gli argomenti affrontati nel libro che più di tutti mi hanno intrigato sono quelli trattati nell’ultimo capitolo, “Indie su Indie”, e mi venivano quindi in mente un po’ di domande varie sull’argomento: per prima cosa, quanto la “spinta di certe strutture” rende appetibile un prodotto? E, soprattutto, a tuo avviso, succede che prodotti non artisticamente eccelsi riescano ad avere più meriti di altri lavori, magari migliori da un punto di vista artistico, solo grazie a spinte comunicativo-pubblicitarie? Insomma, parliamo di arte o parliamo di marketing e “vendita del prodotto”?
R: Marketing e arte sono quantomai crossoverati. Anzi, la capacità di vendita in molti casi supera la vera valenza musicale. Questo ovviamente è disdicevole. Sicuramente le strutture corollarie alla musica, tra cui gli uffici stampa, hanno rilevanza dimostrabile continuamente. Ma devono rimanere a margine. Sempre. Cosa che non avviene sempre.

D: Una cosa che ho notato negli ultimi anni in campo indie è stata questa: ci sono stati questi 4-5 nomi che hanno iniziato a “tirare” (per meriti artistici o per altro, non è rilevante) e si è puntato quasi solo ed esclusivamente su di loro, producendo lavori non necessariamente eccelsi da un punto di vista qualitativo ma che si era sicuri avrebbero avuto un certo riscontro di pubblico (e anche di stampa) dato il fatto che era stato creato a priori “il caso”, o chiamalo “hype”, come piace tanto definirlo oggigiorno. Mi vengono in mente, fra le band che seguo personalmente e che conosco meglio, The Zen Circus e Il Teatro degli Orrori (e relativi progetti solisti di Appino e Pierpaolo Capovilla) i quali, a discapito di album precedenti di altissimo livello, hanno pubblicato negli ultimi anni lavori che, personalmente, non ho trovato così interessanti: hai notato la stessa cosa?
R: Senza dubbio gli apripista (tra cui cito anche Le Luci della Centrale Elettrica) hanno avuto il grande merito di fare un discorso musicale con modalità nuove per l’ambito italiano e va da sé che la loro importanza debba essere riconosciuta. A proposito dei singoli progetti ognuno ha i suoi gusti. Concordo, ahimè, su Il Teatro degli Orrori mentre dissento su The Zen Circus. In ogni caso la cifra stilistica dei tre citati, con i dovuti distinguo, è imponente, quantomeno tra gli indipendenti. Ci sono tanti altri progetti di valore superiore alla media (Marta sui Tubi, Perturbazione, …A Toys Orchestra, Bud Spencer Blues Explosion…) ma evidentemente non hanno lo stesso tipo di presa sul pubblico.

D: Ci vai un sacco giù duro nei confronti dei “sedicenti collaboratori” di riviste varie, additando ad essi mancanza di etica legata al loro troppo “leccaculismo”: c’è di sicuro una base di verità in quel che dici, ma, a mio avviso, la cosa più preoccupante, in questo senso, è la mancanza di una vera e reale conoscenza delle cose di cui si scrive; nel nostro caso, una conoscenza musicale. La maggior parte delle recensioni che mi capita(va, perché non ne leggo ormai da anni) di leggere parlano di sentimenti e sensazioni, in forma romanzata, senza tener conto che la musica è fatta anche di tecnica, di lavoro (a livello compositivo, in studio), ecc…: queste recensioni tendono, a mio avviso, a banalizzare il lavoro di un artista. Quindi la mia domanda è: quanto c’entra, nel tuo discorso sulla deriva qualitativa delle recensioni, il “leccaculsimo” e quanto invece l’incompetenza?
R: Credo vadano spesso a braccetto. Senza dubbio conoscere quello di cui si scrive è importante (e io, nonostante raramente mi colpiscano, leggo sempre recensioni, articoli ed interviste varie), anzi fondamentale. Il mio discorso però verte sulla mancanza di coraggio di certe penne, sempre supine all’interlocutore del momento. Un atteggiamento vomitevole, se non spontaneo. Peraltro valido per tutte le stagioni. Appena si fanno domande fuori dal seminato si rischia l’ostracismo, addirittura da parte dei filtri (tratto da una storia vera accadutami). Questo atteggiamento però non fa altro che appiattire una situazione musicale difficile, incentivando un tipo di giornalismo che non può stimolare gli appassionati, né tanto meno gli ascoltatori saltuari. Ci vuole più coraggio e competenza, questo è sicuro. E magari un pizzico di irriverenza.

D: Abbiamo parlato dell’incompetenza dei “sedicenti” giornalisti: quanto invece gli stessi addetti al settore (discografici, talent scout, dirigenti d’etichetta e via dicendo) sono incompetenti in campo musicale e quindi producono artisti non necessariamente bravi a discapito di tanti altri che magari hanno qualcosa di più interessante da dire? (Mi viene in mente la Decca che, nei ’60, “boccia” il provino dei Beatles)
R: Potremmo scrivere un libro solo su questo tema. E oggi non fa eccezione. Diciamo che i soldi sono sempre un buon viatico per farsi promuovere. La differenza è che una volta gli addetta ragionavano sulla base di quanto un artista poteva far fruttare a loro, oggi invece chi vuole farsi promuovere deve investire denaro, sperando che qualche orecchio là fuori sia aperto. Cosa che non accade spessissimo, così come non sempre la capacità autocritica degli artisti filtra velleità irrealizzabili all’atto pratico. Ma siamo in un’epoca caotica anche dal punto di vista musicale.

D: A quanto pare, all’interno della tua mini-inchiesta sugli artisti meno apprezzati dagli artisti, Lo Stato Sociale stravince: tu cosa pensi di loro?
R: Li ho intervistati in “Riserva indipendente”. Personalmente credo siano figli del nostro tempo. Li ho incontrati in un paio di occasioni e li trovo davvero molto simpatici. Musicalmente invece non mi piacciono. Loro lo sanno. Su disco faccio davvero fatica a mandarli giù, dal vivo invece ne apprezzo molto la carica, la voglia di far divertire il proprio numeroso pubblico.

D: Lo Stato Sociale ha un seguito notevole, al di sopra della stragrande maggioranza delle altre band del panorama: come te lo spieghi?
R: Evidentemente colpiscono dei “bisogni” che io non ho.

D: C’è qualcosa che vorresti aggiungere?
R: Prossimamente cominceranno le presentazioni e i banchetti. Chiunque fosse interessato ad organizzare presentazioni può contattarmi a fra.bomma@gmail.com.

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