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Interviste

DON BOSKOV: leggi l’intervista alla band e ascolta il disco in streaming

Cosa unisce due figure apparentemente distanti come quella di Don Bosco e quella dell’allenatore serbo Vujadin Boškov? Ma naturalmente il post-core dei Don Boskov.
In occasione dell’uscita del mini album “Istruzioni per allontanarsi ancora un po’” abbiamo fatto qualche domanda alla band. Intervista a cura di QALT.

D: Partiamo dal nome, Don Boskov: chi è la mente malata che l’ha concepito?
R: Abbiamo passato una serata a cercare un nome che fosse giusto, poi è stato fondamentale l’intervento di una mente malata amica, Alessandra. È lei che ha avuto l’illuminazione.

D: Immagino siate tutti fan sia di don Bosco che di Boskov: cosa possono insegnarci questi due personaggi?
R: Pochi sanno che in realtà Don Bosco oltre ad essere un santo (è stato canonizzato da papa Pio XI nel 1934) era anche un rompicoglioni violento e ottuso. Riportando un sogno che lui raccontava spesso ai ragazzi del suo oratorio dice “A 9 anni ho fatto un sogno. Mi pareva di essere vicino a casa, in un cortile molto vasto, dove si divertiva una gran quantità di ragazzi. Alcuni ridevano, altri giocavano, non pochi bestemmiavano. Al sentire le bestemmie, mi slanciai in mezzo a loro. Cercai di farli tacere usando pugni e parole”. Ad affascinarci è sicuramente stato questo lato problematico e violento, fortemente postmoderno, di un personaggio ai limiti della legalità e della morale.

Per quanto riguarda la figura di Boskov e della sua Samp degli anni 90 non credo servano parole. Lo possiamo ricordare al meglio forse soltanto con una selezione dei suoi aforismi:
– “Squadra che vince non si cambia”;
– “Se io sciolgo il mio cane, lui gioca meglio di Perdomo. Io non dire che Perdomo giocare come mio cane. Io dire che lui potere giocare a calcio solo in parco di mia villa con mio cane“;
– “Questa partita la possiamo vincere, perdere o pareggiare”,
– “Gullit è come cervo che esce di foresta”

D: A una persona che non vi ha mai ascoltato che parole usereste per descrivere quello che fate?
R: Come tutti i gruppi cerchiamo di ottimizzare la qualità dei nostri pezzi. In questo modo vengono fuori le influenze musicali tra cui possiamo inserire il post-core che è quello che più emerge. Non vogliamo fare qualcosa di nuovo, perché lo riteniamo praticamente impossibile, prerogativa di artisti immensi come ne nascono davvero pochissimi al mondo. Ma vorremmo fare qualcosa di bello e questo può essere fatto adottando un approccio estremamente personale. Sarebbe comunque facile poter rispondere indicando il nostro genere. Ma non sempre si può fare. Ad esempio, Il nostro tastierista ha risposto al tecnico della caldaia che facciamo una sorta di Rino Gaetano ma suonato più rock duro. Cerchiamo di dare delle coordinate chiare, sottolineando le caratteristiche che emergono dai pezzi. Una risposta che usiamo spesso è: facciamo pezzi in italiano in cui il cantante urla e sotto c’è un gran casino ma anche un pianoforte.

Ascolta in streaming il disco dei DON BOSKOV – “Istruzioni per allontanarsi ancora un po’”

D: Quali sono le band a cui vi ispirate?
R: Fugazi, At The Drive In, Fine Before You Came, Death of Anna Karina, And So I Watch You From Afar sono le prime che ci vengono in mente.

D: Parliamo di testi: quali sono le cose che vi urge comunicare con le parole (fate magari anche qualche citazione saliente).
R: Inizialmente per noi i testi erano uno scoglio quasi insormontabile. Abbiamo puntato su un cantato che fosse più possibile immediato e così i testi riflettono questo desiderio di immediatezza. D’altro canto però cerchiamo di non essere banali, o per lo meno ci proviamo. Abbiamo raggiunto quasi tutti i 30 anni ormai, abbiamo perso la spensieratezza dei vent’anni, mani e piedi siamo immersi in un periodo di grande instabilità e dubbi. Questa incertezza crediamo sia presente in tutti gli elementi della vita della nostra generazione, e tra questi i rapporti, che sono il tema principale dei nostri brani. A volte parliamo di storie autobiografiche in altri casi il riferirsi ad una terza persona (spesso una “lei”) è un pretesto per raccontare le tante sfumature di questi strani giorni che viviamo.

D: Come nascono i vostri brani? C’è un principale compositore?
R: Discutiamo ogni elemento del pezzo insieme. Spesso qualcuno, di solito Matthew, porta un giro su cui si può iniziare a lavorare poi il resto delle idee vengono trovate insieme, criticando e proponendo idee per ogni strumento. In questo modo riusciamo ad armonizzare le parti e curare la qualità nel migliore dei modi, per ottenere una cosa che piaccia a tutti. Contemporaneamente Matteo trova la linea melodica che a noi di solito piace già da subito e molto spesso ci ispira a scrivere nuove parti all’interno del pezzo. Una volta scritto il testo il pezzo è solo da rifinire col tempo. Nel senso che può capitare che a distanza di mesi continuiamo a rifinire qualche particolare di una parte di un qualsiasi strumento finché non siamo soddisfatti.

D: Più importante la musica o il testo?
R: Entrambi, speriamo.

D: Descrivete un vostro live-tipo.
R: Di solito montiamo gli strumenti e facciamo il check, poi chiediamo quante consumazioni abbiamo e ci beviamo una birra facendoci i cazzi nostri. Poi mangiamo, se la situazione lo permette digeriamo, e montiamo sul palco pronti a tutto come sempre. Poi finito il concerto ci divertiamo con la gente cercando di non pensare agli strumenti da smontare e caricare.

D: Progetti attuali e futuri?

R: Stiamo scrivendo dei pezzi nuovi e vogliamo suonare il più possibile dappertutto. Adesso stiamo scrivendo la sceneggiatura dei due prossimi video, uno dei quali sarà una cover, una chicca per amanti del pop anni 90.

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