Premessa: sono andata a vedere Don’t Look Back In Anger, documentario-evento sul ritorno degli Oasis come band nel maxi tour mondiale del 2025, di fatto sulla redenzione dei fratelli Gallagher come duo divino credibile sul palco, sapendo, in cuor mio che sono una bluriana, con scarsa accettazione del risultato della Battle of Britpop, e tutto quello che ne consegue. Ora, al di là dello storytelling piu’ o meno condivisibile adottato dai registi Will Lovelace e Dylan Southern su sceneggiatura di Steven Knight (quello di Peaky Blinders) è chiaro che, per circostanze storiche, umane e culturali è praticamente impossibile poter paragonare il fenomeno Med Fer It a qualsiasi altro contemporaneo nella musica. Forse ai Beatles.
E se pure non sono una super fan da lacrime agli occhi né tantomeno credo ai film celebrazione dei concerti, bisogna dire che Don’t Look Back In Anger non è solo il racconto del ritorno del 2025, del riscatto anzi, di una band iconica che aveva smesso semplicemente di esistere per quindici anni dopo l’ennesima lite tra i fratelli nel 2009, a Parigi, con un comunicato sul sito e migliaia di persone deluse e già pronte a dare tutto, o un’accurata operazione nostalgia che sugelli il ritorno e riabiliti il credo (mai scomparso, tra l’altro). È anche il frutto di un’intenzione, quello di realizzare una metafora molto calzante su come oggi i grandi amori possano resistere a tutto, pezzo per pezzo. E, come diceva un certo Vate locale, fare dei giri immensi e poi tornare.

Così ci troviamo in sala prove al The Mill prima dell’inizio del tour, con il sempre “bravo e coscienzioso” Noel insieme a Bonehead e il resto della storica squadra a cercare di fare suonare Slide Away esattamente come suonava nel ‘94. Che operazione spaccacuore, se ci pensate: provate a trovare, che dire, il vostro primo amore, andate a casa dei vostri genitori che non ci sono più, e provate a rifare tutto come se si fosse cristallizzato nel tempo. Provate finché non suona esattamente com’era. Che cazzo sto facendo, quel periodo e’ stato drammatico per me – praticamente se lo dice da solo, se lo direbbe chiunque. Perché per noi sono canzoni, immortali (si, bisogna dirlo), per loro sono pezzi di vita, che collassano non appena Liam entra nella stanza, ed è lui, impenitente fino al midollo ma profondamente lui, che fa solo due giorni di prove alla settimana, non guarda in faccia nessuno, e poi esce, e nonostante tutto sono tutti felici, sollevati quasi che ci sia.
C’è un bel ritratto dei due fratelli, quello di due ragazzi giovanissimi a cui, come spesso succede, è stato messo in mano un successo che nessuno, neanche Gandhi, riuscirebbe a gestire con equilibrio e non era assolutamente richiesto a loro di farlo: erano giovani e volevano avere successo, avevano l’arroganza di chi ce l’aveva fatta; erano e sono tutt’ora ragazzi di Manchester, zona industriale, bar e stadio, tuta, cappello da pescatore e ovviamente parka antipioggia che ce l’avevano fatta e stavano facendo esattamente quello che avrebbe fatto qualsiasi loro vicino di casa o equivalente tra Seul e USA se gli fosse capitata questa montagna di gloria. Avrebbe esagerato, soprattutto se erano gli anni ’90. Ora Liam non beve, non fuma e va a letto presto, ma vi immaginate se nel 1994 si fosse trovato in TV a parlare del mancato interesse dei media per il genocidio in Rwanda piuttosto che delle loro querelle con Albarn o a perculare gli U2? Aspettate che vado a prendere uno dei suoi tweet per rispondere.
E in fin dei conti, è qui che sta la forza degli Oasis, che attenzione non deve essere letta come un “non schierarsi” perché, tra l’altro, hanno avuto la fortuna di non trovarsi in un’epoca in cui è chiesto nel cv di ogni artista l’avere una laurea in scienze politiche o economiche e una naturale propensione ad andare contro il sistema. Quando si dice che Don’t Look Back In Anger vuole analizzare le ragioni sociali e culturali dietro il fenomeno degli Oasis in realtà vuole spiegare che il loro essere “assoluti”, nel senso di sciolti da qualsiasi legame, è strettamente legato al tipo di band working class hero che hanno voluto incarnare, ben espresso dalla fan coreana, così come dalla sopravvissuta dell’attentato di Manchester del 2017: sono quelli che se cadi non ti dicono subito rialzati e stai su, ma ti confortano cadendo con te e poi si ri-alzano, sempre con te.
Se da un lato c’è la storia del ricongiungimento dei fratelli, dall’altra ogni tappa del tour diventa un momento, forse un tantino emozionale devo dire, per entrare nella mente dei fan degli Oasis: imprevedibili, con atteggiamenti da branco, esaltatissimi. Lo stesso concetto che sta dietro una squadra di calcio, o meglio, una fede calcistica. La mia storia più importante era pazza per gli Oasis, mi aveva dedicato She’Electric e io in risposta avevo fomentato il suo tabagismo facendogli incidere su un portasigarette “Someday you will find me/ Caught beneath the landslide“. Essere fan degli Oasis vuole dire vivere un’emotività idealista adolescenziale perfetta, per sempre.
La cosa più sorprendente del tour degli Oasis del 2025 è che, contrariamente a quanto Noel e Liam credevano, ovvero di non essere meritevoli di fiducia dopo l’essere stati letteralmente dei malesseri per il 90% del tempo della loro dorata esistenza di band ICONICA, 15 anni dopo è tutto perdonato, basta che si ripresentano sul palco insieme e cantino quelle stra maledette canzoni con loro, Liam si pieghi dietro il microfono e si metta il tamburello in testa. Basti pensare alla crisi isterica collettiva della premiere di Venezia, con fan e autorevolissimi addetti del settore letteralmente impazziti, dove la vera domanda da porsi era: siamo impazziti perché erano alla Mostra del Cinema, in un ambiente non loro, o perché erano finalmente e davvero insieme?

In realtà è più probabile che il pubblico, sia di papà che dei loro figli, voglia vederli devastati come lo erano ai tempi, ma ora hanno un certa.
Alla fine del documentario Noel dice una cosa estremamente vera: la stampa non ha mai capito gli Oasis, ed è vera non solo dal punto di vista della narrativa, praticamente alla fine arrivata a essere da tabloid, dalle sperticate critiche all’incredulità di una reunion. Non ha capito davvero il fenomeno e quindi Don’t Look Back In Anger, oltre a farsi nomen omen di un modo di essere, manchesteriano dicono, è anche un po’ la profezia che si autoavvera: non puoi far scomparire quello che è successo, ma puoi decidere di non pensarci più, ed andare avanti. Non è questo il grande segreto dell’amore, o meglio, dell’amare?
Ecco perché Lovelace e Southern si sono potuti permettere la licenza poetica di non tanto fare un tributo ma una lettera di amore, forse un tantino ottimista e sicuramente farcita di lirismi (ma c’è gente, la più seria in assoluto, che ha un colpo al cuore a vedere Liam e Noel venire intervistati insieme e farsi i complimenti a vicenda). Continuerà così? Il brivido dell’incertezza in Italia lo terremo almeno fino al 2027 per le date di Roma, anticipate sempre ieri da un video comparso sulla loro pagina che non lascia dubbi (e regala l’immortalità a Onorato, almeno da parte dei fan degli Oasis). Nel frattempo, non guardiamoci con rabbia indietro.












![PETER GABRIEL [Credits: Nadav Kander]](https://www.rockon.it/wp-content/uploads/2026/10/peter-gabriel-600x337.jpg)















