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PROTEST THE HERO: il nuovo album Within e l’importanza di raccontare storie, con ironia e senso critico. Intervista a Rody Walker dopo il Brutal Assault 2026.

Intervista a Rody Walker dopo il Brutal Assault 2026. Protest The Hero: il nuovo album Within e l’importanza di raccontare storie, con ironia e senso critico.

Protest the Hero in concerto al Brutal Assault 2026 di Josefov (Repubblica Ceca) il 5 agosto 2026
Protest the Hero in concerto al Brutal Assault 2026 di Josefov (Repubblica Ceca) foto di Luca Simonazzi per www.rockon.it

Intervista e Articolo di Lorenzo Vezzosi | Foto di Luca Simonazzi

Eccoci ancora qui. Siamo come sempre Luca “LSimon” Simonazzi e Lorenzo “James” Vezzosi, del formidabile duo “drum and bass on tour”, e questo che segue è il risultato di una bellissima chiacchierata con Rody Walker dei Protest The Hero.
Una doverosa premessa: durante la nostra avventura al Brutal Assault ci era stata data la chance di poter intervistare la band, ma per una serie di sfortunati eventi logistici, non ci è stato possibile finalizzare la cosa. Ringraziamo il management per la professionalità e la gentilezza nel darci modo recuperare fissando un’intervista online, ma ringraziamo anche e soprattutto Rody Walker per la disponibilità e cordialità nel rispondere alle nostre domande, in modo peraltro mai banale. 

Int.: Prima di tutto, grazie per questa opportunità. Abbiamo avuto la fortuna di vedervi al Brutal Assault, ed è stato grandioso: divertente e caotico – in senso positivo -, veramente hardcore.
La prima domanda risulta semplice: che bilancio fate di quest’ultimo tour europeo?

Rody: Ci siamo divertiti tantissimo. Era da molto che non tornavamo in Europa, e questo tour è stato un po’ il nostro modo per sondare il terreno un po’ in punta di piedi, per vedere se alla gente interessasse ancora qualcosa di noi. E l’accoglienza è stata calorosa. Tutti i concerti da headliner sono stati fantastici, così come gli show nei club e i festival. Insomma, per noi è piuttosto naturale pensare di tornare in Europa in modo ancora più ampio.

Int.: Se puoi togliermi una curiosità personale: perché proprio Protest the Hero? È un gran bel nome, ma non sono riuscito a trovare una spiegazione precisa da nessuna parte.

Rody: La band è nata quando eravamo molto giovani e, all’epoca, George Bush era presidente degli Stati Uniti. Credo che l’eroe contro cui volevamo protestare fosse lui, almeno inizialmente. Col tempo, Arif (Mirabdolbaghi, ex bassista della band, N.d.A.), spiegava spesso che l’atto della protesta è di per sé eroico, ed è un po’ questo il significato che il nome ha assunto. Però, a dire il vero, è anche semplicemente il nostro modo di giocare con la formula “verbo – the – sostantivo”, con quel tipo di nomi che andavano forte in quel periodo: Poison the Well, Protest the Hero, Pierce the Veil e via dicendo. Dopodiché, in fondo, c’era anche un po’ di “roba” di sinistra in tutto ciò.

Int.: Un’altra curiosità, che musica stai ascoltando al momento, in questo periodo? Qualcosa di nuovo, di diverso, magari anche un piccolo guilty pleasure?

Rody: In realtà sto cercando di ricordarlo, perché al momento sto seguendo una serie di audiolibri lunghissima, nove “volumi” in tutto; quindi, non ho ascoltato molta musica vera e propria di recente. A dire il vero, mi sto rituffando nelle radici più antiche dell’hardcore. Non so nemmeno bene perché, forse perché è il punto più estremo dell’aggressività musicale a cui posso arrivare restando in qualche modo lontano da ciò che facciamo noi. Così sto ripercorrendo il catalogo degli Agnostic Front. Cito spesso anche i Gorilla Biscuits, che sono davvero straordinari, e mi piace scoprire un percorso diverso dentro la musica hardcore che non avevo mai esplorato fino in fondo. Tutto è partito dall’ascolto di alcune delle band più recenti, come Drain, End It, Scowl e Turnstile. Sono state loro a riaccendere la mia curiosità, spingendomi poi a tornare indietro fino all’inizio. E tra quegli inizi ci sono anche gruppi che ascoltavo da ragazzino, come Minor Threat e Dead Kennedys. Poi però il mio percorso si era spostato verso cose più melodiche e più thrash, senza che approfondissi davvero tutto il resto. Adesso, invece, sto facendo proprio quel viaggio ed è molto interessante.

Int.: Tornando alla band, il vostro ultimo album Within ha portato diverse nuove canzoni nella setlist. In alcuni brani, come The Mariner e Mouthpiece, ho trovato riferimenti letterari, da Jorge Luis Borges a Coleridge. È stato molto interessante provare a coglierne il più possibile. Ho notato anche critiche sociali e politiche, che per voi sono una costante in tutta la discografia. Però, in questo disco, mi è sembrato di avvertire anche qualcosa di più introspettivo, più personale, forse quasi una novità, in un certo senso. Com’è stato il processo di scrittura?

Rody: È stato interessante, ma anche molto impegnativo, perché ha richiesto tantissimo tempo. Per quanto mi riguarda, il lavoro sta soprattutto nei testi e nelle melodie. Non mi occupo molto della parte strumentale, che è quella per cui siamo più conosciuti. Quindi devo cercare di mettere lo stesso livello di attenzione nella scrittura dei testi e nella costruzione delle linee vocali. È una linea sottile da tenere in equilibrio, soprattutto quando scrivi canzoni che, come hai detto, sono insieme molto personali e sociopolitiche. In realtà io tendo il più possibile a scrivere delle Storie: che vengano da esperienze personali o da altro, voglio sempre raccontare qualcosa. Non mi interessa limitarmi a dire “questi sono i fatti” e “questa è la mia opinione”, voglio che la canzone si sviluppi come un racconto. 

Int.: E anche solamente leggendo i testi, quello che emerge è proprio questo… 

Rody: Amo il modo in cui la narrazione conserva le cose dentro una cultura, anzi, dentro tutte le culture: è una parte importantissima della storia, e più in generale dell’esperienza umana. È una tradizione che mi piacerebbe continuare a portare avanti.

Int: Prima abbiamo citato il vostro show al Brutal Assault, e allora vorrei chiederti anche del tuo impegno come coach di baseball…

Rody: Ah, sì! Com’è andata? Al Brutal Assault stavo indossando la maglia della squadra (Rangers, N.d.A.) e ho detto che eravamo ancora imbattuti. E la cosa è ancora vera. Abbiamo vinto tutto. Abbiamo chiuso la regular season con 16 vittorie e zero sconfitte, e poi abbiamo completato l’opera nei playoff con tre vittorie e nessuna sconfitta. E sono tornato a casa in tempo per vederli… Mio figlio ha vinto due trofei: uno per il titolo di regular season e uno per quello dei playoff. Quindi i Rangers sono imbattuti, e tutti ce l’hanno con noi per questo. Forza Rangers! Ci hanno dato degli imbroglioni, ci hanno detto di tutto, ma alla fine abbiamo semplicemente asfaltato tutti.

Int.: Bella storia. E magari questa esperienza sportiva ha avuto qualche influenza anche sulla musica? C’è una connessione, secondo te? Sicuramente, in qualche modo, l’energia che porti sul palco…

Rody: Sì, non ne sono del tutto sicuro, ma si trattava di baseball di lega amatoriale, quindi il livello più basso possibile, con bambini di otto anni. Per me è stato semplicemente molto divertente. Non sono un grande fan del baseball, non ne so molto; quindi, era una situazione a bassa pressione, e forse è proprio per questo che i ragazzi hanno reso così bene. Non credo di avere un futuro da coach o roba del genere. Però, se mio figlio vorrà che lo rifaccia, lo farò.

Int.: Musicalmente parlando, lo stile e il sound dei Protest the Hero sono immediatamente riconoscibili, e lo dico con convinzione. Ed è certamente merito anche delle tue doti vocali. Quali sono le principali influenze della band, e quali quelle che contano di più per te come cantante?

Rody: Se dovessi ridurre tutto a due influenze principali per tutti noi, direi probabilmente Propagandhi e Symphony X. E credo che, pensando a questi due nomi, la correlazione con il nostro sound venga fuori abbastanza chiaramente. Per quanto riguarda me, ascolto tantissime cose diverse, e sicuramente anche quelle due band fanno parte del quadro. Mi hanno definito la versione Temu di Russell Allen [ride], e questo lo prendo con orgoglio. Però ascolto anche molta altra roba. Mi piace parecchio l’emo moderno che sta girando adesso. Penso, per esempio, che il cantante degli Hot Mulligan abbia una voce davvero interessante. Fa cose molto strane, creando un tipo di musica influenzata da tante cose già esistite, ma che in realtà non era mai esistita proprio in quel modo. Quindi direi che molte delle mie influenze sono abbastanza evidenti: Russell Allen, Cole Wilkinson, Chris dei Propagandhi, Chris dei The Flatliners. Ma poi c’è anche questo tizio, “Tades” degli Hot Mulligan. Guardando a quello che fa, penso: “Ecco, questa roba la voglio provare anch’io”. È divertente, ed è stimolante.

Int.: Su questa linea: cosa è cambiato, dal punto di vista della scrittura, da Kezia a Within, soprattutto considerando i cambiamenti nella formazione della band, soprattutto per i live?

Rody: Sono cambiate davvero tantissime cose dal 1999 al 2026. Una volta ci sedevamo letteralmente in cerchio e scrivevamo ogni singolo strumento, voci comprese, nello stesso momento. E il pezzo doveva essere finito prima di passare al successivo. Da quel metodo sono uscite cose interessanti, ed era bello farlo; probabilmente è anche per questo che c’è una differenza così grande tra il suono di allora e quello di oggi. Adesso, per buona parte del lavoro, Luke Hoskin ha un partner di scrittura. Deve sempre averne uno. Nel corso degli anni è stato Cameron McLellan, mentre per Within è stato Milen Petzelt-Sorace. Funziona così: loro mi mandano il materiale, e io costruisco sopra le mie parti vocali. Però, a dire il vero, anche l’ultima canzone scritta per Kezia era nata in quel modo. È la prima traccia del disco, ma in realtà è stata l’ultima che abbiamo scritto: “No Stars Over Bethlehem”. La parte strumentale era già pronta, me l’hanno mandata e io ci ho registrato sopra usando un vecchio sistema su nastro .dat. Insomma, quello è stato un momento di passaggio cruciale, in cui per noi tutto è cambiato e abbiamo iniziato a scrivere separatamente, nel bene e nel male.

Int.: Parlando del presente, come vedi la scena musicale oggi? Mi riferisco soprattutto al business e al modo in cui è cambiata l’industria. Dal momento in cui c’è la musica fatta con l’AI e tutto sembra essere sempre più veloce e più avido. Che ne pensi?

Rody: Penso che la situazione faccia un po’ paura. Ci sono molte persone a cui non importa nulla dell’AI e che dicono: “Mi piace come suona, la ascolto, ma non me ne frega niente”. Però poi ti chiedi: “Ma che roba è?”. E poi ci sono figure importanti, come questo DJ molto famoso di cui non ricordo il nome, che dicono apertamente: “Non mi interessa, userò voci generate dall’AI. È meglio che pagare qualcuno”. E allora pensi: abbiamo davvero musicisti reali che dicono una cosa del genere? Prima di tutto è una competizione in più, ma è una competizione fittizia e artificiale, perché l’AI può fare cose che noi non possiamo fare. L’unica cosa che non sa fare è emozionare davvero. Non sa raccontare storie vere. Non ha esperienze umane in cui possiamo riconoscerci. Per questo oggi è più importante che mai raccontare le proprie storie, scriverle davvero, perché l’AI non può farlo. Alla fine, non credo che per me cambi poi così tanto, perché penso che tutti riusciremo a passare attraverso tutto ciò. O almeno spero che sarà così, e che ascolteremo questi brani dicendo: “Questa roba è spazzatura”, perché chi vorrebbe qualcosa che non racconta una storia umana? Ma potrei anche sbagliarmi. Magari il futuro sarà fatto solo da aziende che scrivono prompt nei computer, e noi finiremo per avere canzoni stupide che però amiamo tutti. Lo vediamo già su YouTube e altrove, con i nostri figli che guardano storie AI senza alcun senso, ma piene di immagini lampeggianti che ci intrattengono e ci rendono più stupidi. Forse avranno la meglio loro, e finiremo per diventare più idioti che mai, seduti davanti a macchine che lampeggiano e fanno rumore davanti alla nostra faccia. Però è uno scenario molto cupo, e io scelgo di non crederci. Ho molta più fiducia nell’umanità di quanto questa visione lasci intendere.

Int.: E visto lo spirito indipendente della band, che ne pensi delle label?

Rody: Non sono così sicuro che le label saranno davvero rilevanti in futuro, perché oggi è molto più facile fare tutto da soli senza aver bisogno di un enorme supporto economico. Alcuni dei miei amici più affermati di varie band, non hanno mai avuto una label alle spalle. Lo dico però anche come un quarantenne cinico che è stato masticato e sputato via dalle label. Sicuramente per qualcuno ci saranno state e ci sono esperienze positive, e immagino ci sia ancora del buono da qualche parte, ma è un altro di quei casi in cui Live Nation sembra possedere tutto, e più monopolizza label, venue, stampa e tutti i media migliori, peggio diventano le cose. Così se anche solo una volta potessi dire “mad brothers” in un disco, mi farebbe davvero piacere.

Int.: Dato che siete sempre stati molto diretti sui temi sociali e politici con la vostra musica… che idea ti sei fatto dell’attuale situazione, soprattutto per quanto riguarda il Canada?

Rody: È complicato, no? Voglio dire, ovviamente, fanculo Trump. Fanculo lui e il suo (inserire insulto particolarmente colorito). Personalmente, non sono mai stato patriottico. Non sono mai stato nazionalista. Trovo il nazionalismo una cosa molto strana. L’ho sempre vissuto come: “sono orgoglioso di essere me, ma sono anche orgoglioso di non essere te”. E questa è una cosa un po’ odiosa, divisiva, fatta di linee invisibili. Però le situazioni di guerra fanno venire a tutti una vena patriottica. Ti viene voglia di non comprare prodotti americani, di comprare solo roba fatta in Canada. E questo entra in conflitto con il mio modo di vedere il patriottismo. Però sì, è strano. Lo odio. Odio dover seguire le notizie e chiedermi: “Di quale nuova escalation ci toccherà sentire oggi?”. In che mondo viviamo, se questo idiota minaccia la nostra sovranità a ogni occasione? Fa schifo, e vedo l’effetto dei social media, di tutte queste cose divisive che cercano di separare canadesi e americani e di spingerci in un abisso sempre più profondo da cui sarà sempre più difficile uscire. Però, di nuovo, ho molta fiducia nell’umanità, soprattutto quando avremo tolto di mezzo le teste di cazzo che hanno creato questa situazione. Penso che potremo iniziare a guarire come cittadini di una comunità globale e smettere di essere così fottutamente divisi. È così che ci dividono, no? Dicono: “Gli americani sono tutti cattivi, avidi e via dicendo”. Ma no, non è così. E non tutti partecipano a quella follia MAGA, giusto? Questa non è tutta l’America. E poi uno può dire: “Beh, la maggioranza ha votato per lui”. Non lo so. Davvero? Quest’uomo è un imbroglione da tutta la vita. È finito alla presidenza in qualche modo, e non sono affatto convinto che sia successo in modo legittimo. La propaganda ha funzionato, questo è certo.
Int.: Capito e, fra l’altro, concordo su molte cose. Prima di finire, sappiamo che siete appena tornati dal vostro tour europeo, ma a breve partirà anche quello canadese. Quindi, nel frattempo, come vi state preparando e che aspettative hai per il prossimo futuro?

Rody: Sono davvero entusiasta di girare il nostro Paese, rivedere vecchi amici e suonare questo disco, su cui abbiamo lavorato così a lungo. Dopodiché, mi piacerebbe davvero metterci sotto di nuovo. Vorrei fare più tour. Prima che esca il prossimo album, quando e se arriverà, mi piacerebbe girare e vedere davvero il mondo, come abbiamo fatto da ragazzi, per cercare di capire meglio come sia diventato oggi.

Int.: Avete in programma di tornare ancora in Italia? Magari presto?

Rody: Spero proprio di sì, indubbiamente. Abbiamo parlato con il nostro agente durante l’ultimo giorno in Europa e gli abbiamo detto che vogliamo tornare, e fare un tour più esteso. Quindi l’Italia sarà sicuramente coinvolta, anche perché non c’è nessun posto in cui sia stato al mondo dove la gente canta i riff di chitarra così bene [ride]…

Int.: E anche noi vi stiamo aspettando, più o meno, da otto anni.

Rody: Sì, durante questo tour abbiamo suonato con una band italiana con cui abbiamo fatto un paio di date insieme e abbiamo chiacchierato un po’. Non ricordo il nome al volo, ma insomma, ci hanno fatto sapere che in Italia c’era molta attesa per il nostro ritorno, quindi, è meglio se riportiamo le nostre chiappe di nuovo qui da voi… noi avevamo promesso che saremmo tornati, quindi faremo del nostro meglio.

Int.: Mi ricordo ancora il vostro tour con Darkest Hour e Born of Osiris a Bologna, al Sottotetto Club. Ero lì a cantare i riff, ovviamente. Lo faccio ancora.

Rody: Sì, ci siamo divertiti veramente un sacco in quel tour!

Int.: Ai tempi Arif era ancora con voi… siete ancora in contatto con i vostri ex compagni di band?

Rody: Sì. Sono ancora in contatto con Moe Carlson. Sento Mike Ieradi praticamente ogni giorno. Arif è un po’ più difficile da rintracciare. Sai, adesso è in Iran, quindi non ha grande accesso a internet. Però ci siamo parlati abbastanza di recente, un po’ per sentirci e assicurarci che andasse tutto bene, per quanto possibile. Insomma, resto sempre in contatto con i ragazzi, quando c’è l’occasione.

Int.: Grazie mille per averci dedicato il tuo tempo, Rody. È stato un piacere. Un’ultima cosa: c’è qualcosa che vuoi dire ai lettori di RockOn?

Rody: Questa va in Italia, giusto? Sì. Fammi dire… fammi dire… “Porta la gonna!”.

Ecco, forse non ha detto esattamente questo, ma i Potery 40y ci hanno censurato.
È stata una bellissima conversazione con una persona mai banale, un artista che ha veramente molto da dire e da raccontare, specialmente con la sua band.
Ci vediamo presto, direi al prossimo live show dei Protest the Hero in Italia.

Fin.

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