VINICIO CAPOSSELA: il racconto del concerto di Roma

Foto di Chico De Luigi

“Vi era solo la tenebra, e nulla più. Scrutando in quella profonda oscurità, rimasi a lungo, stupito impaurito sospettoso, sognando sogni, che nessun mortale mai ha osato sognare; ma il silenzio rimase intatto, e l’oscurità non diede nessun segno di vita…
Io debbo vedere, perciò, cosa sia, e esplorare questo mistero. È certo il vento, e nulla più. Quindi io spalancai l’imposta; e con molta civetteria, agitando le ali, si avanzò un maestoso corvo dei santi giorni d’altri tempi; egli non fece la menoma riverenza; non esitò, nè ristette un istante ma con aria di Lord o di Lady, si appollaiò sulla porta della mia camera, s’appollaiò, e s’installò – e nulla più. Allora, quest’uccello d’ebano, inducendo la mia triste fantasia a sorridere, con la grave e severa dignità del suo aspetto: «Sebbene il tuo ciuffo sia tagliato e raso – io dissi – tu non sei certo un vile, «orrido, torvo e antico corvo errante lontano dalle spiagge della Notte «dimmi qual è il tuo nome signorile sulle spiagge avernali della Notte!» Disse il corvo: «Mai più ». Mi meravigliai molto udendo parlare sì chiaramente questo sgraziato uccello, sebbene la sua risposta fosse poco sensata – fosse poco a proposito; poichè non possiamo fare a meno d’ammettere, che nessuna vivente creatura umana, mai, finora, fu beata dalla visione d’un uccello sulla porta della sua camera, con un nome siffatto: «Mai più». (Edgar Allan Poe, Il corvo)

E’ la bellezza inquietante che ieri sera Vinicio Capossela ha messo in scena nel suo Ombra Tour nell’ultima data all’Auditorium Parco delle Musica di Roma. Si entra nell’ombra e in altri spaventi. Si entra ma c’è un telo che squarcia la sala in due, la realtà dal sogno, l’incubo dal risveglio, che divide e unisce, come tutte le cose. Si sentono intorno un gracchiare di uccelli, corvi forse, ma tutto sembra tranne che un luogo caro alla sacralità della musica. E’ il profano cantore dell’ombra entra in scena indossando cappelli e piume. La polvere è andata via, calpestata dalle creature delle tenebre. Calpestata da Vinicio. Per paradosso dove c’era polvere c’era luce ma il cammino era sporco. Dove c’è tenebra tutto è più pulito, solo l’oscuro esiste. Nessun ostacolo. Lo si intravede dietro al telone insieme ai suoi musicisti, vestiti per la cerimonia dell’oscuro: Asso Stefana (chitarre), Vincenzo Vasi (Theremin, vibrafono e percussioni), Glauco Zuppiroli (contrabbasso) musicisti e lo spettacolo delle ombre con la scenografia di Anus Castiglioni. La scaletta è divisa in quadri, dove in ognuno di esso dimora un’ombra o una parte di sé.

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Il primo quadro è la selva, che genera le creature della cupa. Da lì arrivano gli spaventi, da lì Vinicio Capossela parte con “Le creature della cupa”, per continuare con “Scorza di mulo”, “Il Pumminale”, “Maddalena la castellana”, “La notte di San Giovanni” per finire con “L’angelo della Luce”.
Nel secondo quadro tutto si ristabilisce, la morte e la vita si ricongiungono, in quei campi, in quell’essere contadino di terra e dalla terra tanto cari a Vinicio . E’ il quadro intitolato “Sottoterra” , fatto di grano, di mezzogiorni assolati, di contadini e rabbia da spavento. Venti che Vinicio trascina con sé intonando “La bestia del grano”, per poi essere di violenta bellezza in “Brucia Troia”, e poi passare a “Vinicolo” e “Dimmi Teresia”.

Sembra di stare dalla parte del male, senza sentirsi in colpa però , tutto appare mostruosamente bello, dalla parte del buio, della notte, di creature nascoste. Sembra un libro intero di Edgar Allan Poe, sembra una sua creatura Vinicio.
Sembra ma non lo è. Capossela richiama la ciurma, ritorna naufrago. Riprende il viaggio, si perde in mare adorando le sirene. Come Ulisse, Itaca è ormai lontana. C’è sempre e comunque il viaggio, la speranza del ritorno. Si rimette al pianoforte, riprende il timone e intanto si riparte con “Le sirene”, “Parla Piano” e “Fatalità”.

E’ cinema e teatro quello di Vinicio Capossela, il narrare con queste continue ombre dietro, di lato, lui che combatte e chiacchera con il riflesso della luce. Sarebbe battaglia persa perché l’ombra appare sempre più grande, e fa spavento. Di tanto in tanto, una luce quasi acceca il pubblico, quasi però, perché poi l’ombra ritorna a dominare. E’ un occhio di Polifemo indossato da Capossela diverte e inquieta, con un occhio solo si vedono più cose ma sempre con la stessa prospettiva. Non c’è scelta. Come non c’è scelta davanti a uno specchio, uno specchio tagliato, nel quarto quadro intitolato “Silhouette e giochi d’ombra”. Qui si rende omaggio alla pittura, all’arte di Amedeo Modigliani, quando al piano Vinicio parte con le note di “Modì”. E chissà perché in quel momento, dietro a un velo, tutta quella struggente bellezza che la canzone si porta con sé insieme al suo autore , pareva quasi che il pianoforte insieme all’artista si stesse gettando da un piano alto, che scivolasse, che si lasciasse andare come fece nel vuoto la compagna di Modigliani, con in grembo il bambino, nell’apprendere della scomparsa del suo amato. Che sembrerebbe sì un immagine triste, ma è la grandezza dell’amore che porta a non superare la separazione. L’idea della morte in questo caso viene superata dalla maestosità della bellezza che si fa musica. Ed era maestoso Vinicio ieri sera che si gettava con il suo piano fra le braccia dell’arte e si faceva quadro anche lui. E si va avanti con “Lanterne Rosse”, “Corvo Torvo”, “Scivola vai via” , ed infine Vinicio che ha venduto l’anima o che se l’è fatta comprare inneggiando al “Marajà”?

Si arriva così all’ultimo quadro, il quinto, intitolato “Il peso dell’ombra”. Puoi attraversare mari, essere naufrago, andare nella notte e diventare porco, bestia, cercare vita dove vita si sa benissimo che non può apparire. Ci si può guardare a uno specchio, innamorarsi del proprio riflesso, e dal troppo amore distruggere l’immagine che si è creati di sé. Farsi a pezzi. Diventare linea di contorno in un quadro. Si possono indossare cappelli, piume, invocare creature e distruggerle. Si può essere spaventosi, ma è sempre e comunque un viaggio. L’ultimo quadro è il quadro del ritorno, Capossela torna a casa, strada facendo si toglie le maschere, si strappa i piumaggi, si imbuca agli sposalizi e alle tristi feste di piazza. Il ritorno alle origini, il ritorno alla propria terra, questo è il senso di un lungo cammino. E qui il ritorno è accompagnato da “Sonetti”, “Pettarossa”, “Lo sposasilizo di maloservizio”, “Il lutto della sposa”, “Il treno”, “Il ballo di San Vito”.

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L’ombra dovrebbe sparire ora, il pubblico si alza in piedi per quello che ieri sera è stato uno spettacolo sospeso, intimo e a tratti claustrofobico, si ti viene voglia di fuggire perché pensi ti possa mancare l’aria ma allo stesso tempo rimani perché quella paura va affrontata. Affrontare se stessi e ritornare da dove si è venuti, non avere paura della propria ombra. Le luci si accendono,Vinicio ritorna sul palco con la sua band, con le birre in mano, regala “Dove siamo rimasti a terra Nutless” e omaggia Roma, omaggia Sergio Leone e omaggia quel fischiettare famoso di Alessandro Alessandroni scomparso da poco Poi ancora regala “il paradiso dei calzini “e “Con una rosa”. Ora non c’è ombra, niente fa spavento almeno agli adulti. Sotto al palco in piedi dietro di me, che scatto foto, c’è un bambino con la propria madre. Vinicio non si vede benissimo al pianoforte da dove è posizionato il bambino che con la tenerezza che appartiene alla vita, alla gioia e allo stupore chiede alla madre “Dov’è Vinicio?, come se avesse perso un supereroe dei fumetti o del cinema o la bestia delle favole che alla fine lo sappiamo è un buono. Mi sposto, lo faccio passare avanti “Vinicio è li…è quello con il cappello nero e la striscia bianca in testa”. Il bambino incantato rivolge lo sguardo e l’attenzione verso Capossela. Domando alla madre quanti anni ha “8 anni”. Nello sguardo incantato di questo bambino veniva giù il telo che separava la realtà dalla fantasia, l’incubo dal risveglio, la morte dalla vita. E’ stato mostruoso ieri sera Capossela insieme alla sua band, ma i mostri evidentemente fanno paura solo a chi ha paura della propria ombra, non a un bambino di 8 anni che di quella ombra ieri sera ne ha fatto favola. La sua è stata l’ombra più grande di tutte… come aveva detto Vinicio nel rappresentare lo spettacolo “L’Ombra è come una grande scatola in cui abbiamo buttato fin da bambini le cose che abbiamo temuto di mostrare”.

“E il corvo, non svolazzando mai, ancora si posa, ancora è posato sul pallido busto di Pallade, sovra la porta della mia stanza, e i suoi occhi sembrano quelli d’un demonio che sogna; e la luce della lampada, raggiando su di lui, proietta la sua ombra sul pavimento, e la mia, fuori di quest’ombra, che giace ondeggiando sul pavimento non si solleverà mai più” (Edgar Allan Poe)

Il 3 giugno Vinicio Capossela presenterà al Teatro Romano di Verona lo spettacolo “LA FORZA DEL DESTINO – Odissea musicale di Vinicio Capossela”, omaggio a Giuseppe Verdi, che intreccia brani della storia musicale di Vinicio Capossela con arie verdiane, risalendo alle radici popolari del grande compositore.

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