Una luce che non si spegne mai: il concerto di JOHNNY MARR a Milano

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Articolo di Oriana Spadaro | Foto di Roberto Finizio

Una luce che non si spegne mai: questo è Johnny Marr. Passano i decenni, i dischi invecchiano, l’indie britannico tramonta e risorge in tutta la sua coolness e mentre Moz perde colpi, resta “Johnny fuckin’ Marr” , come lo hanno ribatezzato in terra d’Albione, a ricordare come stanno le cose.

La messa dell’indie inglese si celebra il 29 Novembre in un Fabrique pieno ma non sold out per l’unica data italiana di Call the Comet, terzo album solista uscito lo scorso giugno.
Mi guardo intorno e nel pubblico riconosco tanti fedelissimi britpoppers, non mancano i sosia con il classico taglio alla Paul Weller e le camicie paisley, un po’ di stranieri, pochi ventenni e per il resto tanti che da giovani hanno avuto la fortuna di vedere gli Smiths.

Camicia a fiori, impeccabile british style da testimonial Pretty Green, attitudine scanzonata e saltellante come i riff della sua chitarra, Marr riempie il palco con il suo carisma compensando il vuoto di una band un po’ anonima.
Il concerto comincia con Tracers dall’ultimo album. La scaletta è per metà incentrata su di esso, del quale suona in tutto nove canzoni: Day In Day Out, New Dominions, Hi Hello, Walk Into the Sea, Hey Angel, Spiral Cities, Rise e Bug.
L’altra metà è composta da Jeopardy (b-side di Hi Hello), un sapiente mix di singoli dagli album precedenti ovvero Easy Money e Newtown Velocity (rispettivamente da Playland del 2014 e The Messenger del 2013 – tralasciando, ahimè, The Right Thing Right, I Want The Heartbeat e Generate! Generate! – alcuni tra i suoi migliori brani a parere della sottoscritta), i primi due singoli degli Electronic datati 1991 (supergruppo dance formato da Sir Marr, Bernard Sumner dei New Order e Neil Tennant dei Pet Shop Boys) e ben sei canzoni dal repertorio smithsiano che, tuttavia, mi sembrano poche.

Ma la produzione di quest’uomo è talmente vasta che un taglio è necessario, a meno che non volesse fare una scaletta lunga un weekend. In realtà avrebbe potuto suonare anche solo un’ora e mezza di intro di Big Mouth Strikes Again o Some Girls are Biggers than Other in loop e sarei stata felice comunque. Sì, perché sono al cospetto della storia della musica inglese. Se non fosse chiaro, Marr è il padre di Andy Bell, John Squire, Bernard Butler e Graham Coxon. In altri termini, senza di lui non sarebbero mai esistiti i successivi trenta anni di indie made in UK.

C’è qualcosa che stona però: il pubblico. Troppo pacato, poco entusiasta. Sarà l’età media, sarà la stanchezza infrasettimanale, ma da romantica quale sono voglio romanzare e pensare che fossero tutti in soggezione e religioso silenzio di fronte alla Storia.
Ho visto le band inglesi esibirsi in patria e so che l’atmosfera da stadio, i cori e i fumogeni sono all’ordine del giorno – sicuramente complice il tasso alcolemico – e non posso non notare la differenza. Se ne accorge lo stesso Marr che incita il pubblico dicendo che è troppo silenzioso e sembra “depressed”. Spostarmi dalle scale e buttarmi nella mischia sotto palco è l’estremo rimedio per sentire un po’ di calore.
Si leva un timido coro “Johnny fuckin’ Marr! Johnny fuckin’ Marr!” e lui risponde che non è carino perché sono presenti i suoi genitori. Ovviamente sta scherzando. Ma qualcuno ha colto lo humor inglese?

La folla si accende soltanto con i brani degli Smiths e Marr se ne accorge. Prende un po’ in giro il pubblico accennando l’intro di This Charming Man ed è subito boato. Ma dura pochi secondi, è una finta. Lascia tutti a bocca asciutta riportandoli alla realtà: no, non è un concerto degli Smiths.
Tra una canzone e l’altra saluta chi era presente alla presentazione del libro autobiografico Set The Boy Free la mattina presso la libreria Feltrinelli e presenta la band.

Lo spirito sempre ribelle di Marr salta fuori quando introduce Newtown Velocity dedicandola a tutti coloro che si sentono a scuola, ovvero in qualche modo ingabbiati, e prima di suonare Bug: chiede se la politica è buona in Italia in questo momento, perché in UK da due anni non lo è; c’è un virus (bug, appunto) che si insinua nella società, risucchiando la vita delle persone. Dal tatcherismo alla Brexit, ne ha viste tante Sir Marr.

L’encore si conclude con There Is a Light That Never Goes Out e qui tocca ammettere che stavo aspettando questo momento da un’ora e mezza, ma in realtà anche da mesi. Marr sbaglia la seconda strofa ripetendo alcuni versi della prima, ma il pubblico lo perdona e canta più forte di lui quella che non è una canzone, ma un inno.

L’impressione è proprio quella che il pubblico nostalgico sia accorso per ascoltare quei pochi brani degli Smiths, palesando poco entusiasmo per la carriera solista di Marr, che forse ne è pienamente consapevole.

L’esecuzione generale non oso commentarla, ma nessuno può. La chitarra nelle sue mani è qualcosa di meraviglioso, quel sound riconoscibile tra milioni, quel jingle jangle intriso di spensieratezza mista a malinconia che trasuda una disperazione tutta inglese, sconquassando l’anima.

Un pizzico di delusione per l’assenza di Please, Please, Please Let Me Get What I Want che avrebbe dato il colpo di grazia al mio cuore già tremolante.
La messa finisce con You Just Haven’t Earned It Yet Baby.
Ve lo siete meritato questo concerto?

Johnny Marr

JOHNNY MARR – La scaletta del concerto di Milano

Tracers
Bigmouth Strikes Again (The Smiths song)
Jeopardy
Day In Day Out
New Dominions
The Headmaster Ritual (The Smiths song)
Walk Into the Sea
Getting Away With It (Electronic song)
Hey Angel
Last Night I Dreamt That Somebody Loved Me (The Smiths song)
Spiral Cities
Get the Message (Electronic song)
Easy Money
Newtown Velocity
How Soon Is Now (The Smiths song)

Encore:

Rise
Bug
There Is a Light That Never Goes Out (The Smiths song)
You Just Haven’t Earned It Yet, Baby (The Smiths song)

One Response

  1. chiara

    Ma, in realtà il commento sulla depressione era legato alla “paura” che non sapesse più suonare This Charming Man, come aveva appena detto… e come ha fatto in tutti gli ultimi concerti (iniziare una canzone non sua, dire toh conosco quella ma non this charming man, poi suonare i primi dieci secondi etc fino a suonare Get the Message). Sulla seconda strofa di There is a light, direi sia una scelta, perché la canta sempre così (anche nell’album live Adrenalin Baby).
    Concordo sul resto, però dalla prima fila lui sembrava decisamente di buon umore e c’era gente che cantava e che, come ha avuto modo di vedere perché è passato diverse volte, faceva la fila per lui da varie ore.

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