Tra dub elettronico e reggae: il collettivo FAT FREDDY’S DROP conquista Milano

Articolo di Serena Lotti – Foto di Roberto Finizio

Ho ascoltato i neozelandesi Fat Freddy’s Drop in cuffia. Più volte. E niente, non è stato amore al primo ascolto e nemmeno al secondo. Musicisti di altissimo livello, grandi colori, un dub soul interessante, il caro vecchio reagge che tanto amo ma niente di quel love at first sight che mi aspettavo.

Poi ieri sera schiacciata sulle transenne sotto il palco di un Alcatraz strapieno, tra una platea di rasta e funkateers scatenati e fiumi di birra, la musica è cambiata. E l’amore è arrivato. Eccole lì l’ossitocina, l’adrenalina, la dopamina e la vasopressina arrivare tutte insieme a travolgermi. Il live sound esplosivo in salsa maori dei FFD dal vivo è tutta un’altra storia. Una storia d’amore. E di psichedelia.

L’uscita del nuovo singolo Trickle Down li ha riportati in Italia dopo 3 anni in un Alcatraz strapieno di gente presa veramente bene, di colori psichedelici e di positive vibrations. Un pubblico variegato e coloratissimo composto da millenials per lo più, ma non solo. Becco due tipi con una neonata munita di cuffioni e poco più avanti intravedo un paio di bambinetti molleggiare ritmicamente al ritmo del sunshine raggae. E nemmeno qualche ondeggiante testa brizzolata (eccoli lì i nostalgici di Bob Marley e degli Steel Pulse) è sfuggita al mio occhio indagatore. E’ proprio vero, la musica è la più grande forma di age inclusivity.

Ma partiamo dall’inizio. Alle 21.30 la gente inizia a fischiare a manetta, cinque minuti dopo il supercollettivo dub FFD reagisce con reattività catapultandosi sul palco e, decisamente, affollandolo. I loro 8 outfit bordeline preannunciano subito il tipo di live che stiamo andando a goderci. Tony Chang è vestito come un businessman a Formentera, Chopper Reedz e Jetlag Johnson sembrano John Belushi e Dan Aykroyd, ma è Hopepa il più tamarro e cool di tutti e che sembra aver rubato i vestiti ad un David Bowie un pò inchiattito. MC Slave saluta il pubblico e tutti gli elementi si mettono doviziosamente al lavoro. Partiamo con una potentissima Russia in cui la sezione fiati, composta da tromba, trombone, sax alto e tenore è decisamente protagonista ma senza che il raggae di MC Slave, il cantato languido e black di Joe Dukie che piano declina verso verso stridenti dissonanze e un condimento di campioni e arpeggi acustici non si prendano i giusti spazi.
Sul reggae elettrico di Slings & Arrows il basso implode gradualmente lasciando poi spazio ad un travolgente ed irresistibile Hopepa con tanto di panza in bella vista e agghindato in stile glam rock, che dà il via ad un concerto di fiati memorabile e veramente in stato di grazia. Noi con loro, molleggiandoci sulle ginocchia. L’attacco di Blackbird è sognante e la dolce voce di Joe Dukie ci trattiene a lungo in equilibrio su un sound in cui si fondono dub-reggae-soul-roots-funk con un pubblico sempre più molleggiato e preso bene dal mood della sing a song tutti insieme. Il finale si incastra tra le maglie di un loop quasi estremizzato e decisamente psichedelico e si scioglie infine in un tripudio conclusivo di consensi e applausi.

Sul funk futuristico di Never Moving ci ribaltiamo tutti, la sezione fiati ancora si prende tempi importanti in bilico tra virtuosismi jazz e musicalità ipnotiche, il tutto confezionato da un groove potente e miscelato a sonorità hip-hop, soul, jazz, reggae e funk fuse senza sforzo. La musica rimane organica, spontanea, catturando l’atmosfera di una jam session tanto improvvisata quando memorabile.

A celebrare la vigilia di Halloween arriva Razor, tratto da Bays, un pezzo dalle atmosfere oscure e inquiete che ci porta sulla giostra del sintetizzatore, che fatica a mantenere il controllo a volte ma che ci consegna un mesh up dinamico di slow jam, jazz e ritmi techno, una sperimentazione elettronica e rarefatta stupenda. Non possiamo non dare al tastierista Iain “Dobie Blaze” Gordon il meritato plauso.
Partiamo per una chiusura col botto. Arriva la vertiginosa e lunghissima suite di Cortina, una struttura pura ed ipnotica tale da far sbarellare chiunque ieri abbia messo piede all’Alcatraz, saliamo poi sul treno dub-tech di Shiverman e arriviamo al capolinea con Roady in cui r’n’b, gangsta rap, acid jazz e funky si allineano meravigliosamente sopra una base dub feroce.

Insomma questi electro-avanguardisti maori sono autentici animali da palcoscenico che hanno creato un progetto con una prospettiva globale macinando groove dopo groove almeno 1000 live in carriera, con oltre 500 presenze in Europa, circa 40 tour in Australia e oltre 400 spettacoli in Nuova Zelanda. Musicisti di grande talento, dal vivo trascinano vorticosamente il pubblico trasmettendo la forza solare del reggae attraverso una mirabolante psichedelia che è impossibile non amare.

Il live è finito. Esco in una Milano grigia, fredda e piovosa. Ho parcheggiato la macchina come una bestia, temo i vigili in agguato come varani di Komodo. Domani ho la sveglia alle 7. Eppure me ne frego, sono in un mood in stile tramonto sulla spiaggia che mi fa stare veramente bene. Non resta che andare a casa e tenere la ginocchia allenate e le orecchie tese per il prossimo live italiano dei Fat Freddy’s Drop.

Fat Freddy's Drop

FAT FREDDY’S DROP – La scaletta del concerto di Milano

Russia
Slings
Blackbird
Special edition
Never Moving
114
Kamo Kamo
Razor
Cortina
Shiver Man
Roady

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Roberto Finizio

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Il percorso di Roberto Finizio si sviluppa sotto una nuova luce a partire dal 2009, anno in cui passa dal praticare la fotografia come passione al farla diventare una professione. Dopo gli studi per affinare le proprie conoscenze tecniche, decide quindi di unire tra loro i suoi più grandi interessi: la musica ed il teatro. È così che inizialmente si dedica alla fotografia live, attività che gli permette di catturare con la sua Canon alcuni tra i più grandi artisti del panorama italiano ed internazionale. Col tempo sceglie tuttavia di ampliare i propri orizzonti, ed inizia così a lavorare anche nel settore sportivo ed in quello pubblicitario come fotografo di still life.

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