THE SMASHING PUMPKINS: Billy Corgan, i concerti impossibili e la tristezza infinita

Foto di Davide Merli | Articolo di Andrea Pazienza

Forse non ve ne siete accorti ma di recente tutti gli idoli musicali degli anni 90, a parte quelli morti, stanno facendo capolino in Italia. Agli ultimi IDays che si sono tenuti lo scorso giugno si sono esibiti (in 2 giorni diversi, per carità!) entrambi i fratelli Gallagher e Richard Ashcroft dei Verve, al Club To Club di Torino che si terrà fra 2 settimane il nome di punta sarà quello di Aphex Twin e per concludere il tutto in bellezza (si fa per dire) al prossimo Lucca Summer Festival (e a Roma) ci sarà la reunion dei Take That.

Per non farci proprio mancare nulla in questi giorni c’è stato anche un altro grande ritorno, quello di Billy Corgan e la sua “vecchia” band, ma forse sarebbe il caso di dire “nuova”? o molto più probabilmente “senza tempo”. E “senza senso” – direbbero i più maligni – così come il loro nome, per il quale lo stesso Billy nel 1990 dichiarò: “È un nome che non vuol dire assolutamente niente. È il più ambiguo al quale sono riuscito a pensare”.

Gli Smashing Pumpkins, appunto, esistono ancora e non esistono più; si sono sformati e riformati più volte nel corso degli anni e ieri sera hanno fatto letteralmente esplodere di nostalgia il palazzetto dell’Unipol di Bologna, gremito di over 30 assetati di sangue musicale – perché “The World is a Vampire” e loro lo sanno bene – in quella che è stata, purtroppo, la loro unica data italiana di questo tour.

A onor del vero Billy Corgan si sarebbe dovuto esibire anche in un concerto impossibile dentro un piccolo Club di Milano, in un’inedita versione intima e acustica, talmente inedita, intima e solista che alla fine non si è presentato proprio e si è dato malato, lasciando così nei suoi fan milanesi più duri e puri quel velo di “tristezza infinita” di cui tanto avrebbero voluto sentir cantare ancora una volta.


Chi è andato al concerto di Bologna, invece, si è potuto godere una scaletta indimenticabile composta da una sfilata di classici che hanno spaziato dagli esordi di “Gish” fino al primo “Machina”, passando per “Pisces Iscariot”, senza dimenticare nemmeno le perle disseminate nelle colonne sonore dei film (Drown in “Singles” e The Beginning is the end is the beginning in “Batman e Robin”) per un totale di ben 31 canzoni e 4 cover: Space Oddity di David Bowie, Stairway to Heaven dei Led Zeppelin, Landslide dei Fleetwood Mac e Baby Mine di Betty Noyes, la canzone di Dumbo (no non stiamo scherzando).

In teoria ci sarebbe stato da presentare anche un nuovo disco “Shiny And Oh So Bright”, del quale però francamente a nessuno sembra interessare più di tanto. Perché della formazione originale di Chicago ormai si sono perse da tempo le vere tracce, non soltanto quelle della bassista dal nome impronunciabile, D’Arcy Wretzky, che infatti non ha preso parte alla rimpatriata, ma anche e soprattutto quelle delle scintille iniziali che avevano fatto partire i fuochi d’artificio incendiando i cieli stellati dei tempi d’oro. Del loro antico splendore oggi rimane soltanto l’ego spropositato e qualche goccia di talento del loro leader maximo, all’anagrafe William Patrick Corgan, capitano di una nave che non ha mai voluto abbandonare neanche quando stava affondando o era già del tutto affondata, le melodie luminose del chitarrista James Iha (del quale consiglio di recuperare il suo primo disco solista “Let It Come Down”) e la forza attenuata dall’abuso di alcol ed eroina del batterista Jimmy Chamberlin, tornato all’ovile dopo aver fatto precipitare la band negli abissi quando era all’apice del successo.

“Accadde tutto in una notte”, come titola un famoso libro di Mary Higgins Clark, e più precisamente la notte del 12 luglio 1996 durante il tour di Mellon Collie and The Infinitive Sadness, quando gli Smashing Pumpkins erano nel momento del loro massimo splendore e l’indomani avrebbero dovuto suonare il primo dei due concerti previsti al Madison Square Garden di New York. Concerti che non si tennero mai perché il buon Jimmy quella notte aveva deciso di esagerare un po’ con l’eroina e il suo festino di eccessi era costato la vita al tastierista Jonathan Melvoin, unitosi al gruppo proprio in occasione del tour.


Da lì in poi le cose non furono mai più le stesse, Jimmy fu allontanato dal gruppo e il suono delle Zucche Spappolate si spappolò con lui, a partire da “Adore” – che si salva più per i testi fortemente influenzati dalla malattia e dal decesso della madre di Billy che per i suoni (For Martha è per lei), ogni nuovo album non fece altro che spostare un po’ più in là l’asticella del “brutto” che gli si era disposti a concedere in virtù di uno splendore passato.

Ma prima di allora, per 3 album (“Gish”, “Siamese Dream” e “Mellon Collie”) e 5 meravigliosi anni dal 1991 al 1996 gli Smashing Pumpkins sono stati la stella più fulgida della notte, di Chicago e non solo, e una delle migliori band della scena alternativa. Alternativa a cosa poi non si è mai ben capito e lo stesso Corgan è sempre stato abbastanza scettico in proposito, non ha mai (rin)negato le sue vere radici, che affondavano nell’hard rock cafone dei concittadini Cheap Trick, né la sua ambizione di dar vita alla più grande rock band in circolazione combinando i riff più pesanti dei Black Sabbath con il pop più melodico dei Beatles. Peccato che nel 1991 uscì Nevermind dei Nirvana a scombussolare tutti i suoi piani, ma questa forse è un’altra storia. Forse perché in realtà di punti di contatto tra i due leader ce ne sarebbero stati anche tanti, ma non abbiamo abbastanza spazio in questa sede per poterli approfondire. Sebbene non abbia mai raggiunto il livello di mito assoluto di Kurt Cobain, possiamo tranquillamente dire che per alcuni di noi, soprattutto per quelli nati nei primi anni 80, Billy Corgan è stato una sorta di divinità. Per quelli nati alla fine dei 70 poi, e più precisamente nel ’79, lo è stato ancora di più perché “1979” è proprio l’anno che dà il titolo a una delle loro canzoni migliori, quella con il video dei ragazzini che si rotolano nel parco dentro la ruota di un camion, vanno alle feste, si tuffano in piscina di notte e sfasciano un supermercato, fanno, insomma, tutte le cazzate tipiche degli adolescenti americani anni 90 che abbiamo visto un milione di volte in milioni di telefilm tutti uguali e tutti bellissimi.

Per altri, invece, incredibilmente nati negli stessi anni, Billy Corgan è soltanto quello che faceva il bambino di Super Vicky (aka “Small Wonder”) una vecchia sitcom, incentrata su una bambina robot, che veniva trasmessa da Italia Uno negli stessi anni in cui il gruppo di Billy girava in heavy rotation su Mtv. Molto probabilmente fu proprio la concomitanza temporale delle due cose e una leggera somiglianza del viso a dare origine a questa leggenda metropolitana tutta italiana, che ovviamente è falsa come tutte le leggende metropolitane che spopolavano a quei tempi e in cui comunque tutti noi, non avendo una connessione internet veloce a portata di mano per sbugiardare il tutto, credevamo almeno un po’, da quella della cantante degli Aqua morta per inspiegabili motivi all’urlo nella notte di “Valerioooo”, il ragazzo che si era perso chissà dove (chiunque abbia frequentato un festival o un campeggio in quegli anni sa di cosa parlo).


Ad ogni modo non ho idea di come sia finito a parlare di queste cose. O forse sì, in fondo lo so. Perché in fondo al (pro)fondo, la musica degli Smashing Pumpkins è stata per noi come un atto di fede. Una religione – con tanto di abito da cerimonia ufficiale rappresentato dalla maglietta con la scritta “Zero” argentata – in cui credere ciecamente. Passavamo le nottate intere a cercare di tradurre i testi delle loro canzoni, che erano come le Sacre Scritture, interrogandoci sui possibili significati, sui giochi di parole (chi è Mellon Collie? non è nessuno e siamo tutti noi, è la nostra Melan-choly) o sui vari riferimenti, personali e non, che non eravamo sempre in grado di cogliere [1]. Ma anche quando non capivamo non aveva importanza perché “c’è un sentimento che va oltre le parole”. Avevamo la totale fiducia in qualcosa che non sapevamo neanche bene cosa fosse. Eravamo pronti a credere in qualcosa con la certezza assoluta di chi non ha nessuna certezza, che “il tempo non è mai tempo” e “l’impossibile è possibile”, se non sempre almeno stanotte (“time is never time at all”, “the impossible is possible tonight”, “and you know you’re never sure but you’re sure you could be right” – da Tonight Tonight). Eravamo convinti di poter estrarre da quelle liriche la persona che ci avrebbe consolato e amato strappandola dalle braccia del sonno e del sogno (I need someone to ease my mind/ but sometimes a someone is so hard to find/ and i’ll do anything to keep her here tonite/ and i’ll say anything to make her feel alright/ and i’ll be anything to keep her here tonite – da In The Arms of Sleep) proprio come in Video Girl Ai Yota Moteuchi riesce a estrarre dal televisore la ragazza di cui ha bisogno perché è puro di cuore. Pronti a credere nell’amore assoluto e a non arrenderci davanti alla sua sparizione, a cercarlo giorno e notte in mezzo al freddo e al gelo, a salire la scala di vetro dei dolori passati per arrivare fino in cima e riportarlo di nuovo a casa, fra le nostre di braccia.


Non esisteva il cinismo imperante di oggi, eravamo sicuri di poter disarmare una persona con un sorriso (Disarm you with a smile – da Disarm) o di poterne spedire uno a chiunque in qualunque momento con una semplice canzone (I send this smile over to you – sempre da Disarm).
La musica degli Smashing Pumpkins era anche piena di rabbia, ma era una rabbia che volava su ali di farfalla (Despite all my rage I’m still just a rat in a cageBullet with Butterfly Wings), per certi versi potrebbe essere vista anche come un grosso vaffanculo a tutti quelli che non hanno più fiducia nelle persone. Era come il personaggio di Mr. Pickles interpretato da Jim Carrey nella nuova serie prodotta da Michel Gondry, (“Kidding”) quando la ex moglie lo invita a vivere nel “mondo reale”, quello dove le persone danno sempre il peggio di loro stessi, quello in cui la persona che ha ucciso tuo figlio in un incidente stradale finge di essere rimasto invalido per farsi mantenere o l’altro tuo figlio finge di divertirsi con i giochi di magia che gli hai regalato soltanto per continuare a drogarsi di nascosto, quello in cui se la ragazza malata di cancro con cui sei uscito non ti risponde ai messaggi non è perché magari ha rotto il telefono, ma perché semplicemente non ti vuole più rivedere. A questa visione del mondo Mr. Pickles ne contrappone una più fiduciosa, ma al termine di quest’aggressione verbale il suo mondo vacilla e comincia a farsi più (o)scuro, poi all’improvviso arriva un messaggio di risposta: “Sorry my phone was broken, I would love to see you again” e tutto torna magicamente al suo posto [2].

Insomma tutto questo per dire che anche nella musica dei Pumpkins bisognava avere fiducia, in quello Zibaldone di malinconia e tristezza ci si doveva lasciar trasportare senza farsi troppe domande perché “qui” non ci sono “perché” (Here is no Why), quindi l’unica cosa da fare era mettere su quei due dischetti “Dall’alba al tramonto” per il giorno e “Dal crepuscolo alla luce delle stelle” per la notte e fare un salto all’indietro nel buio sicuri di essere presi nella luce, come fanno i 2 protagonisti nella scena finale di Trust di Hal Hartley.

Per questo, anche se il biglietto del concerto impossibile di Billy Corgan a Milano costava uno sproposito (79 euro in tutto) noi l’avevamo comprato lo stesso e sempre per questo, anche se il concerto alla fine non c’è stato noi l’abbiamo visto lo stesso quando ci siamo messi a letto e siamo andati a dormire con addosso ancora “quella maglietta”. Tutti quelli che ci credono veramente e che ci hanno sempre creduto l’hanno visto lo stesso quella sera e poi l’hanno rivisto a Bologna. Tutti gli altri ovviamente no, loro continueranno a lamentarsi dei prezzi dei biglietti troppo alti e del fatto che ormai chi organizza i concerti punta tutto sull’effetto nostalgia suscitato da gruppi storici ormai bolliti da tempo.

Quindi se vivete nel “mondo reale” potete (non) fidarvi e non andare più a vedere questo tipo di concerti. Dico, almeno voi non andateci, così poi la prossima volta che annunceranno un altro concerto impossibile di Billy Corgan io potrò andarci da solo e lui sarà lì a suonare soltanto per me tutta la notte e tra un pezzo e l’altro potrò raccontargli delle nottate passate con il dizionario sul letto a tradurre i testi di Mellon Collie e di tutte le volte che ho pensato che lui fosse il mio unico amico e di quella tristezza che ancora certe sere a volte mi prende e che forse allora era davvero infinita.

Come dice Alberto Savinio nella sua “Scatola sonora”: La musica è un’idea, mai un fatto.
È straniera nel nostro mondo, una temibile intrusa. Come possiamo del resto conoscere e fidarci di ciò che ignora gli interessi umani? Eppure ne facciamo materia di studio e dissertazione, illusi di possederla quando è lei a possedere noi, inevitabilmente.
Perché il suo fascino è proporzionale alla violenza con la quale vanifica ogni nostra aspirazione, disattende ogni aspettativa, e riconduce là dove la ricerca spasmodica dell’utile ci impediva di approdare: al cuore stesso dell’ignoto.
Che ci crediate o meno le cose qui stanno così.

Believe in me

as I believe in you
(Tonight Tonight)


[1] come “il killer che è dentro di me che è dentro di te”. Cosa voleva dire? Avremmo dovuto conoscere almeno in parte le turbolenti vicende familiari di Billy, abbandonato dai genitori e sballottato da più parti, per capirne il vero significato, svelato poi da una sua stessa dichiarazione:
“The reason I wrote Disarm was because, I didn’t have the guts to kill my parents, so I thought I’d get back at them through song. And rather then have an angry, angry, angry violent song I’d thought I’d write something beautiful and make them realize what tender feelings I have in my heart, and make them feel really bad for treating me like shit. Disarm’s hard to talk about because people will say to me ‘I listen to that song and I can’t figure out what it’s about.’ It’s like about things that are beyond words. I think you can conjure up images and put together phrases, but it’s a feeling beyond words and for me it has a lot to do with like a sense of loss. Being an adult and looking back and romanticizing a childhood that never happened or went by so quickly in a naive state that you miss it.”

[2] Anche la scena finale di Leftovers (SPOILER grosso come una casa) – per inciso una delle migliori serie di cui si è parlato veramente troppo poco in Italia – potrebbe rappresentare alla perfezione questo concetto. La spiegazione che Nora darà a Kevin in merito alla sua sparizione e a quella del resto del mondo non ha né prove né immagini di supporto perché non ne ha bisogno, è un racconto in cui il suo compagno e noi spettatori siamo portati a credere per forza. Perché abbiamo fiducia.

Clicca qui per vedere le foto degli Smashing Pumpkins a Bologna (o sfoglia la gallery qui sotto).

The SMASHING PUMPKINS – la scaletta del concerto di Bologna – 18 Ottobre 2018

Mellon Collie and the Infinite Sadness
Disarm
Rocket
Siva
Rhinoceros
Space Oddity (David Bowie cover)
Drown
Zero Speech Interlude
Zero
The Everlasting Gaze
Stand Inside Your Love
Thirty-Three
Eye
Soma
Mark McGrath (Sugar Ray) Vaudeville Interlude #1
Blew Away
For Martha
To Sheila
Mayonaise
Porcelina of the Vast Oceans
Landslide (Fleetwood Mac cover) (with Amalie Bruun)
Tonight, Tonight
Stairway to Heaven (Led Zeppelin cover)
Cherub Rock
Mark McGrath (Sugar Ray) Vaudeville Interlude #2
1979
Ava Adore
Try, Try, Try
The Beginning Is the End Is the Beginning
Hummer
Today
Bullet With Butterfly Wings
Muzzle
– – – – – –
Silvery Sometimes (Ghosts)
Baby Mine (Betty Noyes cover)

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