“The more attention I got, the less I wanted it”: BEN HOWARD in concerto a Milano

Articolo di Matteo Pirovano | Foto di Oriana Spadaro

“The more attention I got, the less I wanted it.”

Si potrebbe partire da quest’affermazione rilasciata durante un’intervista di qualche anno fa per tentare di comprendere il complesso personaggio Ben Howard e la sua curiosa quanto coraggiosa iperbole artistica.
Esploso quasi dal nulla nel 2011 con l’esordio Every Kingdom, delizioso album pop folk, si è ritrovato, evidentemente suo malgrado, a dover gestire una fama inaspettata e chiaramente troppo opprimente.
La strada spianata da quasi un milione di copie vendute (tanta roba in questa decade) e continui riconoscimenti da parte della stampa di settore avrebbero dovuto lanciarlo nell’olimpo dei grandi.
Peccato che Ben, con il successivo I Forget Where We Were, spiazzò tutti abbandonando la canzone dalla facile presa per dedicarsi a un percorso introspettivo sicuramente affascinante ma dal minor appeal commerciale.

Il viaggio introspettivo spesso finisce col fondersi con quello geografico e per qualche anno di Howard si sono perse le tracce, umane e artistiche. Sino a qualche mese fa, quando la stampa diede notizia di un suo nuovo lavoro in studio in arrivo e di un tour estivo, passato anche in Italia nella suggestiva location di Gardone Riviera.

Il nuovo arrivato Noonday Dream crea un solco ancora più grande tra il Ben attuale e quello del 2011.
Un solco talmente grande e profondo che le canzoni del primo disco vengono, con evidente delusione del pubblico, completamente accantonate durante gli show di questo tour che è viceversa incentrato sull’ultimo album, eseguito dal vivo nella sua interezza.
Il folk rock degli esordi, ormai sotterraneo, lascia spazio alla sperimentazione sonora avvicinando lo stile attuale di Howard a una forma sussurrata di post rock dove gli strumenti diventano i veri protagonisti di un palco affollato sul quale spiccano, tra gli altri, due violini e un contrabbasso.
Le esperienze personali prendono così la forma di canzone e quella più importante, l’illuminante viaggio in Nicaragua tanto caro a Ben, viene delicatamente bisbigliata tra le note ipnotiche dell’iniziale Nica Libres at Dusk, una canzone rarefatta, dall’incedere psichedelico e dai versi ermetici, apparentemente slegati tra loro.
Le luci hanno un ruolo chiave all’interno dello show, pochissime e soffuse. Non hanno il compito di illuminare, bensì quello di completare e definire, focalizzando l’attenzione sulle note composte da musicisti che si muovono come sinuose ombre nel buio mentre su un telo a fondo stage vengono proiettate immagini quasi caleidoscopiche.
Towing the Line è forse il pezzo che si avvicina maggiormente alla produzione precedente di Howard che si diverte giocando con la sua voce nascondendola a tratti col vocoder.

A Boat To An Island On The Wall è una ballata di sette minuti, un seme che cresce lentamente al suono d’organo diventando nel finale una pianta rigogliosa sferzata da incisi elettrici, probabilmente il pezzo migliore dell’album e la miglior performance di serata.
Sebbene Noonday Dream non si possa considerare un concept album vero e proprio la scelta di eseguirlo dal vivo così come è stato ideato in studio la dice lunga sull’esperienza sensoriale che Howard intendeva farci provare. Il concept non è lirico ma musicale, si passa dal dialogo sofferto di Someone in The Doorway alla trasognante ed evocativa Agatha’s Song sino alla conclusiva Murmurations. Ogni pezzo smuove qualcosa e il fatto che le liriche abbiano un senso definito solo nella testa di Ben ci porta a vagare con la mente attribuendo a ogni momento un’immagine strettamente personale. Uno show che sa di viaggio, un percorso verso una meta sconosciuta che si scoprirà solo all’arrivo. Non riesco a capire quanto la copertina del disco mi abbia influenzato ma ad un certo punto il trasporto è tale che mi sento perso a vagare tra le dune di un deserto che non conosco.
Il viaggio arriva velocemente al capolinea ma c’è ancora tempo per soddisfare gli esigenti palati in sala con un bis di quattro pezzi composto da tre estratti dal precedente I Forget Where We Were, tra i quali un’entusiasmante versione acustica in solitaria della title track e la recente collaborazione con Sylvan Esso.
Un plauso finale va al pubblico del Fabrique, raramente mi è capitato di assistere a uno show in un tale, quasi religioso silenzio. Attento e concentrato, probabilmente intento a vagare nel proprio personale deserto.

Ben Howard

BEN HOWARD – La scaletta del concerto di Milano

Nica Libres at Dusk
Towing the Line
A Boat to an Island on the Wall
What the Moon Does
Someone In the Doorway
All Down the Mines
Wild World (Cat Stevens)
The Defeat
Agatha’s Song
There’s Your Man
Murmurations

Encore

I Forget Where We Were
In Dreams
End Of The Affair
Hot Heavy Summer

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About the author

Matteo Pirovano

Matteo Pirovano

Nasco il giorno di San Valentino del 1978, e forse proprio per questo sono, da sempre, un nostalgico romantico. Apro per la prima volta gli occhi a Genova, ma non riesco a definirmi Genovese a tutti gli effetti pur essendole visceralmente legato. La mia vita è stata vissuta al confine tra la provincia ligure e quella Alessandrina, mi piace considerarmi un apolide della collina. Appassionato di musica sin dalla giovanissima età, cresciuto tra i dischi dei miei, diviso tra Black Sabbath e Led Zeppelin, seguo la musica da sempre. Sono ormai più di vent'anni che coltivo la passione dei concerti, una delle poche a non essere mai calata nel tempo. Sono un Vespista e un Jammer, chi ha una di queste due passioni sa cosa esse significhino. Nella vita lavorativa mi occupo di tutt'altro, le mie passioni sono la mia linfa e la mia energia, sono ciò che riempiono quel bicchiere che, per mia fortuna, riesco sempre a vedere mezzo pieno.

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