TESS PARKS: Reportage, foto e scaletta del concerto di Milano

Foto di Oriana Spadaro | Articolo di Chiara Amendola

Vi siete mai chiesti che aspetto avrebbero avuto gli Oasis se avessero buttato fuori Liam Gallagher e reclutato una Lana Del Rey, meno depressa, come loro nuova vocalist? Non importa, se la domanda ha monopolizzato i vostri pensieri, non disperate, c’è una soluzione al vostro desiderio che si presenta sotto forma di Tess Parks.

Tess è cresciuta a Toronto, in Canada, a circa 12 anni, invece di pittarsi le unghie, ha iniziato a scrivere canzoni, a 17 si è trasferita a Londra nella speranza di dare un senso alla sua passione per la musica, e pare ci sia riuscita. Oggi ha il piede ben piantato nel mondo dello psych-rock e una cricca di fedeli musicisti/supporter che possiamo solo invidiarle, a partire dal suo talent scout, Alan McGee (Creation Records), al frontman dei Brian Jonestown Massacre, Anton Newcombe, che ci ha fatto due dischi.
Le sue canzoni sono una miscela gioiosa e al contempo malinconica di caffè forte e riff sexy.

Da femminista sostenitrice del Girl Power sono curiosa di vedere com’è dal vivo soprattutto nel suo progetto solista, Blood Hot, che ho molto apprezzato rispetto ai lavori successivi con il sopracitato Newcombe.
Arrivo all’Ohibò con il solito anticipo, odio la ressa, ho il panico della folla e adoro l’attesa spasmodica che mi permette di scrutare, mentre gusto un gin tonic al retrogusto di benzina, quelli che saranno i miei compagni di ascolto per la serata.
La platea è composta principalmente da uomini che si accingono a presidiare la prima fila, mi chiedo come mai, ma quando inizia lo spettacolo tutto è più chiaro.

Tess Parks

Nel momento in cui Tess Parks, compare sul palco, la stanza si trasforma in una cassa di risonanza.  La sua voce è unica, affumicata e ipnotica. I capelli, perfettamente trasandati, le avvolgono il volto da cui spuntano ammalianti occhi da cerbiatta che scrutano la folla.
Il concerto si apre con la mia preferita, Somedays, un orecchiabile accattivante. Il cantilenaggio basso di Tess ha il tipo di qualità meditabonda ed empatica che ti trasporta nel cuore delle sue melodie seducenti.
Tess rivela di non essere “on top”, è raffreddata e forse ha bevuto troppo vino, ma il bicchiere col rosso che cinge tra le mani, la sua espressione disperata e a tratti insofferente, le luci soffuse effetto abat – jour, donano alla performance una teatralità che raggiunge toni quasi drammatici.

Cocaine Cat è uno sfoggio delle sue capacità, il brano mette in risalto la sua voce grintosa e fumosa, il suono è elettrizzante e pigramente rassegnato allo stesso tempo.
Per la maggior parte del concerto è difficile concentrarsi su qualcuno che non sia Tess. Rimanendo al centro del palco il suo movimento è minimo, lo sguardo indomito, è evidente che siamo davanti a un talento non per tutti, i suoi testi parlano in modo intrigante a pensieri oscuri e malinconici.
Lo spettacolo si combina con l’atmosfera e rappresenta una testimonianza tangibile di un’esperienza sonora così coinvolgente che a tratti è quasi commovente,
Parks ha una particolare padronanza della musica ibrida che lei stessa elabora: psychedelia, garage rock e chiassose riflessioni atonali sulla solitudine, passione, amore guadagnato e perso.

German Tangerine è la dimostrazione di quanto il suo genere possa essere molto più di una lentezza letargica. Due chitarre si chiudono in un vortice sognante, a turno, rendendo la canzone un suono etereo e inquietante. Il testo mette in discussione la vera natura del sapere chi siamo e cosa vogliamo. È qui che si palesano le sue influenze (Nico e Patti Smith dovrebbero sentirsi abbastanza chiamate in causa a questo proposito).

Un tamburino seguito da percussioni annuncia Mama in una versione estesa come se si stesse suonando una jam session particolarmente energica.
Quella di Tess Parks è una musica volutamente retrò che si traduce in un intelligente senso di vestire il passato con abiti contemporanei e con un marcato grado di rispetto.
Tess è una reporter della vita, appassionata oltre che alla musica, alla fotografia, i suoi testi sono istantanee, un documento di tutto ciò che fa, e nascono dall’esigenza di non voler dimenticare nulla e non lasciarsi nessuno dietro.
La sua musica non è da tutti i giorni, ma sicuramente rappresenta la soundtrack ideale per un tempestoso giorno di novembre o una domenica mattina post sbornia.

Sul finale intona Please never die, non porta a termine la scaletta. Il pubblico spera in un bis, la chiama sul palco, ma lei compare solo per recuperare alcuni effetti personali, sfatta e accaldata si scusa “Ho male alla gola mi dispiace”.
Ringrazia i presenti in un italiano che un po’ le appartiene (i suoi nonni sono di Cosenza) e si congeda.
Le luci si riaccendono, non è facile lasciarla andar via, Tess è davvero magnetica.

TESS PARKS – La scaletta del concerto di Milano

Somedays
Cocaine Cat
French Monday Afternoon
Mount Pleasant
Lif Is But A Dream
German Tangerine
Monochrome Wound
Mama
I Live
Voyage De L’Ame
Right On
Please Never Die

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