Sono stata al concerto di YELLOW DAYS per capire come sono depressi gli adolescenti di oggi

Articolo di Chiara Amendola | Foto di Oriana Spadaro

Sono stata al concerto di Yellow Days per capire come sono depressi gli adolescenti di oggi

Va tutto bene nel tuo mondo? Nel mio sicuramente no, diversamente si direbbe per Yellow Days che si pone l’apposita domanda nel titolo dell’album che lo ha portato alla ribalta e condotto direttamente a Milano per la sua prima data italiana, veramente sold out, al Circolo Ohibò.

George Van Den Broek, pedante assonanza con James Van Deer Beek, che in comune con l’artista ha solo un’adolescenza travagliata di pubblico dominio, a 19 anni ha accumulato un numero discreto di fan e milioni di ascolti online, quanto basta per assicurargli un tour di successo prima a casa sua, nel Regno Unito, poi in Europa e infine questo dicembre negli Stati uniti.

Niente male per un giovane che ha fatto dell’inadeguamento sociale l’anima viva dei suoi testi, struggenti al punto giusto nelle parole e nei suoni. Le emozioni sono il tema ricorrente delle sue canzoni, un’onestà intellettuale apprezzata e accolta come qualcosa di speciale. Non a caso il suo nome d’arte, Yellow Days, si riferisce a una sinestesia: la capacità di percepire i colori mentre si ascolta la musica.

Il circolo è pieno, almeno in 400 sono presenti per ascoltare il bambino prodigio dai capelli strani, la vera sorpresa è che in platea sono quasi tutti suoi coetanei, qualcuno non ha raggiunto la maggiore età ed è persino accompagnato. Mi chiedo, alla loro età avrei assistito al concerto di un artista così complesso?

Sebbene Van Den Broek sia scortato da una band il suo è essenzialmente un progetto da one men show. Lo spettacolo che mette in scena sul palco è al contempo fresco e retrò, proprio come lui. La sua risposta a una vita “depressa” è quella di ruggire attraverso l’antico sentiero del blues. Un adolescente della periferia di Londra che si accarezza e si contorce tra chitarra, synth e batteria, forgiando un legame tra i toni chill out di Mac DeMarco e l’estetica malinconica di King Krule. Una fusione perfetta di songwriting ed elettronica.

Ogni brano in scaletta risveglia sentimenti contrastanti di piacevole disagio e sofferenza. L’amore narrato da Yellow Days è a tratti straziante e troppo difficile – il concerto si apre con The Way Things Change e il pubblico lo accoglie cantando in coro– “It’s my first time in Italy and I wanto to thank you”, dice emozionato mentre alterna un sorso di birra all’acqua per trovare un po’ di ristoro in una location che ormai ha raggiunto i cinquanta gradi.

So Terrified of Your Own Mind (un quasi “inedito” disponibile solo qui https://youtu.be/Og1svKY9ni4) è una straziante lettera d’amore per una ragazza malata di mente. L’interpretazione è altissima, fa quasi male, la platea però è a suo agio, merito dell’inebriante chitarra, della voce granulosa e della sicura presenza scenica, del tutto inaspettata. Su Your hand holding mine, uno dei pezzi più attesi, il pubblico di ragazzini intona tutte le parole, come se fosse una hit.

Le reazioni dei presenti variano e mi incuriosiscono. Vicino a me, una coppia limona duro e balla lentamente mentre Van Den Broek irrompe da solo, una ragazza in prima fila ha gli occhi lucidi, un ragazzo, che ha esagerato con la birra, ondeggia lasciandosi cullare dai suoni e dai colori della scenografia, che rendendo l’atmosfera calda e solenne. C’è un caos calmo tutto intorno ma nessuno è distratto.

Yellow Days

Su Gap In The Clouds i fan vanno in estasi, un rock propulsivo e sognante in grado di trasmettere un senso di inquietudine che fa bene al cuore. Le sue voci biascicate in coppia con gli strumentali lenti e gorgoglianti infondono alla canzone con un senso di concitazione.

Con le luci abbassate dopo il suo set, la folla aspetta che torni. Van Den Broek non delude e si prepara per il gran finale. È quasi commosso nel vedere un pubblico che non parla la sua lingua riconoscere sin dalle prime note Nothing’s Gonna Keep You Down. E dopo la performance a cui ho assistito sono davvero certa che niente possa fermarlo.

Un live emotivamente maturo e sicuro. L’impatto è sublime e si coglie nell’incongruenza, la sensazione è che il lasciarsi passionale di Van Den Broek provenga da qualcosa di indomabile. È indiscutibilmente un artista da vedere.

YELLOW DAYS – La scaletta del concerto di Milano

The way things change
A little while
Hurt in love
That Easy
Holding On
So Terrified of Your Own Mind
Your hand holding mine
What’s it all for
Gap in the Clouds
The tree I Climb
How Can I Love you
Nothing’s Going to Keep Me Down
People
Bag of dutch

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