Sono stata al concerto dei GOOD CHARLOTTE anche se l’indomani non dovevo andare a scuola

Reportage live di Chiara Amendola | Foto di Claudia Mazza

Credo sia normale che all’alba di un nuovo decennio inizi a farsi sentire, almeno per i più sensibili, un certo malessere di tipo “generazionale”, nel mio caso specifico mi riferisco a una nostalgia pop-punk in pieno svolgimento.

I Good Charlotte non sono una band con una data di scadenza, legata a una fase della vita. Dopo vent’anni si confermano ancora i primi della classe, mezzosangue revivalisti del punk rock, e lo dimostrano durante il loro live: una platea palesemente divisa in chi va ancora a scuola e chi probabilmente ha dei figli che si accingono a frequentarla. Due decadi di carriera sono tanti ma è bello vedere oggi, così come “allora” una folla millenaria vivere la propria adolescenza con la nostra stessa colonna sonora.

L’Alcatraz è una location che trasuda sempre energia, c’è allegria e tanta concitazione, la ragazza di un mio amico saltella impaziente, ragazzine, più giovani di me ai tempi degli esordi della band, sono scortate da mamme stacanoviste che azzardano col rimmel per darsi un tocco coerente con la serata. Una domenica uggiosa decisamente dal sapore diverso del solito.

Il concerto è annunciato da Generated Rx che fa da intro all’opening, ma è The Anthem che infiamma ufficialmente lo show facendo ruggire il pubblico pronto per il pogo. Ricordo che nel 2002, ascoltavo questo brano nella mia cameretta mentre provavo a risolvere crudeli equazioni di matematica, penso sia bello cantarla sapendo che domani non avrò un compito in classe.
Ammetto che gli espertoni di pop-punk, i rocker più attempati, si destreggiano nella folla reggendo il confronto con la parte teen presente in sala.

Una serata piena di successi old school sapientemente mescolate con le tracce degli ultimi lavori discografici. La setlist per necessità e virtù ha dovuto dare risalto a brani “vintage” come Little Things, Keep Your Hands Off My Girl e Girls and Boys, l’idea è che i “gemelli diversi” Madden siano i primi a volersi divertire, interagiscono col pubblico masticando qualche banale parola in italiano “Siete bellissimi”, quanto basta per adulare una platea già carica e brilla di musica.

I don’t want to be in love, uno dei miei pezzi del cuore, fa letteralmente tremare i pavimenti, un brano espiazione legato un a un momento speciale per tutti a quanto pare, l’empatia è forte e si crea una sinergia che coinvolge fan, addetti ai lavori e artisti.

Su The Young and The Hopeless le mani iniziano a ondeggiare insieme in una coreografia improvvisata, un momento spontaneo condiviso con un pubblico soldout, eppure così intimo, i più “maturi”, compresa me, sembrano rimpiangere i giorni in cui non gli importava di uscire il lunedì sera.

Dall’inizio alla fine lo spettacolo è un singalong di massa che riunisce fan che sembrano non aver ascoltato altro nella vita, nonostante la differenza di età.

Il set si conclude con I Just Wanna Live e Lifestyles of the Rich and Famous. Tanti anni dopo, c’è un’ironia trionfante nel fatto che siano diventati ricchi e famosi grazie a una canzone su come le celebrità si lamentino troppo.

I Good Charlotte oggi sono probabilmente meno trendy di quanto siano mai stati, ma chiunque cerchi di essere figo qui manca il punto. È pura gioia pop-punk ed è difficile non perdersi nella calda ondata di nostalgia emanata dalla band.
Torno a casa felice.

Clicca qui per vedere le foto dei Good Charlotte a Milano (o sfoglia la gallery qui sotto).

GOOD CHARLOTTE – La Scaletta del Concerto di Milano

Generation Rx
Self Help
The Anthem
The Story of My Old Man
Keep Your Hands Off My Girl
Girls & Boys
Life Changes
I don’t Wanna be in love
Actual Pain
Predictable
Prayers
Hold On
WaldorfWorldwide
Little Things
The Young and the Hopeless
The River
Dance Floor Anthem
I Just Wanna Live
Lifestyles of the Rich & Famous

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