Reportage del concerto di PAOLO NUTINI di Milano

Mi addentro nel PalaSharp curioso di tastare con mano il talento di Paolo Nutini, di capire e di vedere se è tutta sostanza, come penso da quando ho sentito “New Shoes” nella pubblicità della Puma, o se è solo un bel ragazzo a cui hanno fatto cantare delle discrete canzoni.
“Jenny Don’t be Hasty” il suo primo singolo che ha avuto un po’ più di diffusione in Italia, non permetteva di capire bene la differenza, cosa che invece si è capita subito con il primo singolo del suo secondo disco, “Candy”, che candydamente ci ha detto “Paolo Nutini è uno che ne sa”.

Speravo e pensavo che vista la velocità con cui i biglietti sono andati esauriti per la prima location, l’Alcatraz, anche il Palasharp fosse preso d’assalto. Ma non è stato proprio così, alla fine saranno settemila persone per gli organizzatori, e quattromila per la questura.

Paolo Nutini, foto di Arianna Carotta

Paolo Nutini, foto di Arianna Carotta

Il concerto si apre con il ritmo reggaeggiante di 10/10, da subito si avverte l’impronta audio del concerto, ovvero a circa ottomila metri fra l’Everest e il K2 c’è la voce di Paolo e più in basso in cima al Monte Stella gli strumenti. A seguire un altro pezzo “da ballare” preso dal primo disco “Alloway Grove”.

L’approccio è scanzonato ma composto, il Nutini, nonostante l’abbigliamento ispirato a Troisi in Non ci Resta che Piangere e l’incedere incerto da gomito alzato, appare molto concentrato e intenzionato a dare una prestazione di qualità, a far capire che è un artista serio.
Infatti con il terzo brano, “High Hopes” inizia a far capire che il suo concerto non sarà solo una piacevole serata per ragazzine innamorate (di lui) ma anche una serata in cui ascoltare della buona musica suonata bene. Dopo altri tre pezzi (fra cui la splendida “Growing Up Beside You”) in cui si sente che il gruppo non si è ancora scaldato provano a mollare le redini con Candy. Dovrebbe essere il punto chiave del concerto, e da lì in poi dovrebbe essere una cavalcata al sole, con il pubblico ormai infiammato e la band carica per dare passione alle canzoni.

Ma qualcosa non funziona, perché il pubblico si scalda ma la band e Paolo rimangono come dietro a un vetro semi-trasparente, non si lasciano andare. Forse troppo impegnati a darsi quel mood stiloso di quelli che “vedi che lui è uno che vuole fare il cantautore, non il divo pop”, non riescono a sfruttare la benzina sparata dal pubblico e rimangono inchiodati in griglia di partenza. Non so perché mi viene in mente Jeff Buckley, quando ai suoi primi concerti dopo il contratto con la Sony, i responsabili andavano a vederlo dal vivo per dirgli cosa poteva e non poteva fare per non scioccare il pubblico con pezzi troppo rock o psichedelici.

Il concerto scorre tranquillo, a tratti country, a tratti reggae, a tratti soul, attingendo in egual misura dai due dischi. Lui è sempre preciso e intenso, non è un grande animale da palco ma poco importa, la sua voce non delude.
Neanche “Coming Up Easy” riesce a far esplodere la passione e l’attitudine rock sul palco, espressa e repressa soprattutto dal chitarrista, veramente ottimo in tutto.
Le chiavi del concerto sono racchiuse (guarda caso) in “New Shoes”. E’ quello il pezzo che finalmente sblocca la situazione e rompe quel vetro che imbrigliava la band e Nutini.

Paolo Nutini, foto di Arianna Carotta

Paolo Nutini, foto di Arianna Carotta

Si tratta di una differenza minima, non è che prima il concerto fosse stato brutto, anzi è stato molto bello, ma la differenza fra eseguire i brani e suonare/cantare lasciandosi un po’andare è una di quelle piccole cose che cambiano tutto. La chiusura della prima parte è affidata a “Jenny Don’t be Hasty” in cui Paolo & the band danno tutto quello che possono dare e si sente finalmente.

Al rientro ho la vera dimostrazione che quel ragazzo sul palco è uno che sa quello che fa, che ha le capacità per scrivere dei gran pezzi e ne scriverà ancora per molto tempo. Si presenta solo sul palco e regala “Tricks of the Trade”, un pezzo con solo chitarra classica e voce. Esplode la pelle d’oca, lingue vengono a contatto con altre lingue, è tripudio d’emozione e ci lascio il cuore.
Il compito di rilanciare il concerto per l’accoppiata finale è lasciato a “Time to Pretend” degli MGMT, seguita da “Last Request”. Ma per me il concerto è finito con “Tricks of the Trade”.

Alla fine ogni ombra di dubbio è dissolta: Paolo Nutini è uno vale, e vale molto.

Guarda tutte le foto su www.ariannacarotta.com

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