Primavera Sound 2017: reportage del festival di Barcellona

Come al solito, non so nemmeno da dove cominciare. Il Primavera è un festival da 200,000 spettatori, quattordici palchi sparsi per il Fòrum ed innumerevoli eventi collaterali distribuiti in giro per la città, come per esempio i concerti e le conferenze del Primavera Pro e i live nei locali quali la Sala Apolo e Barts a cui quest’anno si sono aggiunti anche i secret show del Primavera a Casa Teva, una serie di concerti in luoghi super segreti a cui solo pochi eletti hanno avuto il privilegio di assistere. Lo ribadisco, giusto per mettere in chiaro che anche solo provare a scrivere un report riassuntivo di una cosa del genere è pura follia.

Quest’anno il festival è sembrato una gigantesca caccia al tesoro grazie anche ai gettoni che permettevano di accedere al Backstage, un luogo magico pieno di free drink in cui i vostri gruppi preferiti erano liberi di lanciarsi in dj set improbabili fino all’alba, nonostante la line up fosse già piena di artisti pazzeschi che si stavano ancora esibendo sui palchi principali. Una tortura medievale, un giochetto psicologico crudele che l’organizzazione composta da menti malate e sadiche non vedeva l’ora di mettere in pratica per sconvolgere le persone incapaci di prendere decisioni. Comunque tutti molto tranquilli, il Primavera Sound è solo la palestra della vita, niente di che. Hot Chip, ci si becca la prossima volta.

Anche così, con la consapevolezza di partecipare a un remake di Battle Royale, il Primavera tutto sommato è piuttosto godibile. Dalla Sala Apolo gremita di gente per i Cigarettes After Sex, Japandroids e Kate Tempest al CCCB culla degli artisti emergenti, dal palco dell’Heineken al Desperados (12 minuti a piedi senza traffico), dal Ray Ban mentre scende il sole su Sampha, o Angel Olsen, al Pitchfork dove i problemi tecnici non risparmiano nessuno, che tu sia Dio (o gli Swans) o un povero scappato di casa con una manciata di like su Facebook. Anche un po’ per sopperire all’abbandono di Frank Ocean, lungo i tre giorni di festival ci si poteva imbattere in sorprese quali gli Arcade Fire su un palco montato appositamente per loro, 360° di visibilità su Win Butler e compagni, i Mogwai al Bacardi Live per presentare il nuovo album e le Haim al Ray Ban, queste ultime davvero insospettabili, tradite solo da un post su Instagram.

Provo a elencare tutti i momenti memorabili? Sì, dai, provo. Per quanto riguarda il primo giugno la regina indiscussa è sicuramente Solange, con un live talmente bello da far rischiare la sindrome di Stendhal a tutti i presenti. Aphex Twin ha ricevuto tante critiche quanti elogi, ma a lui non è che freghi proprio tantissimo: è Aphex Twin! Bon Iver ci ha salvati tutti, gli Slayer e i Converge vincono il premio nostalgia a mani bassissime, mentre i Death Grips quello per il pubblico più giovane e colorato (nel senso di glitterato), completamente rapito dal carismatico MC Ride. A quanto pare le nuove generazioni non sono arrabbiate, ma proprio per niente. Coraggiosi che sono rimasti fino a Pearson Sound e Ben Ufo? Sì, tanti, e tutti hanno fatto benissimo.

barcellona

Il fail assoluto del secondo giorno è Mitski, sul Pitchfork, acustica terribile, ho ancora un macigno sul cuore per lei, che amo da morire. Anzi no, forse la delusione più grande sono gli XX, per non essere stati in grado di derubarmi del bagaglio emotivo per almeno un’ora, cosa che ogni live deve avere la capacità di fare perché riesca a giudicarlo almeno decente. Per fortuna i Run The Jewels, Sampha e Descendents hanno tenuto alto il morale fino allo spettacolo che è stato Flying Lotus al Ray Ban. Solo il set della vita, chiuso dal pezzo della vita: Never Catch Me featuring Kendrick Lamar. Senza nulla togliere al Paleta di Kamixlo passato da Aphex Twin all’Heineken, però qui c’è un bel po’ di roba a cui pensare, parlo di sostanza e non soltanto di droga, tanto per dirne una. Un’altra cosa che voglio assolutamente dimenticare è Mac DeMarco che si brucia i peli delle ascelle con l’accendino. Cioè, prima di tutto, perché Mac DeMarco era su un palco come il Mango? Boh.

Finalmente il tre giugno: Grace Jones completamente vestita di vernice. Un altro di quei concerti che capitano una volta sola nella vita. Altri imperdibili? Angel Olsen, Kelly Lee Owens al Bacardi, King Krule al Pitchfork, i Japandroids, i Teenage Fanclub. Gli Arcade Fire incantano il pubblico in maniera quasi inquietante, la front row di Skepta solleva il polverone più grosso del festival e mi procura i lividi più significativi. Poi Recondite, a cui va il merito di essere riuscito a farmi stare in piedi fino al dj set di Dj Coco: perché il Primavera non è finito finché lui non passa i Journey. Però poi basta, tutti a casa, anche Big Jeff, che non dormire per una settimana non è salutare.

Un’edizione particolare sotto ogni punto di vista. Per l’ecletticità della line up, per la febbrile attesa degli annunci unexpected, per le temperature notturne mai state così miti. C’era pure una nuova scritta al neon da instagrammare, sulle gradinate tra l’Heineken e il Mango: “Created in Barcelona”. Come se ci fosse bisogno di ribadirlo, caro il mio Primavera Sound. Credi che anche solo un componente della folla di disperati che sottovoce defluiva dal Fòrum verso il lungomare lo dimenticherebbe o ti tradirebbe mai per un Glastonbury qualsiasi? Non scherziamo per favore.

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