NOTHING: reportage, foto e scaletta del concerto di Milano

Articolo di Andrea Forti | Foto di Elisa Hassert

Sono sempre un po’ strani i concerti di lunedì. Dopo un weekend tipicamente vissuto da molti fino a ore piccole era difficilmente ipotizzabile che l’Ohibò risultasse così, bello pieno, anche in previsione di una scaletta decisamente improntata verso l’ultimo (seppur valido) disco Dance On The Rooftop; evidentemente col tempo i Nothing sono riusciti nell’impresa di creare uno zoccolo duro di fan che li rivedono ben volentieri ad ogni nuova data del tour. Questo particolare ce lo conferma felicemente stupito anche il leader Dominic Palermo, in abiti e chitarra coloratissimi a differenza dei colleghi in tenute monocromatiche nere, intervallate da una meno sobria scritta “At least I’m not christian” nel caso dell’altra chitarra e voce Brandon Setta.
Già dall’opener Zero Day ci accorgiamo che la nostra scelta di vedere il concerto dalla prima fila risulta abbastanza infelice per le nostre orecchie: i volumi sono difficilmente sostenibili, e i tappi finiscono per salvarci la vita soprattutto sul finale, quando decideranno con un cenno di intesa al limite del criminale di alzare al massimo il gain dei rispettivi amplificatori. D’altra parte potremmo dire che “è il genere che lo impone”, perché il lato magico delle sonorità shoegaze risiede nei muri sonori e nei riverberi prodotti da accordature in drop-d perennemente sotto sforzo, tanto che è Palermo a scusarsi spesso e volentieri per i momenti di pausa per la necessaria riaccordatura: pazienza che il pubblico ricambia con risposte a tono alle provocazioni di Dominic, quantomai felice per il pubblico milanese (e il vino tracannato lungo tutta la serata).
La successiva B&E tratta da Guilty Of Everything (per chi scrive il brano più atteso della scaletta, assieme alla punk-oriented Bent Nail) è la conferma di quanto sopra esposto: la devastante coda del pezzo è solo in parte addolcita dai delay dei due chitarristi, capaci di guidarci nella tempesta sonica come un faro durante un temporale.
Il proseguo del live ci rivela quello che è il lato umano della produzione del combo statunitense, incentrato sulle narrazione dei continui saliscendi della vita di Palermo dal periodo in carcere a suoi lutti personali (cosa che il criptico testo di The Carpenter’s Son non dava modo di pensare con certezza senza il suo appunto), oltre a momenti di ilarità con un brano (A.C.D., acronimo di Abcessive Compulsive Disorder) a loro dire ispirato dal tecnico del suono.
Se si può soprassedere sul lato dell’intonazione per il mezzo tono sotto a quello registrato in studio, abbiamo invece spesso notato come particolare e un po’ disarmonica la diversa presenza sul palco di parti della band: Palermo e bassista, di impostazione hardcore-punk, erano i più agitati on stage mentre all’opposto l’altra chitarra e la batteria parevano più di ispirazione shoegaze, preferendo fare “parlare” più i rispettivi strumenti che i loro gesti.
Arriva il tempo della solita finta ultima canzone, la formazione saluta e ritorna per l’encore di rito con Eaten By Worms, il pezzo più d’ispirazione grunge del lotto. Dietro di noi gente parlava dell’esibizione romana e di un impetuoso stage diving che ha arrecato danno a una spettatrice: ci aspettiamo una situazione simile da un leader istrionico come Dominic. Forse memore del recente passato, però, si accontenta di una incursione tra la folla durante la dilatata sezione finale, con un sinistro “it’s unavoidable” ripetuto allo sfinimento tra riverberi e feedback. Andiamo a casa soddisfatti di avere trovato né più né meno di quanto ci aspettavamo da questo tipo di esibizione per queste sonorità, felici di questo risveglio muscolare offertoci.

Nothing

NOTHING – la scaletta del concerto di Milano

Zero Day
Curse of the Sun
You Wind Me Up
A.C.D. (Abscessive Compulsive Disorder)
Us/We/Are
Vertigo Flowers
I Hate the Flowers
The Carpenter’s Son
Bent Nail
Blue Line Baby
(HOPE) Is Just Another Word With a Hole in It

Encore:
Eaten by Worms

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