MICHAEL KIWANUKA in concerto a Milano: 2 secoli di musica dentro a un ragazzo di 24 anni

2 secoli di musica dentro a un ragazzo di 24 anni
Nel pieno del delirio del salone e fuorisalone, Milano si ferma un attimo e come sempre riesce a regalare attimi di assoluta bellezza a chi si sa fermare con lei.

Mentre tutta la città rimbalza da un’esposizione all’altra, Michael Kiwanuka atterra ai Magazzini e trova ad attenderlo il pubblico classico dei concerti di artisti molto chiaccherati ma non ancora famosi: 40% perché fa figo esserci, 40% addetti ai lavori o pseudo tali, 19,9% fan e estimatori, 0,1% Rosalino Cellamare… sì Ron. L’assortimento alla fine si rivela essere un buon pubblico, partecipe ma non esagitato, posato ma non fighetto.

Il giovane si presenta sul palco con una band altrettanto giovane, e il dubbio su questi artisti così osannati al primo disco è sempre latente. Non si sa mai se è sostanza o montatura. Per Michael Kiwanuka questo dubbio svanisce nel momento in cui apre bocca.

Il concerto inizia con “I’ll get Along” e la prima cosa che salta alle orecchie, oltre alla voce, è che il disco racconta senza inganni e senza artifici quello che questo artista è in grado di creare.

Il suo approccio sul palco è timido e umile, lo sguardo è un po’ smarrito e meravigliato, a vederlo sembra quasi un cerbiatto buttato in tangenziale, fa quasi tenerezza, ma questo approccio lo aiuta a “stringere a se” il pubblico e a tenere alta l’attenzione.

Michael Kiwanuka

Si passa da un pezzo “minore” come “I need your company” dal suo primo Ep, per preparare il campo alla prima perla della serata. “Always Waiting” ci regala tutto lo splendore della voce di Michael e tutto il calore della sua musica. Vedendo i suoi occhi mentre canta sembra quasi uno strumento nelle mani di qualcun altro, sembra che l’unica cosa che faccia per far uscire quella voce sia non creare nessuna resistenza a un flusso. Un flusso incredibile di storia, di sofferenza, di amore, di sensibilità e passione. Perché nonostante il ragazzo abbia solo 24 anni, ascoltandolo sembra di sentire contemporaneamente 2 secoli di storia di musica black, sintetizzati in un unico timbro vocale che nel contempo, e non si capisce come riesca a farlo, proietta nel futuro tutta la musica venuta prima di lui.

Con “I’m getting ready”, ci fa entrare definitivamente nel suo mondo, il pubblico è caldo, la sua timidezza inizia a lasciare spazio a un po’ di tranquillità, e ci regala un altra grande performance.

Da qui in poi il concerto decolla, con “Tell me a tale” si apre una parte un po’ più “suonata” del concerto, alla fine c’è spazio anche spazio per una lunga coda strumentale.

I musicisti sono incredibili, riescono sempre a creare bellezza intorno a lui, a fare quello che serve al momento giusto nel modo giusto. Il chitarrista è quello che mi ha stupito di più, non sentivo un gusto e un tocco così intensi da moltissimo tempo. Appena c’è spazio per esprimersi, infila un meraviglioso  assolo di velluto su una altrettanto vellutata “Worry walks beside me”.

C’è tempo anche per delle cover interpretate in modo egregio, e per un po’ di funky, con Hendrix e Bill Withers.

A mio avviso però il ragazzo da il meglio di se quando la trama intorno a lui si fa semplice, e non a caso c’è il giusto spazio riservato sul palco solamente a lui e alla sua chitarra. Credo che sia anche la situazione a cui lui è più abituato, in cui può far uscire la sua voce senza preoccuparsi di quello che gli sta succedendo intorno. Non a caso “I want lie” è il momento forse più intenso di tutta la serata.

Si chiude con la tilte track del suo disco e la cover di Whiters.

C’è tempo per un bis (quand’è che si porrà fine a questa pagliacciata di uscire e rientrare?), nel quale Michael ci propone “Lasan”, pezzo realizzato con la collaborazione di Dan Auerbach dei Black Keys, suonato con solo chitarra e basso.

Si va via con la consapevolezza di aver assistito a un concerto di un artista vero, già maturo ma con margini di crescita enormi. Michael Kiwanuka ha un potenziale che forse non conosce ancora bene neanche lui, ma credo che la sua attitudine sia perfetta per poter andare avanti esplorando le sue capacità senza intoppi e per imbroccare la strada giusta.

Alla fine trovo anche l’occasione di santificare il Record Store Day comprando il vinile di Home Again. Non si poteva chiedere di meglio per concludere.

Luca Doldi

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