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Articolo di Luca Doldi | Foto di Emanuela Vigna e di Antonio Siringo

Nonostante li conosca come un nome leggendario dalla metà degli anni novanta e li segua da più di un decennio, non ero mai riuscito a vederli dal vivo.

Ai tempi del loro esordio (Stanze, del 1993) ero troppo piccolo per apprezzare dei contenuti così profondi e giganteschi. Quando esplosero con “Lungo i Bordi” ero troppo preso dal ritorno del punk e dagli ultimi respiri del grunge.

Solo più tardi, verso i 20 anni, sono stato in grado di capire veramente la potenza di questo progetto, ma era troppo tardi. Con il ritorno nel 2010, non contento, mi sono perso i loro passaggi a Milano e dintorni, ieri sera con il tour di Aspettando i Barbari ho avuto finalmente l’occasione di rimediare a questa imperdonabile mancanza.

Non starò qui a fare una mera cronaca della serata, ma cercherò di descrivervi cos’è un concerto dei Massimo Volume.

Voglio fare questo, perché è un’esperienza totalmente diversa da qualsiasi altro concerto abbiate mai visto. Niente di mistico, sia chiaro, non ho avuto illuminazioni e non sono apparse madonne dietro la band, ma è comunque qualcosa di molto particolare.

Le foto (di Antonio Siringo) dei Massimo Volume in concerto alla Casetta della Musica di Napoli

Partiamo dal lato strumentale, più precisamente dal lato chitarristico. Parlo soprattutto ai “colleghi” chitarristi. Provate pensare alla cosa più originale che abbiate mai fatto, al giro più storto che abbiate mai creato, al suono più strano e figo che abbiate mai tirato fuori dalla vostra pedaliera e siate mai riusciti a infilare in un pezzo fra le proteste del vostro cantante o del vostro bassista. Fatto? Ecco non sarà mai così originale, così strano, così maledettamente funzionale al pezzo come un suono o un riff o un arpeggio tirato fuori dalle chitarre (o basso) di Egle Sommacal e Stefano Pilia.

La loro concezione della chitarra va al di là di del semplice suonare, è una ricerca, un utilizzo totale, nel quale ogni feedback, ogni dissonanza, ogni suono “brutto” è esattamente nel punto in cui deve essere a sottolineare l’intensità e l’atmosfera di quel preciso momento.

Spesso sulla stessa parte si dividono nettamente i compiti: Pilia cesella riff e parti taglienti, che danno la spina dorsale del pezzo e ne scandiscono l’andamento, Sommacal si infila diagonalmente su tutto. Va a creare un vero e proprio tessuto atmosferico, con accordi dissonanti, arpeggi aperti che creano tensione e vanno a formare quella scenografia astratta ma incredibilmente palpabile nella quale le storie di Clementi prendono vita.

Quando invece è Sommacal a tenere le redini del riff o dell’arpeggio portante, Pilia diventa ancora più etereo del compagno e condisce il tutto con feedback, reverberi e suoni che non si capisce da dove vengano tirati fuori.

Sotto di loro la batteria di Vittoria è un rullo compressore con una precisione da manuale. Sempre misurata ma allo stesso tempo potente e con dei suoni perfetti, condizione fondamentale per permettere che la voce recitata possa “venire fuori” dal tessuto sonoro, senza essere inghiottita. 

A volte si ha quasi l’impressione che ci sia una drum machine sotto e invece è sempre il suo tocco preciso e costante. Per altri gruppi questo potrebbe essere un difetto, per i Massimo Volume è esattamente quello che serve.

In mezzo a loro tre, il basso di Emidio, morbido come un cuscino, discreto e preciso si muove fra le righe con eleganza.

Arriviamo al motivo per cui i Massimo Volume sono i Massimo Volume: la voce.

Molte volte la voce recitata su disco perde molto poi dal vivo. Perché il tono, l’inflessione, la cadenza, la metrica, acquistano tutta la visibilità che normalmente non hanno quando è tutto basato sulla linea vocale. In studio la cosa è semplice, si fanno un tot di tentativi con toni e inflessioni diverse, quello con la resa migliore si tiene. Ma poi dal vivo se la cosa non è studiata non renderà mai come dovrebbe.

Clementi invece sa bene l’importanza del recitato in musica… l’ha inventato lui.

Non perde un grammo dell’impatto e dell’intensità del disco, e sebbene dal punto di vista dell’ascolto puro delle parole forse qualcosina si perde, ne guadagna in incisività e impatto.

Un concerto dei Massimo Volume è una delle esperienze più multimediali che si possano fare, senza l’ausilio della tecnologia.

Le foto (di Emanuela Vigna) dei Massimo Volume in concerto all’Interzona di Verona

Mentre si assiste al concerto si ascolta la musica, intanto le parole cadono come macigni nella sala. 

Si ha la l’impressione di leggere un libro, le storie che vengono raccontate si immaginano, e mentre sei lì a sentire il concerto, le immagini create da quelle parole ti scorrono davanti, quasi come se fossi al cinema o a teatro.

La musica si trasforma in scenografia e le parole in sceneggiatura. I pochi gesti del cantate, il solo allargare le braccia sulle parole più significative, la mancanza assoluta di parole fra un pezzo e l’altro e di qualsiasi tipo di cenno al pubblico, non fanno altro che amplificare questo senso di performance artistica, dove i quattro elementi sul palco non sono altro che un veicolo per la loro arte. 

Le parole delle canzoni sono talmente pesanti, importanti, vive, che non c’è bisogno di dire altro, farlo sarebbe come ringraziare e salutare in mezzo a una rappresentazione teatrale. Difatti si sentiranno altre parole di ringraziamento solo all’ultimo pezzo prima dell’encore e prima della fine.

In un contesto del genere la scaletta perde totalmente di importanza, perché qualsiasi loro pezzo entrerebbe a far parte di uno spettacolo la cui potenza sta nella sua totalità e non nei singoli episodi che lo compongono.

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