L’indie-rock non è morto: i The Wombats a Milano

Articolo di Giulia Manfieri | Foto di Davide Merli

L’indie-rock non è morto e i The Wombats ce l’hanno ricordato ieri sera al Fabrique, tra skinny jeans e ritornelli sing-along.

Concerto amarcord per i nostalgici degli anni passati? No di certo. Ci saranno stati anche loro, ma la presenza -inaspettata- di tantissimi adolescenti (che all’uscita del grande album di esordio A Guide to Love, Loss And Desperation nella migliore delle ipotesi erano nati da 5 o 6 anni) è la risposta e la dimostrazione di una band impeccabile che ha saputo inventarsi e re-inventarsi negli anni, mantenendo vivo l’interesse dei fan di più vecchia data e sapendo allo stesso tempo attrarre un pubblico sempre nuovo.

Prima di salire sul palco, i The Wombats ci accolgono con i BLOXX e i Circa Waves. Una buona dose di chitarre e grinta – ed un genere musicale perfettamente compatibile con i gusti del pubblico – che ci accompagna piacevolmente verso l’inizio degli headliner della serata.

Sale sul palco il trio indie rock di Liverpool. Si comincia con Cheetah Tongue, uno dei singoli estratti dall’ultimo album Beautiful People Will Ruin Your Life, ma è su Moving To New York che gli animi si riscaldano davvero e si comincia a sentire la presenza del pubblico più affezionato, che accenna anche ad un pogo, mentre intona a squarciagola uno dei ritornelli più catchy della band di Matthew Murphy.

Il concerto prosegue secco, senza esitazioni e con tanta carica, buona parte della quale passa per la batteria di Dan Haggis. Un viaggio dalle sonorità indie-rock dell’album di esordio a quelle quelle maggiormente ballerine, pop ed elettroniche dei seguenti This Modern Glitch (2011), Glitterbug (2015) e dell’ultimo uscito. Tutti i brani -nonostante le differenze- sembrano avere lo stesso appeal per il pubblico, che canta per tutto il tempo, sui grandi successi così come sui brani più recenti, incitato da un instancabile Tord Øverland-Knudsen, bassista della band.

Give me a try, Emoticons, Techno fan, Tokyo e poi lei, Let’s dance to Joy Division, più che una canzone un inno, sul quale, ad un ritmo davvero senza freni, la band e il pubblico si scatenano. Una vera e propria festa, con tanto di palloni lanciati in aria e uomini vestiti da vombati sul palco (gli animali che hanno dato il nome alla band), che lascia spazio ad un momento più intimo in acustico e alle ultime due canzoni del set, Turn e Greek Tragedy.

Più che per tornarsene a casa il pubblico del Fabrique sembra pronto per rifare tutto da capo. Non si può, i The Wombats l’indomani devono suonare a Vienna, ma, ricordandosi di non essere passati per il bel paese nel tour del loro terzo disco, promettono che non lo faranno succedere di nuovo, e che ritorneranno presto a farci divertire e cantare a squarciagola con loro.

I don’t know why I like you but I do. È il titolo di una canzone, sì, ma se nutriste ancora qualche dubbio sul trio di Liverpool sicuramente un loro live lo scioglierebbe dopo il primo accordo.

Clicca qui per vedere le foto dei The Wombats a Milano (o sfoglia la gallery qui sotto).

THE WOMBATS – La Scaletta del Concerto di Milano

Moving to New York
Jump into the fog
Give me a try
Black Flamingo
Emoticons
Lemon to a knife fight
I don’t know why I like you but I do
Pink Lemonade
Bee-Sting
Kill the director
Ice cream
Techno fan
Your body is a weapon
Tokyo (Vampires and Wolves)
Let’s dance to Joy Division
Lethal combination (acoustic solo)
Turn
Greek tragedy

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