Let’s talk about sex! Gli Years & Years a Milano

Articolo di Serena Lotti | Foto di Claudia Mazza

Gli inglesi Years & Years sono arrivati ieri al Fabrique di Milano per l’unica data italiana del tour di presentazione del nuovo lavoro Palo Santo, il secondo album della band britannica. A distanza di 3 anni dall’album d’esordio Communion (che soprattutto in patria ebbe enorme successo restando per settimane in cima alla lista degli album più venduti nel Regno Unito, con oltre 250 mila copie vendute) il trio synth-pop presenta un lavoro, attesissimo e più mentale che decisamente rappresenta uno step evolutivo importante rispetto al sound dei primi lavori. Musicalmente e concettualmente.

Quando si parla degli Years & Years infatti non si può non ricordare che il frontman Olly Alexander è diventato un’autentica icona queer della comunità LGBT facendosi portavoce di una campagna di sensibilizzazione importante sui temi gender diversity e inclusività in generale. Temi che ci ha raccontato ieri sera dando vita ad una serata che ha celebrato la libertà e il valore totalizzante della diversità. Alle 21.30 puntualissimi Olly Alexander, Mikey Goldsworthy e Emre Turkmen salgono on the stage insieme a tre turnisti, batteria e vocalist. Il palco è immerso in luci liquide fortissime in equilibrio su lampeggianti immagini caleidoscopiche e strutture simmetriche in loop, spaventosamente suggestive. Un video board gigantesco farà da spalla (letteralmente) alla performance della band e tre giganteschi billboards luminosi saranno distanziati geometricamente sul palco dando vita a psichedelici ideogrammi, ma sembra proprio a scopo puramente estetico. In generale, seppur il lighting designer sembra essersi fatto il mazzo, a me non è sembrato che tutto quel plot concertato con immane fatica abbia creato particolari forme di engagement con la musica. Insomma. E’ bello ma non balla.

Batteria, sintetizzatore, tastiera, sequencer, chitarra acustica, vocalist in lamé, argento, lustrini e pailettes e un Olly che in barba agli stereotipi di genere si presenta in canotta di rete, catenazza al collo e scarpe animalier. E’ tutto dannatamente cool. Tranne la batterista, vestita con un salopettone alla Super Mario Bros.
Siamo comunque tutti pronti a partire ma non prima che un roboante welcoming luminoso non accolga il pubblico milanese “Welcome to Palo Santo”: un mondo immaginario dove non esistono regole tradizionali e dove l’unica cosa che conta è il rifiuto della didattica morale.

Iniziamo con Sanctify, il primo singolo di Palo Alto: il pubblico è già in modalità relax hot per questo brano dal sapore nineties e che pesca un pò dentro allo skool RnB con un testo definito “as one of the more sexually overt songs”. Let’s talk about sex appunto. Il pubblico risponde da dio e siamo già tutti proiettati nel mondo glam e androgino del trio inglese.
Un salto nel recente passato con Shine, uno dei grandi successi di Communion, e balliamo tutti sulle note elettroniche di un pezzo che è un interessante mix tra house e RnB vecchio stile. Scivoliamo languidamente sulle ballads Eyes Shut e Lucky Escape con falsetti e pizzicati e con una strabordante urgenza di fare un pò di introspezione (i fan più gossippari leggeranno tra le righe la presenza di un membro dei Clean Bandits, ex partner di Olly). Torniamo a ballare su una giostra pirotecnica fatta di luci, ideogrammi, simboli, colori, elettronica e con le note suadenti del tribe di Desire, un brano dai potenti cori campionati e atmosfere spagnoleggianti e ci fermiamo solo quando non appare una luna immensa a fare da scenario a quel mondo post-human future in cui Olly si muove felino. E’ questo il momento per sganciare Palo Alto e Hallelujah, un tributo al dancefloor e ad una sensualità un pò caricaturale.

Il momento più funny personalmente lo vivo con la cover di Madonna, Like a Prayer in cui i vocal ad ampio raggio spopolano in un ritornello che si mettono a cantare pure gli addetti alla security.
Un evidente endorsing da parte di Olly alla prima artista che ha fatto di sesso e religione uno stupendo collapse. Su Worship torniamo sulle sonorità tribe ma sempre sature di interludi elettronici: Olly non manca di deliziarci con un ballo shake twerk alla Miley Cyrus. Andiamo spediti sulle positive vibrations di Rendezvous e If You’re Over Me tra sonorità tropical house e bandiere rainbow che spingono il messaggio della liberazione omosessuale dentro a tutto il Fabrique. Siamo in piena distopia futuristica. Un mondo tra sacro e profano. Degni di nota gli stupendi arrangiamenti e il fortunato incrocio di house, RnB, beat elettronici e indie pop degli anni Ottanta e Novanta: gli Years & Years si sono raccontati snocciolando i segreti della loro intimità e della loro identità sessuale con gioia e speranza. Il trio britannico ci ha trasportato in un luogo del futuro, un luogo di possibilità, un paese concettuale dove poter liberare i propri demoni interiori sul dancefloor ma fermandosi ogni tanto per un genuino Let’s talk about sex!

Clicca qui per vedere le foto degli Years & Years a Milano (o sfoglia la gallery qui sotto).

Years & Years

YEARS & YEARS – La Scaletta del Concerto di Milano

Sanctify
Shine
Karma
Meteorite
Eyes Shut
Lucky Escape
Gold
Desire
Palo Santo
Ties
Preacher
Hallelujah
No Tiers Left To Cry
Like A Prayer
Worship –
Rendez Vous
If You’re Over Me
All For You
Play
King

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About the author

Serena Lotti

Serena Lotti

Milanese, soffro di disordini musicali e morbosità compulsiva verso qualsiasi forma artistica. Scrivo da sempre, per raccontare, per elaborare la sofferenza. In passato insegnante di storia del teatro, ora PR di un’azienda americana, passo il tempo libero a crogiolarmi nell’osservazione del mondo e nelle sue complessità, ogni giorno da una prospettiva diversa. Cerco insieme il contrasto e il suo opposto e sono attratta da tutto quello che ha in se follia e inquietudine. Figlia del mio tempo, imparo alla scuola del punk, del grunge e dell’alternative rock e lascio che siano band come Pixies, Sonic Youth, Joy Division a mostrarmi la strada. Incredibilmente entusiasta della vita, con quell’attitudine schizofrenica che mi contraddistingue, amo le persone, ascoltare storie e cercare la via verso l’infinito, ma senza esagerare. In fondo un grande uomo una volta ha detto “Ognuno ha l’infinito che si merita”.

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