La musica oltre i confini. I DEAD CAN DANCE a Milano

Articolo di Serena Lotti | Foto di Oriana Spadaro

Che i Dead Can Dance siano degli avanguardisti alternativi è un’affermazione più che banale e questo se consideriamo l’avanguardia come una strada consapevole dettata dal rifiuto prima e dall’esplorazione poi. I Dead Can Dance non solo hanno demarcato e sconfinato linee espressive nuove e mai sperimentate ma hanno definito un nuovo genere musicale ancora senza nome, che non è un genere  bensì pura esperienza dei sensi dove la musica non è che parte di un progetto più ampio. Potremmo azzardare definendo la musica dei DCD un percorso di evangelizzazione, di misticismo puro verso il raggiungimento dell’indefinto, una sorta di guarigione, qualcosa che va oltre le barriere stilistiche, culturali o musicali. E’ un percorso d’arte che punta decisamente oltre confine. Un viaggio del tempo dentro il tempo che può anche terminare dentro l’oblio più terribile o verso la pacificazione più sacrale, in cui il sacro però è a disposizone della musica, una musica che è ibrida, oscura e arcaica ma unificatrice e liberatoria.
A Celebration Life & Works 1980-2019 è il tour che riporterà Brendan Perry e Lisa Gerrard nelle più importanti venue europee e che li vedrà celebrare i loro quasi quarant’anni di carriera, un cammino di ricerca pura che dagli anni ottanta in poi ha toccato gli stili più vari, dalla musica liturgica, neoclassica e barocca al folk, fino alla world fusion, alla dark wave e al gothic, un trip di pura ispirazione in cui hanno raccontato di filosofia, amore, sofferenza, perdite e rinascite.

Entro al Teatro degli Arcimboldi e divento un parte di un disegno più grande. Entro in una cattedrale e vengo battezzata, evangelizzata, invasa da qualcosa che capirò solo dopo.
Partiamo diretti verso l’assenza di barriere stilistiche, di confini geografici, di epoche temporali. Il non che diventa più, l’assenza del confine che diventa incredibile presenza. Dentro la musica dei DCD c’è tutto, eppure a volte quel tutto viene talmente stilizzato e ridotto ad un’idea stupefacente e immensa che ti lascia svuotato ed affannato. Definire il pubblico caldo e accogliente è riduttivo. Non astanti bensì cultori, amanti, discepoli.

Definire altresì un’esibizione dei DCD, semplicemente un “concerto” è riduttivo, grezzo e banale. Quello che accadrà nelle prossime due ore sarà un viaggio dentro dimensioni oniriche fluttuanti, un volo ad alta quota dentro stratosfere sacrali e vortici metafisici. Dentro l’intera estensione dello spazio e del tempo.

L’apertura con la contemplativa e tenebrosa Anywhere Out of the World tratta dallo stupendo album del 1987 Within the Realm of a Dying Sun è in grado di trasportarci subito lontano, su superfici roteanti crepuscolari e drammatiche. Una preghiera elettroacustica sollevata ancora più in alto da armonie turbinose e mistiche. Brendan Perry si svuota di un cantato caldo e severo allo stesso tempo, un’altalena emotiva di dramma e gioia liberatoria. L’inizio, con luci rosse che tingeranno la scena di inquietudine e per un pò offenderanno l’occhio, è fortissimo.

Il viaggio nella mente continua con Spleen and Ideal, il maestoso ed iconico album del 1984, uno stupendo collapse di gothic music e influenze industrial. E qui la prosposta va su altri incredibili capolavori del duo australiano. Raggiungiamo vertici altissimi e sovrumani con l’esecuzione della tormentata Mesmerism e non mancheremo di emozionarci davanti a così tanta maestria nel dosare elementi sonori diversi eppure fusi in modo sorprendente, che carezzeranno le nostre orecchie. Tra archi e sintetizzatori impazziti, il mandolino di Perry vibrerà di dolore e le dinamiche di pura elettronica e il calore suadente delle ossessive percussioni tribali ci invaderanno e dilanieranno come in una magia ipnotica; un delirio dei sensi in cui le melodie arabeggianti daranno forma ad un sortilegio malvagio che ci condannerà fino nel più profondo anfratto dell’anima, lasciandoci alla fine svuotati e confusi.

Torneremo su questo stupefacente album con la magia di Avatar dove la litania disperata e toccante dell’incredibile voce di una Lisa Gerrard in stato di grazia, addolorata e ammaliante e vestita di un abito sontuoso che la renderà simile ad una sacerdotessa, la farà protagonista assoluta di un viaggio senza ritorno. E alla fine la tensione si scioglierà con un tripudio di consensi appassionati e sinceri e quelli che sembravano litanie mistiche e terrificanti ci libereranno come in una catarsi purificatrice.

In un percorso senza cesure nè pause approdiamo sui misticismi di Xavier dove la voce profonda ed afflitta di Brendan Perry ci guiderà dentro i meandri oscuri di atmosfere solenni e decadenti, e solo con la sua guida sapremo ritrovare, alla fine, la strada per tornare a casa.
Una musica che è strumento del pensiero, azione sciamanica e dolorosa, viaggio liberatorio e purificatore alla ricerca di un riscatto, di una luce, di un senso più ampio.

Ecco uno dei momenti più attesi, ecco che veniamo nuovamente scossi dall’esotismo magnetico di Youlunga e il paesaggio muta ancora e prende le forme del mondo degli aborigeni e del Medio Oriente e infine così d’impeto e senza notifiche veniamo lanciati dentro un territorio più spazioso e luminoso, verso The carnival is over in cui un mix di stili diversi e le atmosfere della new wave e della new age ci faranno perdere dentro sonorità sepolcrali e solenni. Un salmo religioso, una preghiera mantra che racconta di epoche e mondi lontanissimi e ineffabili.

Siamo al primo encore e i DCD ci sollevano ancora portandoci dentro alle dimensioni ipnotiche e metafisiche di Cantara dove angoscianti percussioni e le mille voci di una Lisa Gerrard esoterica e drammatica ci spalancheranno i confini di universi bellissimi e selvaggi.

In chiusura The Promised Womb suggerisce l’omaggio ai temi sonori medievali e rinascimentali tanto cari al duo australiano, un’epoca dimenticata ed antica che non solo vogliono celebrare ma quasi fare ritorno: ed è tutto un tripudio di strumenti della tradizione e di lingue antiche, la fine del percorso concettuale di una ricerca a tutti i costi, un madrigale delicatissimo che approda dentro le zone di un milennio nuovo, quello della world music.

Un live che non mancherà di cover importanti: dai lamenti della ballata irlandese The Wind That Shakes the Barley tratta dall’album Into the Labyrinth del 1993 che sarà una preghiera, un’invocazione straziante interpretata magistralmente da una Gerrard che eseguirà il brano a cappella accompagnata da un delicatissimo flauto atzeco sino alle sonorità tribali di Autumn Sun dei Deleyaman e si concluderà con una versione strepitosa di Song to the Siren di Tim Buckley con un Brendan che da autentico crooner e con la sua inconfondibile voce baritonale porterà tutti noi verso vertici di commozione ingovernabile.

Gli estatici esercizi vocali di Lisa e la sua voce maestosa, tenebrosa, malinconica e raggelante saranno memorabili in brani come Sanvean e The Host of Seraphim in cui la famosa e caratteristica idioglossia drammatica e dionisiaca assumerà un linguaggio che a tutti sembrerà invece incredibilmente comprensibile.

Un viaggio dentro gli imperi della mente e attraverso i mondi selvaggi e antichi dell’Africa e dell’Oriente, passando per la Grecia, per i Balcani e la Spagna, carezzando territori musicali arcaici e mistici e danzando dentro dinamiche sonore che spaziano senza confini, dall’ethereal wave, alla musica esoterica e rinascimentale, per approdare alle sonorità ambient, shoegaze, gotiche e post-punk mettendo al servizio del fine altissimo gli strumenti più vari e moderni, dalla chitarra al sintetizzatore, dal sequencer e sampler agli strumenti più etnici e antichi come lo yangqin, la ghironda, il berimbao, il mandolin il davul.

Un mashup incredilmente variegato al servizio dell’ideale universalistico dell’arte che nel mondo del tangibile significa coesione e contatto tra elementi diversi e contrapposti, alla ricerca di un’unione che possa annullare il concetto opposto di divisione.

Con l’ultimo brano il viaggio può dirsi terminato, un viaggio che abbiamo compiuto fino in fondo, oltre il naturale e il possibile, oltre il mondo reale e tangibile, oltre la divisione degli elementi, oltre l’inconscio, oltre qualsiasi continente conosciuto. Un viaggio oltre i confini.

Clicca qui per vedere le foto dei Dead Can Dance a Milano (o sfoglia la gallery qui sotto).

Dead Can Dance

DEAD CAN DANCE – La scaletta del concerto di Milano

Anywhere Out of the World
Mesmerism
Labour of Love
Avatar
In Power We Entrust the Love Advocated
Bylar
Xavier
The Wind That Shakes the Barley
Sanvean
Indoctrination (A Design for Living)
Yulunga (Spirit Dance)
The Carnival Is Over
The Host of Seraphim
Amnesia
Autumn Sun (Deleyaman cover)
Dance of the Bacchantes

Encore:
Song to the Siren (Tim Buckley cover)
Cantara

Encore 2:
The Promised Womb
Severance

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About the author

Serena Lotti

Serena Lotti

Milanese, soffro di disordini musicali e morbosità compulsiva verso qualsiasi forma artistica. Passo il tempo libero a crogiolarmi nell’osservazione del mondo e nelle sue complessità, ogni giorno da una prospettiva diversa. Cerco insieme il contrasto e il suo opposto e sono attratta da tutto quello che ha in se follia e inquietudine. Figlia del mio tempo, imparo alla scuola del punk, del grunge e dell’alternative rock e lascio che siano band come Pixies, Sonic Youth, Joy Division a mostrarmi la strada. Incredibilmente entusiasta della vita, con quell’attitudine schizofrenica che mi contraddistingue, amo le persone, ascoltare storie e cercare la via verso l’infinito, ma senza esagerare. In fondo un grande uomo una volta ha detto “Ognuno ha l’infinito che si merita”.

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