La generazione che rincorreva il dolore perfetto. I dEUS a Milano

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Articolo di Serena Lotti | Foto di Oriana Spadaro

Anno difficile il 1999. Qualche mese prima del temuto millennium bug, i cattivoni di Matrix e la rappresaglia sanguinaria alla Columbine, le notti insonni a causa di The Blair Witch Project, la morte di Kubrick e De Andrè e l’insediamento dell’oligarchia dittatoriale di Putin.
Un anno da ricordare. Un fottuto e indimenticabile anno degli storici 90’s, l’ultimo a fare da ennesimo wallpaper iconico per la generazione X, incasellato in un’epoca dove vorticava un mondo che stava iniziando a correre e noi che provavavamo a stare al passo col cambiamento. Ce la facemmo, comunque. E dire che la madre digitale stava arrivando, ci chiameranno poi i fautori di quella rivoluzione. La cassa di risonanza dell’insicurezza propria di quel tempo faceva rimbombare le nostre già spinte depressive legate ad un disagio esistenziale e parossistico e quel senso di smarrimento, quella iconica aura di scetticismo e spleen che ha da sempre accompagnato la nostra vita da adolescenti. Le band noi le guardavamo su MTV mica sulle storie di IG e crescevamo a bibite con coloranti, merende con un botto di olio di plama, Pixies, Sonic Youth, Radiohead, Nirvana. Noi amanti della contro-cultura, censurati sempre e comunque da chi tentava di tenere ancora insieme un mondo dentro quelle trame reazionarie mai sopite neppure dai movimenti del ’68.
Le nostre, le voci che non si allineavano mai, trovavano piena espressione in quelli che poi sono diventati i nostri manifesti generazionali.

Ed è in questo contesto così frammentario e incerto che si inserisce un’autentica perla della musica, con un timing borderline ma con sufficente tempismo per farlo ricadere nel calderone dei modelli musicali di quel tempo. The Ideal Crash dei dEUS, una delle band più rappresentative dell’indie rock europeo.

Un album sorprendente, pulito e oscuro allo stesso tempo, nato al limite di un’epoca che si concludeva e che trascinava con sè e non senza peso l’eredità potentissima del grunge e del pop anglosassone lasciando la porta socchiusa a nuove forme di musica e sottogeneri (tra cui l’elettronica) che mano mano insidiavano le scuole di riferimento andando a seminare le nuove tendenze, dentro cerchi concentrici attorno all’alternative rock e all’indie, e farle germogliare.

Alcuni dissero che proprio questa band belga nata nel cuore di un’Europa ancora divisa avrebbe dato vita a quello in molti definiranno l’ultimo grande disco alternative rock.

Adesso siamo nel 2019 e il salto temporale è doveroso. Sono passate due decadi e i dEUS sono tornati con un tour per festeggiare e celebrare i vent’anni di questo strepitoso album. Ci avviamo col fardello dei nostri quarant’anni al Circolo Magnolia trovandolo già strapieno. Siamo tutti schiacciati l’uno sull’altro, i confini immaginari di una venue coperta da tendoni di plastica dobordano e a macchia di leopardo la gente si accalca e spinge come può dall’esterno. Si è vero siamo schiacciati come polli in batteria ma mi piace pensare che questo sia un unico abbraccio collettivo, un momento di group building, uno psicodramma allargato in cui sono i dEUS a consegnarci la drammatizzazione teatrale di un’epoca e farla più dolce e più sopportabile. Perchè i back in the days non sempre sono felici e non sono sempre viaggi a lieto fine.
E noi non vediamo l’ora di tornare al 1999 comunque, con tutto quello che significa. I dEUS arrivano sul palco accompagnati da crunch e distorsioni sonore al limite dell’ossessivo, un drappello di ballerine gnocche e onestamente avanguardiste e Put the Freaks Up Front. Sarà una corsa a perdifiato dentro The Ideal Crash.
A parte la polo fighetta uscita da una pubblicità di Tommy Hilfiger di Tom Barman possiamo ritenerci fortunati. Io non vedo che le linee dei sintetizzatori quando va bene e quando no capelli crespi e nuche con la piazza ma chiudo gli occhi e mi lascio trasportare dal ritmo grunge, dai forsennati cambi di ritmica e da brutali chitarre che sembrano esplodere sotto i colpi eleganti e sicuri di Bruno De Groote, colpacci che si legano al violino distorto e e acido di Klaas Janzoons che depreda e si sostituisce ai feedback di Bruno.
Abbiamo molto da fare stasera. Un velocissimo cambio di sound con Sister Dew e si aprono nuovi scenari, alte atmosphere ipnotiche che ci fanno approdare su territori folkeggianti  in grado di svelare la maschera del caro vecchio trip hop. Ancora le pretese di cambiare. Ambigui, malati, deflagranti. Ed è su questo territorio elettronico che cogliamo con veemenza l’insegnamento dei Radiohead e dei Portishead: restiamo così sospesi sulla ballad One Advice, Space per poi finire sul dondolio malinconico di The Magic Hour dove la ricchezza e l’ampollosità del tessuto sonoro ci fa volare in alto, in alto, in alto. Chitarre calde, morbide, sinuose. Un pubblico silente che non sbraita, non urla, canta in playback, con il solo movimento della bocca. Ci sembra così dannatamente rozzo squadernarci  gridando The god of small things, The god of small things. Muoviamo solo le labbra, sussurriamo per rompere l’incantesimo con il nostro gracchio. Suono pazzeschi dimenticavo. Plauso al fonico. Andiamo sulle rasoiate della titletrack The Ideal Crash che non è che un summarize delle intenzioni creative che hanno dato vita a questo album. Una contaminazione felice e nel contempo disturbante di psych ed autentico e purissimo alternative rock e l’esasperazione della ricerca di nuove trame sonore in bilico tra un caldo intimismo e una impertinente follia. La batteria roboante ci fa uscire dal guscio. Le prime file escono dal timore reverenziale e ci guidano in un dondolio urticante che come un’onda energetica arriva fin nelle retrovie. Balliamo schiacciati gli uni sugli altri con movimenti un pò rigidi, intimiditi e osservanti della buona educazione. Ma dura poco, I muscoli si svegliano e le gambe si fanno ruzzanti. Cantiamo adesso si. Cantiamo. Stay by my side, it’s sexy. Stai qui, non ti staccare anche se non c’è spazio. E’ sexy, è riconoscibile. E’ una comfort zone. Il crescendo vorticoso ci porta dentro un climax delirante, disturbante, malato, schizzato e ci libera infine lasciandoci confusi e appagati.

Ma con Every body’s weird si torna nei campi lisergici alla ricerca degli strumenti del piacere e del tormento. Psichedelia allo stato puro con autentiche e generose contaminazioni elettroniche che pescano a piene mani nell’uso del synthpop, di bassi forsennati e chitarre schizofreniche e stridenti e con un finale in crescendo che ci lascia anche stavolta storditi e felici.

La caldeggiante e onirica Let’s See Who Goes Down First, suadente ed eterea, con dinamiche sonore percussive e orientaleggianti ci accompagna eroticamente dentro ad un finale pazzesco e con la sognante Dream Sequence 1 torniamo ancora dentro l’imbuto elettronico, dentro meandri sonori distorti e inquietanti ma sempre rassicuranti. Perchè questa è una storia che finisce comunque bene. Siamo fuori da The Ideal Crash. Il viaggio è in dirittura d’arrivo ma abbiamo altre tre o quattro fermate da fare prima. Following Sea con la spionistica e francesissima Quatre nains, Worst Case Scenario e la tristezza dolce della stupenda Hotellounge, un lamento senza speranza e senza futuro, In a Bar, Under the Sea con il post grunge scolpito sul cuore della bellissima Roses che chiude il live (a raffica gli hashtag #thankyouforroses impazzeranno su Insta).
Il rock indefinibile e geniale dei dEUS, un lavoro originale, delicato frutto anche di influenze imponenti (i Velvet Underground, i Sonic Youth e i Pixies sopra tutti), una gorgone musicale che è perversione elegante, delirio controllato, deflagrazione sonora. Abbandonata la sperimentazione a tutti i costi dei primi lavori i dEUS hanno consegnato un album pulitissimo ed eclettico, imbevuto di generi diversi, progressista e futurista se vogliamo, un altro manifesto della generazione degli xllennial che stanno dentro ogni genere e dentro nessuno. Barman ha aperto il cuore a forme musicali di diversa natura e le ha unite dentro un lavoro magistrale, caldo e eterno. Durevole e onorevole.
E come tutte le cose che cose che durano nel tempo arriva il momento di celebrarne l’essenza e la presenza, e lo hanno fatto regalando al pubblico il lavoro che li ha resi celebri e immortali. Hanno offerto dubbi e chiavi di lettura, hanno suonato il cambiamento ma senza mai trasportarci in un luogo sicuro ma verso quello che poteva essere un dolore perfetto. Una caduta ideale. La nostra vita volevamo solo viverla anche facendoci un pò male e facendo, del dolore, insegnamento. Noi Xllenials non dimentichiamo mai.

Archiviato il ricordo di MTV a fine live è necessario procedere con l’instagrammazione seriale, lo faccio ma sbaglio hashtag e la mia storia finisce su una pagina religiosa di gesucristi e spiritisanti, di teologi, evangelisti e bibbiofili. Resta lì a girare con le gif di  Beavis e Butthead che fanno headbanging e macino più di 350 views in 5 minuti. Perchè i dEUS convertono. Anche dopo vent’anni.

Clicca qui per vedere le foto dei DEUS a Milano (o sfoglia la fotogallery qui sotto).

dEUS: la scaletta del concerto di Milano

Put the Freaks Up Front
Sister Dew
One Advice
The Magic Hour
The Ideal Crash
Instant Street
Magdalena
Everybody’s Weird
Let’s See Who Goes Down First
Dream Sequence #1
Encore 1
Quatre mains
Fell off the floor, man
Constant Now
Encore 2
Hotellounge
Roses

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Serena Lotti

Serena Lotti

Milanese, soffro di disordini musicali e morbosità compulsiva verso qualsiasi forma artistica. Scrivo da sempre, per raccontare, per elaborare la sofferenza. In passato insegnante di storia del teatro, ora PR di un’azienda americana, passo il tempo libero a crogiolarmi nell’osservazione del mondo e nelle sue complessità, ogni giorno da una prospettiva diversa. Cerco insieme il contrasto e il suo opposto e sono attratta da tutto quello che ha in se follia e inquietudine. Figlia del mio tempo, imparo alla scuola del punk, del grunge e dell’alternative rock e lascio che siano band come Pixies, Sonic Youth, Joy Division a mostrarmi la strada. Incredibilmente entusiasta della vita, con quell’attitudine schizofrenica che mi contraddistingue, amo le persone, ascoltare storie e cercare la via verso l’infinito, ma senza esagerare. In fondo un grande uomo una volta ha detto “Ognuno ha l’infinito che si merita”.

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