Il TRIANGOLO a Milano e la rivincita della nostalgia

Articolo di Serena Lotti | Foto di Andrea Ripamonti

Settembre 2020. Ad Aprile eravamo certi che a questo punto dell’anno saremmo tornati ad un’ovvia e scontata  normalità. Ci vedevamo in prospettiva temporale assembrati e felici, abbracciati e positivi…ma di un altro tipo di positività però. E invece siamo ancora bloccati in questo limbo del the new abnormal, tanto per citare gli Strokes. E in questo strana e fastidiosa nuova normalità tutti provano a tenere strette a sè cose che se ne stanno andando, cose che stanno cambiando velocemente, cose che non saranno più le stesse. Come un amore finito che proprio non riesci a lasciare andare. Agli artisti è toccata la pena più severa. Loro se ne stanno feriti e decisi, fiduciosi e stanchi in questo girone dei dannati perchè sanno che prima o poi usciranno a rivedere le stelle.

Artisti che ricominciano a marciare timidamente verso i palchi di questa strana Italia post covid, accolti da uno straniamento generalizzato di chi è al suo posto ma fatica riconoscerlo dentro questa nuova aria che sa di pioggia e malinconia.

Siamo al Ride di Milano stasera. In cartellone Il Triangolo. Avevamo già incontrato la band formata da Marco Ulcigrai e Thomas Paganini poco prima della pandemia, per il release party dell’ultimo lavoro  Faccio un  Cinema (il terzo capitolo di un fortunato percorso artistico iniziato nel 2012 con Tutte le canzoni, seguito da Un’America del 2014) dove ci avevano rilasciato un’intervista  Li avevavmo visti poi suonare nella formazione a 4 qualche giorno prima del lockdown, quando nessuno di noi immaginava cosa sarebbe successo di li a poco. Ci avevano salutati con un Ciao raga ci vediamo a Milano, l’abum fresco di stampa, gli entusiami a mille, l’affetto dei fan e degli amici presenti. E ora li ritroviamo qui, 8 mesi dopo nell’attuale formazione, il power duo chitarra, basso e voci.

Mancano Elton Novara alla chitarra e alla tastiera e Giacomo Fiocchi alla batteria (sostitiiti da una drum machine) ma Thomas e Marco, ancora sovvertendo le regole dal numero tre e dalla sua simbolica connotazione, riescono egregiamente a non farci sentire la mancanza degli elementi ritmici il tutto a beneficio di un’esibizione dalla natura intima e raccolta.

Il Triangolo ci presenta un collage equilibrato di vecchio e nuovo che nella versione acustica si veste di coerente omogenietà quasi come non ci fosse alcuna cesura stilistica tra i tre dischi, anzi tutto è tenuto insieme da un filo rosso coeso e strutturato: resta immutato il sapore surf delle chitarre, le melodie dolcemente vintage, le voci cristalline, pulitissime, fresche come quest’aria di settembre che sa ancora di estate ma che guarda già all’inverno che arriva, con un punta di dolce malinconia e di mesta consapevolezza.

Dalle suggestioni vivaci e ironiche dell’ultimo disco di cui ascolteremo la versione morbidissima di  Faccio un cinema, passando sulla roboante e caliente Messico , planando su Volevo un vizio e fermandoci a riflettere un attimo sui tumulti di Nella testa, veniamo invitati a canticchiare ritornelli che riescono ad essere dannatamente catchy anche in questa matrice piì essenziale e verremo trasportati verso le dimensioni più marcate e rappresentative del beat degli anni 60-70, proposto sempre in chiave moderna e contemporanea.

Il pubblico cerca un nuova fruizione esperenziale, si vede che siamo ancora tutti impacciati e passiamo dall’automatismo partecipativo di sempre ad una nuova percezione della musica dal vivo. Stando seduti, separati e distanti. E’ un head to head tra noi e il palco, senza elementi che disturbano.

Un salto indietro e ascoltiamo i brani piì kraturock e ruvidi della discografia della band di Luino, ammorbiditi e ammantati della dolcezza e dell’intimismo della versione acustica di Varsavia, Martedì di Settembre, Un’America, e facciamo quindi un girotondo più ruvido e graffiante che lascia spazio anche ad assoli aspri e acidelli. Il viaggio non si può dire completo senza passare dall’esperienza di Tutte le canzoni con l’acchiappantissima La Primavera che versione in acustica mi fa personalmente commuovere, la suggestiva e irresistible beat pop di Nessuna pietà per quelli che odiano gli anni 60, passando per Battisti e Una sola preghiera. Un almanacco coeso e bene imbrigliato in uno stile che sebbene abbia subito più evoluzioni e più cambi di rotta, oggi sembra essere ancora di più coerente e congruente.

Esistono cose capaci di entrarti dentro al’improvviso, senza chiedere il permesso e senza che tu ti accorga che ti hanno già imbrigliato nella loro malia. La musica del Triangolo è così. E’immediata e delicata, è avviluppante e fresca, è veloce e accessibile.

Rompe gli argini dell’ovvio e dell’abitudine e ci fa riscoprire la bellezza delle cose, l’accordatura greve di una chitarra, la risata timida prima di far girare i primi accordi, lo sguardo emozionato su un pubblico sparuto e separato ma lì, proprio lì, che canta senza urlare e si dondola sulla sedia mentre Marco e Thomas scherzano su chi e come abbia accordato gli strumenti. “Di te non mi fido Thomas.”

L”esercizio di stile del Triangolo è impeccabile, lo sguardo sempre rivolto all’esperienza di ieri, la sensibilità di chi quel passato lo sublima e non fa scrollate di spalle, il rifiuto della retorica, la valorizzazione della poetica dell’amore, anche quello negato e doloroso, la rivincita della nostalgia come sentimento che eleva e non deprime.

Mi sento così malinconica. Mi sento così drogata di spleen. Mi sento cosi sollevata, risolta e mesta al tempo stesso. Sento i profumi delle polpette, la musica tunz tunz e miei amici che mi chiamano. Mi avvio verso l’uscita con la mia mascherina sporca di rossetto e il respiro un pò corto di quando saluti qualcuno che sai che rivedrai tra tanto tempo e l’unica cosa che continuo a ripetermi, mentre mi riannodo la treccia e mi sistemo lo zaino sformato sulle spalle è …giurami, giurami che rimarremo per sempre giovani.

 

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Il Triangolo

IL TRIANGOLO– La scaletta del concerto di Milano

FACCIO UN CINEMA
MESSICO
LA PRIMAVERA
VARSAVIA
NESSUNA PIETA’ PER QUELLI CHE ODIANO GLI ANNI 60
MARTEDI’ DI SETTEMBRE
UN’AMERICA
VOLEVO UN VIZIO
IL GIORNO SBAGLIATO
BATTISTI
IL CIELO
CANZONE PER UNA RAGAZZA LIBERA
NELLA TESTA
UNA SOLA PREGHIERA
LE FORBICI

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