Il Romanticismo estremo e il fantasma del dolore perduto nelle canzoni dei the National

Articolo di Andrea Pazienza

Stasera, venerdì 7 settembre, i The National suoneranno insieme ai Franz Ferdinand all’interno della rassegna “Milano Rocks” che quest’anno si svolge tra i padiglioni abbandonati dell’ ex area Expo.

Una sorta di non luogo a cui si è cercato di dare un senso, anche se un senso non ce l’ha, direbbe il rudere di Vasco Rossi. E se non ci siete mai stati, credetemi, non scherzo se vi dico che durante la lunghissima camminata che vi separa dal palco vi sembrerà quasi di vedere ancora i fantasmi della gente in fila per il Giappone.

Isnt’it ironic?  (direbbe la cara e vecchia Alanis Morrisette, che tra l’altro ha suonato proprio qui a Milano soltanto un mese fa).

Perché le canzoni dei National sono popolate proprio da fantasmi (spesso di amori passati come in “Anyone’s Ghost” o addirittura trapassati come in Slipping Husband”) e da persone abbandonate come quei padiglioni ai confini della città.

Abbandonati come sono anche i loro fan e come ci siamo sentiti tutti almeno una volta nella vita. Soprattutto quanti di noi si accalcheranno sotto quel palco eretto in mezzo al nulla e l’addio per partecipare a un evento che nel corso degli anni si è trasformato da semplice concerto rock a rito collettivo capace di generare, per almeno un paio d’ore, una sorta di catarsi temporanea del dolore interiore. Un dolore che è figlio di un romanticismo estremo, un romanticismo che ti sovrasta andando oltre ogni limite di sopportazione umana, un amore che spezza le vene delle mani, direbbe Fossati, quell’amore attorno al quale farsi spezzare le braccia dicono i National (Break my arms around the one I love – “Daughters Of The SoHo Riots”), quello che hai sognato per 29 anni prima di incontrarlo, You know I dreamt about you for 29 years before I saw you recita un verso di 29 years riproposto due album dopo anche in Slow Show. Un verso che in realtà è disponibile anche, per i romantici più estremisti (i romanticisti? ok abbattetemi pure), in una comoda e pratica versione riadattata in russo. Tale versione è stata tradotta da me senza competenza alcuna al solo scopo di conquistare la cameriera ucraina di cui mi ero invaghito 10 anni fa, una cosa completamente sgrammaticata, trascritta su un quadernino in una lingua praticamente inventata che se ben ricordo suonava più o meno così: vtot dien kagdà ya tibià uvidiel na ostanovkie, mnie pakasalosh, ya dvadsashiestliet miechtal o tebe , pronunciato proprio così come l’ho scritto, ma con l’accento russo. Per dovere di cronaca, mi tocca precisare anche che la cameriera in questione, invece di innamorarsi perdutamente di me come da copione, pensò bene di scapparsene col proprietario del bar in cui lavorava senza dirmi niente, lasciandomi lì con il dizionario in mano.

Non ci sarà nessun altro, il giorno in cui morirò, Torna indietro, il sistema sogna soltanto nella totale oscurità. Sembra quasi un Haiku giapponese sul dolore della perdita e invece non è altro che la traduzione in sequenza dei primi 4 titoli delle canzoni del nuovo album “Sleep Well Beast” (Nobody else will be there, Day I Die, Walk it back, The system only dreams in total darkness) giusto per “dare la buonanotte alla bestia” e mettere in chiaro fin da subito da che parte tira il vento. Un vento freddo, direbbe Nada (ok, giuro che adesso la smetto).

Abbandonati quindi, ma anche confusi, persi, ubriachi, smarriti, sfilacciati (I am confused, stiff and pissed and lost and loose – Cardinal Song da Sad Songs for Dirty Lovers) senza via d’uscita, con amori finiti male alle spalle, affetti svaniti nel nulla e mostri che non stanno più soltanto sotto, ma anche sopra e dentro il letto (quindi spaccami il cranio, riordinami, amore mettimi nel tuo bellissimo letto e coprimi – It Never Happened dal medesimo album di cui sopra). Sono così i protagonisti di molte canzoni dei National ed è così che si sentono molti fan di una band che ha fatto della debolezza la sua forza.

Perché la musica della band è qualcosa di simile al bambino di “Molto forte, incredibilmente vicino” di Jonathan Safran Foer che inventa un sistema di tubi collegato ai cuscini di tutti i letti di New York per raccogliere le lacrime di chi piange prima di dormire e poi riversarle nel laghetto di Central Park in modo da condividere il dolore e mostrare ogni giorno il livello di sofferenza comune della città. Non a caso il gruppo ha esordito con il suo 1° album omonimo un mese dopo il crollo delle torri gemelle, quando persino il paese più potente del mondo ha scoperto di essere vulnerabile. E’ proprio questa forse la parola chiave per capire la vera natura della loro musica e comprendere, quindi, come sia stato possibile che un gruppo della cosiddetta scena indie rock (ormai praticamente defunta o svanita pure lei come un fantasma), abituato a esibirsi davanti a zero persone, sia poi passato ad attirare un pubblico sempre più vasto fino a vincere un Emmy a gennaio di quest’anno.

Il segreto del loro (in)successo lo svela in parte lo stesso Matt Berninger, cantante e leader indiscusso della band, nel documentario girato dal fratello scapestrato Tom, “Mistaken For Strangers”: 

“Per molto tempo siamo andati in tour senza che nessuno venisse ai nostri concerti. Era così umiliante per noi. E succedeva spesso! Ricordo la prima volta che suonammo al Mercury Lounge e non venne nessuno. Dopo lo show andai dritto a casa, chiusi la porta e iniziai piangere. Poi quando iniziammo a mettere la tensione, l’ansia, la paura e l’umiliazione nella nostra musica, il semplice fatto di mostrarla, ci rese più vicini agli altri. Per le persone che venivano ai concerti quello era il legame.”

È stato così quindi, traducendo in musica le debolezze e i fallimenti che i National sono arrivati al successo. Una cosa che viene mostrata chiaramente proprio nel documentario citato pocanzi, che è tutto fuorché il classico documentario che celebra una rock band, si tratta infatti, più che altro, di una sorta di esperimento nato per caso che prova a indagare i rapporti umani e in particolare il difficile rapporto che si instaura tra due fratelli quando uno ha successo e l’altro no. Da una parte abbiamo, infatti, il fratello “buono”, Matt, leader e cantante di una rock band di successo, alto, bello e con la classica aura da intellettuale maledetto che affascina quanto quella di certi scrittori americani dediti al romanticismo alcolico (passatemi la definizione) come Raymond Carver e John Cheever. Incredibile la somiglianza fisica e caratteriale con Greg Kinnear in Stuck in Love di Josh Boone, film in cui interpreta un padre separato che non vuole rassegnarsi all’abbandono da parte della moglie, scrittore in una famiglia di scrittori (il titolo originale infatti doveva essere “Writers”) e alla cui colonna sonora, non a caso, i National hanno prestato la loro “Gospel”, canzone che chiude il loro primo vero album di successo “Boxer”.

Dall’altra parte abbiamo, invece, il fratello “cattivo”, Tom, basso e grasso, sorta di Jack Black sfigato, che gira film horror amatoriali di pessima fattura e viene (auto)presentato come un fallito che non è mai riuscito a combinare nulla di buono nella vita, ma che forse, per una volta, ha l’occasione di farlo nel momento in cui viene assoldato dal fratello maggiore per fare da roadie alla band in tour. Il buon Tom però non ha nessuna competenza, si trova lì solamente per un legame di sangue (“Ho la sensazione di essere qui soltanto perché sono tuo fratello” confesserà quasi sottovoce a Matt dopo l’ennesimo cazziatone preso dal Tour Manager) e infatti non ne combina una giusta, non è mai al suo posto, beve in continuazione, fa domande stupide, perde le liste delle persone accreditate e una sera finisce per perdere anche sé stesso dentro un bar, MA fortunatamente decide di riprendere tutto con la sua videocamera e di trasformarlo in un film-documentario che riesce nella magica impresa di essere comico (Tom è a tratti imbarazzante) spezzandoti il cuore.  E’ il film del suo fallimento che diventa il suo successo (è notizia recente che Tom collaborerà a una serie Tv sulla vita di suo fratello insieme al filmmaker australiano Trent O’Donnell).  Un film che non dice quasi nulla della musica della band eppure dice tutto. Perché ne svela il suo segreto più intimo e il suo lato più umano. La debolezza che diventa forza e viceversa in un continuo gioco di specchi e rimandi che chiude e riapre un cerchio da cui forse è impossibile uscire, proprio come dal legame fraterno:

“Avere Matt come fratello maggiore fa un po’ uno schifo, perché lui è una rock star e io no ed è sempre stato così. Ma ci fu una volta, quando io ero al liceo e lui era a New York, che mi chiamò perché aveva fatto un bruttissimo incubo. E il suo incubo era stupendo! Era stato aggredito da dei ragazzi fuori di testa in mezzo alla strada. E mi disse che a un certo punto io ero sbucato fuori dal nulla con un’ascia e avevo fatto fuori tutti quanti. Insomma gli avevo salvato la vita. Questo mi ha fatto capire che mio fratello vede in me qualcosa che a volte io non riesco a vedere in me stesso” racconta un quasi incredulo e visibilmente commosso Tom nel finale.

Il rapporto fraterno è sicuramente un tema che tocca da vicino la band, essendo composta , oltre che da Matt, da ben 2 coppie di fratelli, i fratelli Dessner, Aaron (polistrumentista) e Bryce (chitarra) e i fratelli Devendorfi, Scott (basso e chitarra) e Bryan (batteria). Sarà forse per questo che I National hanno prestato una loro canzone anche a un altro film, Warrior, in cui c’è un rapporto conflittuale tra 2 fratelli che finiscono per picchiarsi a sangue sulle note di About Today, raggiungendo il climax con una scena che mette in rapida sequenza dolore, amore, resa e liberazione da tutto, dalla presa che ti sta spezzando il collo e dal malessere interiore che ti sta soffocando la vita.

I National però non sono il gruppo che ti salva la vita come ha fatto Tom nel sogno del fratello maggiore o come fa Joel Edgerton con Tom Hardy nell’incontro finale di Warrior, anzi se hai una certa inclinazione forse sono proprio il contrario. Un barlume però lo tengono sempre acceso, è una luce fioca, ma c’è. Si potrebbe dire che i National fanno musica per persone che si sentono precipitare e non vogliono essere salvate o forse non sono ancora pronte per esserlo e non si sa se mai lo saranno. Le loro canzoni non sono la mano che ti afferra e ti fa scendere dal cornicione prima di lanciarti nel vuoto e non sono neanche il materasso che ti aspetta sotto per evitare l’impatto al suolo dopo che ti già sei lanciato. Non risolvono il problema dell’atterraggio, ma ti tengono per mano durante la caduta (parafrasando l’incipit di un bel film allegro di Kassovitz). La voce di Matt è quella che ti accompagna verso lo schianto e ti dice “fin qui tutto bene”, ma poi sta a te trovare un appiglio a cui aggrapparti per non sfracellarti.

E a quel punto la voce di Matt svanirà proprio come alla fine del concerto. Per poi tornare ogni volta che avrai di nuovo quella sensazione e vorrai sentirti meno solo.

Ora so che vi sembrerà assurdo ma quando vidi per la prima volta Matt e la sua band in concerto in una piovosa notte milanese di metà novembre, alla fine non svanì soltanto la sua voce, ma svanì pure lui. E con questo intendo proprio dire che scomparve letteralmente davanti ai miei occhi. Purtroppo non posso chiamare nessuno a testimoniare questo avvenimento perché un’altra cosa strana di quel concerto è che non riesco proprio a ricordare con chi fossi andato a vederlo. Voglio dire, se ci rifletto a mente lucida penso di saperlo, doveva essere per forza “lei” (avete capito benissimo dai, non prendiamoci in giro, tutti abbiamo avuto una “lei” o un “lui” che ci ha fatto soffrire più degli altri) eppure non ne sono sicuro, perché pur sforzandomi al massimo non me lo ricordo, la mia memoria fotografica non ha nessuna immagine concreta di “lei” lì al mio fianco quella sera. Ma vi posso giurare che le cose andarono così: quando Matt scese in mezzo al pubblico per cantare “Terrible Love” e “camminarci dentro” (It’s a terrible love and I’m walking in) completando la fusione delle nostre anime (con)dannate alla sofferenza autoinflitta, io lo inseguii insieme al fantasma della ragazza che avevo amato per tutta la vita e che tenevo ancora per mano, anche se il mio amore non era mai stato corrisposto, e quando arrivai finalmente abbastanza vicino da poterlo toccare “lui” non c’era più.

“Lui” chi?

Non lo so, non c’era più nessuno, ma finalmente non c’era più nessun dolore.

PS: se non avete capito nulla e vi sembra tutto così confuso non vi preoccupate:
It’s hard to keep track of you falling through the sky.
We’re half-awake in a fake empire.

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