Il loop infinito dei MASSIVE ATTACK

Reportage live di Tatiana Sharon Vani | Foto di Emanuela Vh. Bonetti

L’album più oscuro degli anni Novanta è tornato in tour: la band più famosa di Bristol, i Massive Attack, hanno iniziato una tournée mondiale volta a celebrare i ventun anni di “Mezzanine”.
Dopo la tappa di Milano (il 6 febbraio al Mediolanum Forum di Assago), ieri è stata la volta di Roma, al Palazzo dello Sport.
Nessuno poteva immaginare, vent’anni fa, che “Mezzanine” sarebbe diventata la perfetta colonna sonora metropolitana di questo Nuovo Medioevo, così distorto e angosciato.
Più che un tour commemorativo, “Mezzanine XX1” è un grido politico, una critica della società attuale nella quale viviamo, figlia della tensione pre-millennio.
Un richiamo che non è rimasto inascoltato (anzi, tutto sold-out al Palazzetto dello Sport), che ha trascinato a sé centinaia di persone, gente di ogni estrazione sociale ed età.
Si può trovare la giovane ragazza in minigonna nel parterre, con indosso calze psichedeliche, tanto quanto il signore di mezza età uscito dal lavoro, ancora in giacca e camicia e seduto in prima fila.
In ben pochi concerti ho visto una simile eterogeneità, ma i Massive Attack sono anche – soprattutto – questo, aggregatori sociali. 

Il parterre si riempie, gli spalti pure.
Sono circondata da persone che, nell’attesa, si urlano a decine e decine di metri di distanza pur di salutare un amico che si trova in una zona diversa dalla propria; all’improvviso (e anche un po’ in ritardo, diciamolo), le luci si abbassano.
Si viene immersi in un buio – fisico e non – che, già sappiamo, ci accompagnerà per circa due ore.
Dall’inizio alla fine, “Mezzanine” infatti non è altro che un oscuro trionfo cinematico che risuona nell’aria e nella mente. 

Massive Attack

I brani che erano campionati nelle varie canzoni durante il concerto sono eseguiti per intero, e così il passo dalla citazione all’omaggio è breve e puntale.
Dopo quello ai Velvet Underground, con cui si apre il concerto, I Found a Reason, vieni subito catapultato nell’umore dell’album, con Risingson.
Un brano volutamente oscuro e psichedelico, che trascina l’ascoltatore nei meandri più inesplorati del proprio Io.
Ed ecco l’omaggio ai The Cure, con la cover di 10:15 Saturday night.
Personalmente, ho apprezzato molto questa versione, teneramente punk, in chiave quasi ska.
Dopo questa nostalgica parentesi, è la volta di Man Next Door, con le sue chitarre tanto elettriche quanto malinconiche.
Poi, all’improvviso, Elizabeth Fraser si materializza in Black Milk, un brano decisamente inquietante.
Vieni così stregato dall’immensa voce della Frazer (ex dei Cocteau Twins), che sembra un tutt’uno con i video che vengono passati, intanto, sul maxischermo dietro il palco.
Infatti, questo tour celebra una collaborazione di lunga data, quella con il regista inglese
Adam Curtis, il quale ha dichiarato alla stampa che «lo spettacolo racconta la storia dello strano viaggio che tutti noi abbiamo fatto negli ultimi venti anni da quando “Mezzanine” era lanciato», alludendo al mondo dispotico e crudele che si è affermato negli ultimi decenni e nel quale viviamo completamente sconnessi dal reale.
Un mondo ancora in tumulto: è questo che vogliono narrarci i Massive Attack.
Per questo la voce di Elizabeth risuona così dolcemente tetra…il contrasto tra le sue note angeliche e le immagini del video colpisce lo spettatore come un pugno nello stomaco.

Poi è il turno della title track Mezzanine, una traccia che non aumenta mai il volume ma, anzi, rimane sempre lì, nell’oscurità più totale.
Ed è paradossale quanto un brano così lento, a tratti gentile, e melodico come questo, sia allo stesso tempo così  straziante.
Ti calma e poi disturba la tua quiete precaria interiore.
E questa non è altro che la medesima sensazione di smarrimento e oppressione che appartiene all’uomo urbano contemporaneo.
Poi Bela Lugosi’s Dead (la cover dei Bauhaus), con le sue ambientazioni gotiche, il suono potente, che dona una resa monumentale alla performance.

La chimica distorta che si percepisce quando si ascolta When the Levee Breaks, con quella batteria che è tanto ovattata da sembrare essere suonata sott’acqua, e la voce del grande Horace Andy, ti accarezza con fermezza e ti mostra il senso ultimo dei Massive Attack, il loro snodo embrionale: una discesa nei meandri del subconscio, dove tutto è spettrale e purificante in egual misura.

Un flusso di coscienza che prosegue durante tutto il concerto, prima lentamente e poi con la potenza di Man Next Door, perfetta con il suo canto soul, il sound potente e i testi paranoici.
Un’atmosfera “psichedelicamente reggae” (non saprei spiegarlo in altra maniera).
La gente è immobile, il parterre è pietrificato dal sound e dai video che non smettono mai di scorrere.
Poi torna lei, la “regina Elizabeth”, a prestare la voce in Dissolved Girl.
Lei è una sirena con una voce ancestrale, che richiama a sé le anime disperse.
Intanto, sullo schermo,

«Don’t bother with the future. Stay with us forever».

Massive Attack

È un’esperienza fuori dal comune, perché da un lato senti tutta la tristezza, lo strazio, dall’altro quelle luci verdi sul palco irradiano una calma irreale. Tutte quelle luci a intermittenza, poi, sembrano immergerti in una puntata di Fringe. Finito il brano si fermano per pochissimi minuti, oserei dire istanti, e subito il pubblico incita una ripresa che non si fa attendere.

«Il passato ci ha offuscato la vista».

Sulla cover di Where Have All The Flowers Gone (un evergreen pacifista degli anni Sessanta) Elizabeth Frazer presta la voce alle parole di Pete Seeger, in uno dei brani più prettamente rock dell’album. Intanto, sugli schermi scorrono così, senza filtri, immagini di dolore, di cadaveri e di guerre tanto lontane quanto reali, vere.
E, senza dubbio, con questo brano si raggiunge l’apice del concerto, o dell’Arte più nuda.

«Potesse essere qualunque cosa. Potesse essere chiunque»

Poi la vertiginosa Inertia Creeps, con inquietanti atmosfere, chitarre fuzz-tone e una ricchezza di effetti; la canzone è un viaggio nelle tenebre, tra percussioni serrate e sonorità arabeggianti. Nella parte finale del concerto, concludono con un tris che scatena i fans: prima Angel, quel brano dalla produzione nuda e la batteria potente, e una linea di basso distorta che incornicia la voce di Horace e chitarre impetuose; subito dopo arriva Teardrop, forse la più famosa della band di Bristol. Un brano dal taglio più calmo e quella chitarra acustica che ti culla, almeno per un po’.
È anche l’unico momento davvero leggero dell’album, quindi sai di dovertelo godere finché dura. E come dicevo, poi si ritorna l’oblio.
Perché questo è, un live oscuro e penetrante, che sembra catturare ogni tiepida luce intorno a sé. Group Four, l’ultimo brano suonato, è l’apoteosi del trip mentale.
Chiudi gli occhi e sei catapultato negli anni Novanta, in un lurido monolocale di periferia, circondato da universitari fancazzisti come te. Siete al buio, sdraiati per terra, alla fine di una delle tante serate senza senso di quegli anni.
Tutto intorno a te è un vuoto immobile, sei stordito ma, inaspettatamente, sorridi.

E poi ecco, riapri gli occhi.
Sei circondata da fans scatenati a occhi chiusi come te.
E pensi che sicuramente, anche loro, saranno stati catapultati in qualche stanza della loro adolescenza.
Ma questo non è un concerto come gli altri, lo sappiamo tutti dentro il Palazzetto dello Sport. È una performance artistica a tutto tondo: suoni, video, luci, slogan si fondono per dare allo spettatore un’esperienza da ricordare per sempre.
Sul megascreen, intanto, scorrono le immagini di Trump, di Putin, di Britney Spears che perde la sua memory card, si alternano bambole e capi di stato, balletti e guerre, slogan in tutte le lingue e nomi di farmaci.
Tutto diventa politica, tutto è politica:

«Non ci sono nemici da nessuna parte».

Della band nessuno dice una parola, un’ora e quaranta di sola musica, senza sterili ringraziamenti. Basta la loro musica, bastano le frasi che scorrono alle loro spalle. L’ultima:

«Siamo intrappolati in un loop perenne. È tempo di lasciarci dietro i fantasmi e cominciare a costruire il futuro».

Ciò che è stato, è e sarà ancora.
Repeat, again?
Una presa di coscienza che lascia spazio solo al senso d’angoscia.
Così, nemmeno due ore dopo l’inizio, si conclude la penultima data dei Massive Attack in Italia; e proprio quando hanno finito, ti rendi conto del perché abbiano voluto fare questo tour, che di autocelebrativo (alla fin fine) non ha nulla: il nuovo Millennio non è riuscito a spazzare via le angosce degli anni Novanta; siamo ancora le stesse miserabili anime in pena, che si affidano alle macchine perché il passato fa troppo male, e il presente non ci dice nulla.
Una critica per niente velata ai nostri giorni, un grido che resta nella mente di tutti mentre lasciamo il Palazzo dello Sport… quelle angosce, quelle sofferenze lasciamole andare, molliamo la presa.
Perché se teniamo le mani occupate da tanto dolore, non potremo  più costruire un futuro migliore.

Clicca qui per vedere le foto dei Massive Attack a Roma (o sfoglia la gallery qui sotto).

MASSIVE ATTACK – la scaletta del concerto di Roma:

I Found a Reason (The Velvet Underground cover)
Risingson
10:15 Saturday Night (The Cure cover)
Man Next Door (with Horace Andy)
Black Milk (with Elizabeth Fraser)
Mezzanine
Bela Lugosi’s Dead (Bauhaus cover)
Exchange
See a Man’s Face (Horace Andy cover) (with Horace Andy)
Dissolved Girl (with Elizabeth Fraser)
Where Have All the Flowers Gone? (Pete Seeger cover) (with Elizabeth Fraser)
Inertia Creeps
Rockwrok (Ultravox cover)
Angel (with Horace Andy)
Teardrop (with Elizabeth Fraser)
Levels (Avicii cover)
Group Four (with Elizabeth Fraser)

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